martedì 23 gennaio 2018

CATHERINE SUL CERVINO


"... Catherine Destivelle ha ancora nella voce l'emozione della grande impresa, nei suoi occhi devono passare in continuazione le immagini dei tre bivacchi solitari, delle traversate esposte e delicate, delle manovre e dei movimenti pericolosi della grande concavità di roccia e ghiaccio, come un gigantesco scudo rovesciato, l'interno di una conchiglia dove non batte mai il sole, nel quale perdere e ritrovare l'incerta traccia verso la vetta.
La cronaca: partenza martedì 8 marzo dalla Hornlihutte alle 8,30, con trenta chili di materiale; superamento della terminale e attacco della parete un'ora più tardi. Sono i primi 200 metri quelli più duri, più impegnativi, più pericolosi, un dislivello che viene superato al termine di una difficile e lunga giornata, con bivacco più o meno nel punto dove Bonatti trascorse la sua seconda notte sulla parete.
Mercoledì partenza alle 8,30, per un altro giorno senza tregua. La Traversata degli Angeli, come la chiamò l'italiano è il crux, reso insidioso dalle rocce verglassate e dalla neve inconsistente che non tiene. Alle 18 il bivacco, Catherine ritiene nello stesso posto dove si fermò Bonatti.
Giovedì, ore 8,00, contatto radio: <<L'endroit ou je me trouve, c'est super, c'est aérien, là, je m'èclate ( è magnifico dove mi trovo, è aereo, mi sento benissimo, qui).
Tempo splendido e morale alle stelle. La salita prosegue, su un terreno che diviene più facile, fino al terzo bivacco.
Venerdì: ultimo giorno di sforzi, ancora qualche centinaio di metri e il ricongiungimento con Erik Decamp, suo compagno nella vita, partito giovedì lungo la Schmid, che ha bivaccato a metà parete. I due superano così gli ultimi tiri, insieme, ma con Catherine in testa, fino alla croce, quella croce che Bonatti abbracciò <<fino a stringere al mio petto il suo scheletro metallico: le ginocchia mi si piegano e piango (racconto di Bonatti), a conclusione di quella memorabile impresa che chiuse la sua incredibile attività alpinistica.
I due francesi sono in vetta alle sette di sera: si impone un'ultima notte in montagna, il quarto bivacco per Catherine, questa volta non è più sola.

LA "BONATTI" E' UNA VIA ESTREMA
<<Per completare la trilogia delle tre grandi Nord avrei potuto salire la Schmid, ma non avrei fatto un passo avanti rispetto a quanto già fatto sull'Eiger e sulle Jorasses.
La Bonatti invece è una via estrema: credo che chi non è passato l'avesse sottovalutata: sai, si dice "è stata aperta nel '65 ...".
Sono partita come se dovessi salirla per la prima volta, ho usato tutti i venti chiodi che avevo con me e rispetto a Bonatti avevo in più friend e dadi. La via segue con una logica i punti deboli della parete, è delicata, esposta e difficile: pensare che Bonatti la salì trent'anni fa mi riempie di ammirazione e di rispetto>>

Da ALP N.109  
Maggio 1994

lunedì 22 gennaio 2018

LIBRO CONCATENAMENTI



"Una storia lunga quella dei concatenamenti.
Un'idea che mi ha sempre appassionato, forse perché vivo ai piedi del Gruppo del Brenta, dove ti viene naturale disegnare con lo sguardo i profili delle guglie degli Sfulmini e delle altre cime di Dolomia.
Perché concatenare è sintesi della propria volontà. E' fatica. E' umiltà. E poi, unire le vette è un modo di vivere la Montagna senza pausa, che ti porta a valorizzare angoli remoti di cui nemmeno immaginavi la bellezza. Man mano che progredisco è come immergersi nella roccia, le sensazioni si fanno più intense, come quelle che si provano ammirando le grandi opere d'arte ..."
Franz Nicolini

domenica 21 gennaio 2018

LIBRO (non di alpinismo)



Letto, leggibile, simpatico ... poi io non sono per niente Ultra, però semplice nella sua scrittura, ottimo se si vuol leggere.

giovedì 18 gennaio 2018

LINEA SIMBOLO

"Una linea entrata di diritto nella storia dell'arrampicata, una via simbolo del Gran Sasso e non solo"

http://www.vocialvento.altervista.org/passatempo/cavalcare.htm

CAVALCARE LA TIGRE    di PAOLO CARUSO
da:http://www.vecchiegloriedelgransasso.it


Mi aggiravo in un pomeriggio d’estate nei pressi del Franchetti osservando attentamente i pochi alpinisti che arrivavano e quelli che erano di passaggio, alla ricerca di qualcuno cui legare la mia corda. La mia attenzione veniva però attratta con una certa frequenza dalla compatta placconata, chiamata “Pancione”, che sovrastava gli strapiombi del lato destro della parete Est del Corno Piccolo. Eppure ormai la conoscevo bene perché da tre anni l’osservavo e da circa uno l’avevo attentamente analizzata con la speranza di trovare una qualche certezza per una possibile via di salita. In realtà l’incognita maggiore non era costituita tanto dal salire, quanto piuttosto dall’eventuale discesa che si sarebbe verificata  nel caso in cui la via verso l’alto fosse stata preclusa. Infatti i forti strapiombi lisci sottostanti avrebbero sicuramente complicato le cose … Anche se avevo iniziato ad arrampicare da poco, neanche quattro anni, in qualche modo alcune piccole certezze mi sostenevano. Avevo già  vissuto l’incognita di confrontarmi con i limiti soprattutto mentali e culturali cui inconsapevolmente sottostiamo e l’essere riuscito a portare a termine, in alcuni casi per la prima volta nell’ambiente alpinistico romano e nell’Italia centrale, alcune tra le salite più impegnative anche nelle Alpi occidentali, costituiva una base concreta su cui poggiare un progetto difficile e di esito incerto.     
L’anno precedente ero dovuto scendere da sopra il secondo nevaio della parete nord dell’Eiger a causa di una bufera e della rottura dei ramponi, e ciò contribuiva a rendermi  un po’ più sicuro per essermi tratto d’impaccio da una parete considerata estremamente complessa e pericolosa come quella dell’Eiger. Due piccole esperienze d’arrampicata in Yosemite e in Verdon mi avevano aiutato a entrare nel nuovo mondo  della difficoltà su roccia, della filosofia dell’arrampicata libera e del rispetto di nuove regole che valorizzassero allo stesso tempo l’uomo e l’ambiente.      Cominciava ad essere chiaro in me che salire a qualunque costo era secondario al modo di salire. L’aver ampliato le conoscenze e le esperienze mi portò a collocare nella falesia di Sperlonga i primi spit dall’alto, per aprire itinerari dove la libera prendesse il sopravvento sull’artificiale. Nelle falesie aveva poco senso aprire le vie dal basso, anche perché una manciata di protezioni sostituivano la grande quantità di chiodi necessari per procedere in artificiale: il rispetto per la roccia era essenziale.     
Il Gran Sasso doveva ancora vedere risolti i grandi problemi alpinistici, tra cui spiccavano la “Farfalla” e il “Pancione”. Si sarebbe potuto rispettare la logica evoluzione dell’alpinismo, salendo dal basso e con pochi mezzi? La storia aveva già dimostrato, anche nel nostro gruppo montuoso, che con un uso eccessivo di attrezzature l’uomo può salire anche la parete più impossibile. E’ chiaro che senza un equilibrato uso di questi mezzi tra l’uomo e la montagna, il valore dell’alpinismo viene sminuito e forse decade del tutto, in favore di una mera e irreale esaltazione dell’ego che può portare gli alpinisti a perdere il senso delle cose e a ricercare un mondo virtuale in cui regna la vanagloria da primedonne.
La Montagna rappresentava per me qualcosa di permanente al contrario di tutti noi piccoli uomini che passiamo velocemente … Non rimaneva che essere leali, corretti e disturbare il meno possibile  con azioni umane poco invasive.      Forse tutto ciò era nell’aria e proprio in quegli anni si poteva intuire un nuovo modo di arrampicare e di fare alpinismo, ad iniziare da un rinnovato rispetto per l’ambiente e di valorizzazione dello stesso. Purtroppo, invece di scegliere questa strada che sembrava la più logica e opportuna, il bisogno umano di cercare di apparire ad ogni costo ha prevalso nell’ultimo e successivo periodo alpinistico del Gran Sasso, dando alla luce una serie di itinerari minori di poco conto, attrezzati con dubbia coerenza e tracciati, a volte, perfino dove già si passava in precedenza, con grande mancanza di rispetto umano e ambientale.      Per me, dunque, la salita a ogni costo, inclusa l’idea di piantare una fila ininterrotta di chiodi per risolvere i problemi più complessi, rappresentava un passo indietro e non avrebbe avuto senso. A quel punto, sarebbe forse stato meglio aprire le ultime vie dall’alto ma, così facendo, si sarebbe eliminata la possibilità di risolvere in modo tradizionale i problemi simbolo del Gran Sasso.
Qualcuno avrebbe pensato di usare molti chiodi per la progressione e toglierli, lasciando a bocca aperta i ripetitori, ma anche questo per me era un modo di girare intorno al problema e un modo di ingannare gli altri oltre che se stessi: a parte quelle veloci (dadi, friend ecc.), le protezioni non dovevano sostanzialmente essere rimosse, o almeno solo in piccola parte, un po’ per chiarezza e correttezza, ma anche perché bisognava evitare di rovinare la roccia, cosa che avviene regolarmente chiodando e schiodando.      
Poco tempo addietro con Andrea e Marco facemmo capolino sotto la Farfalla ma riuscimmo a salire solo pochi metri. Abbandonai quindi temporaneamente l’idea, sapendo di avere bisogno di maggiore motivazione ed esperienza.
La Farfalla sicuramente non aveva fretta. La parete Est del Corno Piccolo è certamente meno selvaggia e complessa del Paretone e quindi il Pancione mi sembrava più vicino e raggiungibile e iniziò così ad attirarmi come una calamita.
Era dunque l’estate dell’82 quando la grande placca continuava a distogliere la mia attenzione dalla ricerca di un volto cui poter condividere il tentativo di salita. Siccome il progetto era considerato praticamente impossibile, il mio compagno di cordata si era tirato indietro proprio all’ultimo minuto. In realtà, non sono mai riuscito a condividere appieno la mentalità di molti alpinisti che riescono a fare salite importanti legandosi a chiunque. Per me i valori umani sono sempre stati determinanti, insieme all’amicizia, ma in quel periodo i miei compagni di cordata non erano più a Roma e quindi ero praticamente rimasto solo.   
E la realtà era semplice e chiara: se non trovavo un compagno non mi sarei avventurato sul  Pancione. Ero quindi disposto a condividere l’esperienza anche con un estraneo. In fondo, in questo caso, il confronto principale l’avrei avuto con la placconata, e queste erano le regole: sarei passato solo se il Pancione me lo avesse consentito, con un minimo uso di mezzi. In sostanza, 8 o 9 chiodi, 7 o 8 dadi e 4 spit dovevano bastare, anche perché non possedevo altro materiale ! La sensazione di stare per affrontare qualcosa di più grande di me mi ricordava la sensazione che avevo provato la prima volta che lessi dell’antico detto orientale “Cavalcare la tigre”. Non avrei dovuto più cercare di immedesimarmi nella  scena cui il detto fa riferimento, era sufficiente guardare in alto … Se esiste un modo di non soccombere di fronte a cose più  grandi di noi, esso consiste nel riuscire a starci sopra e a non farsi travolgere.  Quindi, bisogna innanzitutto mantenere la calma per cercare di capire se è possibile e come si fa. Un sistema di fessure verso sinistra mi avrebbe portato sotto la pancia, continuando in fessura sarei uscito dagli strapiombi e avrei proseguito fin quando la fessura diventava sempre più esile per morire infine nel centro della placca. Questo doveva essere il punto chiave: grande esposizione con forti strapiombi sotto, placca liscia e povera di appigli sopra ...
Alla fine proposi il progetto a Massimo che non si fece pregare e riuscimmo a salire la pancia uscendone a destra. In realtà, nel punto in cui la fessura terminava, avevo individuato la linea più logica sulla sinistra ma, avendo il mio compagno voluto portare solo mezzo litro d’acqua in due, la mia gola non ne volle più sapere e si rifiutò di parlare già all’uscita dallo strapiombo, quando tentai di dare il comando del “molla tutto”. Nella speranza di trovare un passaggio più umano, uscii così verso destra, tutt’altro che facilmente, con un’arsura indescrivibile.      Due mesi più tardi ritornai insieme a mio fratello Roberto e a Massimo per proseguire lungo la linea che appariva la più logica. Fu eccezionale la prestazione di Roberto che, pur avendo ancora poca esperienza, riuscì a superare senza mai appendersi alla corda il tiro chiave del traverso.      Sicuramente “Cavalcare la tigre” è stata determinante nella mia formazione e ha contribuito ad ampliare gli orizzonti mentali. E’ sicuramente stata un punto di riferimento per le altre salite storiche come la prima ripetizione e prima solitaria di “Cavalcare la tigre”, “Il Nagual e la Farfalla”, “Golem”, “Baphomet”, “Kronos” e “Alba di luna”, ma anche le prime invernali del Paretone e la grande avventura della Prima Invernale al Cerro Torre.      Il detto dell’estremo oriente mi ha sempre accompagnato nell’alpinismo esplorativo di alcuni gruppi montuosi e soprattutto mi ha aiutato a credere nelle idee giuste anche quando queste risultavano celate ai più: lo sviluppo del Metodo sulla tecnica dell’arrampicata è nato anch’esso dalla ricerca di una via che veniva esclusa per partito preso dall’ambiente arrampicatorio perché ritenuta impossibile … ma questa è un’altra storia.                          

mercoledì 17 gennaio 2018

UNA CRESTA SENZA FINE PARTE 8


DOMENICA 23 AGOSTO

Per tutta la notte il tetto di lamiera per la caduta di neve e grandine. Quando smettono le raffiche di vento, sogno il bel tempo. Ore 4 del mattino: un bello strato di polvere ricopre il balcone metallico. Il bivacco sembra un'imbarcazione perduta in un oceano di bruma. A tratti riesco a scorgere a mala pena la prua del naviglio formato dalle Aiguilles de la Fourche. Posso scegliere se metter fine al mio periplo o infagottarmi per l'attesa. Le due cordate si nascondono nei Gore-tex e cominciano la discesa.
Io resto. Il maltempo non molla. Mi sento impotente. Non ho alcuna distrazione. Niente fornello: niente neve da fondere. Niente cibo: niente pasti da preparare. Nessuna lettura, quindi nessun universo i cui rifugiarmi. Sprofondo nel libro di rifugio. Guardo sfilare tutte le nazionalità, poi cado sulla scrittura tonda e regolare di Gian Carlo Grassi. Un'emozione intensa. Chiudo il libro.
Le ore passano, cullate dalle raffiche di vento. Perché aspettare? Aspettare cosa? Sono già salito al Monte Bianco. Più volte. Da tutti i versanti. Le difficoltà sono passate. Ma non riesco a decidermi a scegliere, a non terminare del tutto il mio progetto. Il mio piacere sta anche nell'atto di passare per il Monte Bianco, di correre lungo le creste di Bionnassay, di scendere lentamente per i Dômes de Miage e l'Aiguille de la Bérangère. Il piacere della "mia" traversata è percorrerla sino in fondo, senza rotture.
Ho voglia di scendere, di stare con i miei.
Non ho più voglia di scendere. Vorrei continuare ai di là. Sono completamente solo e comunque sto bene. Compiacenza dell'ego o serenità? Una moneta a due facce. Mi sorprendo a immaginare di andare avanti. Non risalire il Miage, ma andare avanti sul Picco Monte Bianco e seguire le montagne fino a sud. Mi sento in profonda mutazione. Ho voglia di altre montagne, più lontane, più grandi. Permetto a certi sogni, che avevo lasciato assopiti, di riemergere.
La nebbia diventa rara.

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domenica 14 gennaio 2018

A PIEDI DA CASA



Che poi, a me, ogni tanto piace farla, è lì, sopra casa, la vedo tutti i giorni, quando il mio umore è ALTO e quando è basso ... Non devo nemmeno prendere la macchina per raggiungerla, alcuni passi sono magari unti, se non tiri niente ci sono due passaggi di sano e puro Sesto grado. Se tiri ... 😉😉 sì! perché le ferrate vanno salite come si salgono le ferrate è bella, aerea e solare, se non vai troppo tardi ... ci incontri tanta gente a volte, educati e maleducati, anche io a volte che sono educato, divento maleducato .. dipende dall'occasione.
E' una bella ferrata, A ME PIACE.