martedì 21 novembre 2017

lunedì 20 novembre 2017

LA SPALLA E IO



Che strano che oggi sia qua, strano ma non più di tanto. Il dottore che mi ha visitato facendomi eseguire banali movimenti, con  una ecografia ed una risonanza tra le mani a facilitare il verdetto, ha sentenziato "Non opererei, deve tener duro e non fare il duro, niente più sforzi in verticale". 
Credo che la sentenza verso la montagna e il mio andare in montagna sia stata prodotta soltanto quando ho dichiarato la mia passione al riguardo. Strano che il dottore non abbia escluso assolutamente il Lavoro, alzare pannelli, e montare strutture, crea solo beneficio!!!
Io sono qui, davanti e sopra di me una cresta che ben conosco. Lei, che cambia sempre a seconda delle stagioni e delle “condizioni” . Io, che amo questa galoppata classica verso il cielo, oggi più che mai. Oggi che il dottore non c’è, posso fare di testa mia, perché solo lei, la mia testa può guarire la mia spalla, la mia voglia e quello che sono.
Un paio di ramponi nuovi: li ho comprati non perché mi servissero realmente, ma perché con quelli posso guardare avanti; una sola picozza in mano, ma forse oggi con questo ghiaccio sottile appena incollato alla roccia, il buon senso avrebbe potuto consigliarmene due. Ormai sono qui e tornare indietro  è complicato.
Che bello salire, leggero e attento, che belli questi ramponi dal prezzo economico … io sono un Alpinista, e se anche avessi ramponi più costosi credo che mi comporterei da Alpinista, stessa fatica, stessa paura, stesso godimento.
Il freddo entra e esce dalla punta delle dita. La conosco questa strana sensazione, l’aria è leggera, pungente e quel cielo limpido, difficile da colorare, da sporcare …

Sulla Cima c’è altra gente, ma io saluto poco, oggi è così, niente saluti, niente di niente, oggi sono io e la mia spalla che mentre scendiamo si fa sentire pungendomi, si fa sentire e mi sussurra: “Ivo, mi ci vorrà un po’, ma ti prometto che guarirò, però tu, devi portarmi in montagna, sulle tue, sulle nostre montagne!”

PROMESSO!
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domenica 19 novembre 2017

GRAN DIEDRO D'INVERNO



Testo di MICHELE CISANA detto "IL CISA"


IL TEMPO CANCELLA I RICORDI?
Estate 2015: in questa torrida estate mi ritrovo a salire lungo un bel diedro svasato, povero di appigli, su una parete orobica solitaria. In sosta, mentre recupero il compagno, penso a questa montagna, il Pizzo del Salto, della quale fino a qualche anno fa non conoscevo quasi nulla. Sapevo qualcosa per aver letto avidamente il libro “Orobie, 88 immagini per arrampicare” e sapevo anche che due amici, nel lontano 1987, avevano salito una via lungo i suoi diedri centrali. Punto. La mia conoscenza si fermava lì. Ora mentre salivo proprio la via aperta dai due amici godevo metro dopo metro questa fantastica e alpinistica ascensione, un piccolo capolavoro di logica sulla selvaggia parete nord est della montagna.

Inverno 2015: un sasso sotto la schiena mi tormenta e mi sveglio dal torpore. I piedi sono freddi. Dove sono e, soprattutto, cosa ci faccio qui? Cos’è questa luce che mi illumina? Chi dei miei compagni è sveglio e mi punta contro la frontale? Tolgo la testa dal sacco e assisto ad uno spettacolo fantastico, emozionante! La luna piena illumina tutta la parete e la valle sotto di me. Ora è tutto chiaro...

Stiamo bivaccando ormai da 13 ore, su quella parete di cui avevo goduto pienamente quest’estate. Anche se il freddo non è intenso, mi sento anchilosato, gambe e schiena dolgono per la scomoda posizione. Alzo lo sguardo e, nella penombra, individuo le sagome dei miei compagni che sono appollaiati come me a poca distanza.
La testa ritorna indietro di qualche ora e ripercorre la giornata appena trascorsa, una giornata piena, iniziata prestissimo, al limite dello ieri... con un lungo avvicinamento al buio, continuata con un’impegnativa scalata su roccia resa insicura dal freddo, dallo zaino e dalla presenza di ghiaccio e conclusa su questi cinquanta centimetri quadrati di terrazzino appesi sul baratro. Sono tornato qui per salire la montagna nel periodo meno adatto, l’inverno; sono qui con due Amici, con i quali condividere pienamente le emozioni e le paure.
Sono qui perché volevo a tutti i costi essere qui. Senza comodità, senza cibo, senza affetti: quelli li abbiamo lasciati a casa, ad aspettarci. Forse è proprio in queste situazioni che la montagna ci insegna ad apprezzare maggiormente la nostra vita. E forse è anche per questo che noi alpinisti continuiamo ad andare e tornare.
E’ quasi giorno e la voce di Ivo mi riporta alla realtà: oggi è il giorno decisivo, oggi si esce. Il nostro “Desmaison della bassa”, appellativo con il quale ieri abbiamo soprannominato Ivo, è carico e si sta riscattando per un’invernale sfumata qualche giorno prima. “Bello, bello Cisa! Questa sì che è una signora invernale, impegnativa!” esclama.

Alle 6.30 siamo già fuori dal sacco; senza nemmeno fare colazione, ci prepariamo ed attacchiamo decisi il diedro ghiacciato. Qui Ivo dà prova delle sue grandi capacità: attacca il diedro con una grinta da far paura, un diedro di trenta metri intasato di ghiaccio che gli richiederà oltre due ore di sforzi intensi per essere superato, senza piccozze, con l’adrenalina a mille per la difficoltà e la pericolosità. Un tiro da far rabbrividire chiunque non abbia grande esperienza di scalate invernali. I chiodi sono coperti dalla neve e sostiamo su due massi incollati al ghiaccio...
Il tiro successivo ci dà ancora del filo da torcere; quello che d’estate è un tranquillo tiro di V grado si sta rivelando insuperabile; Ivo sale, scende, bestemmia, risale... Maledice la parete. Solo dopo immensi sforzi fisici e soprattutto mentali esce dal diedro e raggiunge il chiodo; sotto tiriamo un sospiro di sollievo. La tensione, gestita perfettamente il giorno prima, ora è alta: la parete si sta difendendo con le unghie ma noi non molliamo... Il pensiero di non riuscire a passare si fa vivo.

Due ore dopo ci ritroviamo tutti e tre su un terrazzino innevato alla base dei diedri finali; quattro tiri ci separano dalla vetta ma ormai sappiamo che usciremo. La stanchezza ci assale; il freddo, lo zaino, il poco cibo ci stanno un po’ provando. Ma teniamo duro, come diceva qualcuno: “non siamo qui per divertirci!”
Sugli ultimi tiri togliamo i ramponi e, scalando con gli scarponi sulla roccia più pulita, riusciamo a goderci anche l’arrampicata. Un ultimo muro, un traverso, la cresta e la tanto agognata vetta! Un urlo di gioia, forti strette di mano e pacche sulle spalle. Bravi, siamo stati bravi ci diciamo. Ora, al caldo del sole, sorridiamo e sdrammatizziamo dopo la tensione accumulata.

“Domani non ci ricorderemo già più nulla della tensione passata” dice Ivo. Forse è vero, il tempo cancella i ricordi. Quello che è certo, e rimarrà sicuramente in noi, sono le due stupende giornate che abbiamo passato insieme, le emozioni e le paure vissute cercando poco alla volta di corteggiare la nostra montagna. Due giornate piene di vita!





IO MICA CI CAPISCO TANTO!
Non ho mai capito se provo godimento o delusione. Eppure non è la prima volta che “partecipo” a salite scomode! Due Amici mi “offrono” un'occasione da non lasciarsi scappare, un viaggetto al fresco della Nord-Est del Pizzo del Salto, Montagna Orobica dall’imponenza accentuata. Sono passati quasi trent'anni da quando, giovane e con i capelli lunghi, salivo completamente slegato in compagnia dei miei pensieri il Gran Diedro... ed ora, come sarà? Accetto volentieri e colgo al volo l’occasione!
Scarponi, scarpette, ramponi, roccia sana e pilastri in bilico, neve e ghiaccio ad intasare fessure. Una progressione lenta, dettata dal dover cercare l’appiglio, il movimento e l’adrenalina giusta, un bivacco scomodo, ma fuori dal proprio letto, tutto è scomodo!
Sono contento mentre i raggi solari illuminano il mio viso sulla cima, contento di essere uscito dall’ombra, contento di non avere sbagliato appiglio, movimento o attimo. Godimento? Delusione? Non mi è dato saperlo, un istante prima era nausea, un attimo dopo felicità! Questo è il mio alpinismo, vecchio, scontato... classico! Buon anno a tutti e che arrivi la neve a seppellire altre malsane idee!
ivo

via del Gran Diedro, parete Nord-Est, Pizzo del Salto (2665m) Orobie Valtellinesi
1° salita: Achille Nordera e Guido Riva 13 agosto 1987
1° invernale: Michele Cisana, Michele Pezzoli e Ivo Ferrari il 27-28 dicembre 2015













GRAZIE AI DUE "MICHELE" ...UNA BELLA ESPERIENZA CHE MI è RIMASTA DENTRO.
GRAZIE

martedì 14 novembre 2017

DONNE IN INVERNO



LEONESSE D’INVERNO di Wanda Rutkiewicz

1978. Quando ho letto questo scritto sono rimasto impressionato dalla determinazione. Nessun titolo potrebbe essere più appropriato: Leonesse


***


Per la prima volta le donne avevano superato d’inverno una difficile parete alpina, che fino ad allora era stata scalata solo da uomini. La parete non era diventata più facile soltanto perché noi l’avevamo scalata. Quattro di noi vennero a Zermatt nel febbraio 1978 con l’idea di essere la prima cordata femminile a scalare la parete nord del Cervino in inverno. Eravamo: Anna Czerwinska, Irena Kesa, Krystyna Palmowska e io, come leader. Il nostro programma era di fare un campo base al rifugio dell’Hörnli, 3260 metri, il quale però non era molto attrezzato per un soggiorno invernale. Ma da lì avremmo portato gli approvvigionamenti più in alto al rifugio Solvay, a 4003 metri sulla Cresta dell’Hörnli, dove ci saremmo acclimatate e avremmo fatto un’arrampicata di ricognizione, cosa importante visto che era la via da cui speravamo di scendere dopo aver raggiunto la vetta. Riuscimmo a fare tutto questo dal 21 al 28 febbraio, anche se le condizioni della montagna erano difficili e c’era un grande rischio di valanghe dopo lunghi periodi di pesanti nevicate. Sulle Alpi Pennine c’era bassa pressione, con venti provenienti da ovest. Ulteriori nevicate erano state previste, così ci trattenemmo a Zermatt per qualche giorno. Per assicurare buone comunicazioni dal rifugio dell’Hörnli e durante la scalata, prendemmo in prestito un radiotelefono e ci accordammo con l’eliporto locale per avere un rapporto continuo sulle condizioni del tempo.

Il 3 marzo ci arrampicammo ancora all’Hörnli, non con perfette condizioni meteorologiche, ma sperando che almeno si stabilizzassero. Il 7 marzo alle tre del mattino uscimmo dal rifugio, per cominciare ancora di notte la scalata della parete nord del Cervino. Verso la metà del primo pendio di neve, un uomo e una donna giapponesi ci raggiunsero. Avevano seguito le nostre tracce, e per un po’ arrampicammo insieme, cosa che aggravò il pericolo generale. Essendo in due, i giapponesi avrebbero dovuto superarci, ma non ne erano in grado. Accelerarono soltanto la notte del secondo giorno di arrampicata, grazie all’aiuto di un altro gruppo di tre giapponesi, che avevano superato entrambi i gruppi procedendo molto velocemente, e che erano in grado di portare con loro gli altri due. Giunte alla fine del pendio di ghiaccio della parte inferiore della parete, arrivammo a una parte intermedia molto difficile, un largo canalone roccioso, in parte ricoperto di ghiaccio e neve. Ma c’era meno neve di quanto ci aspettassimo, meno che d’estate, e il ghiaccio era molto duro perché la temperatura era ancora sotto zero. Sistemammo il primo bivacco dopo aver arrampicato per 500 metri, fin quasi a metà della parete; quello dopo fu alla fine del canalone, 250 metri più in alto, e venne raggiunto di notte con l’aiuto delle lampade frontali. Il terzo ed ultimo bivacco, l’unico davvero comodo, fu sistemato sulle nevi sommitali, a circa 250 metri dalla cima. Di notte avevamo giacche e pantaloni di piumino e coperte da bivacco. Dopo il secondo bivacco, dato che la roccia sopra il canalone era molto ghiacciata, scegliemmo un percorso alternativo, tecnicamente più difficile, ma più breve: una traversata esposta sulla destra su roccia friabile. Era spiacevolmente paurosa, e inoltre seguita da un breve tiro verticale di V grado. Dopo questo, il percorso era innevato, su terreno roccioso ma non troppo difficile, verso la Cresta di Zmutt, e portava proprio sotto la vetta. Sfortunatamente, si era alzato il vento, solo tempestoso all’inizio, poi sempre più forte il terzo giorno, finché non fu come un uragano. Non potevamo raggiungere la vetta come speravamo. Una volta giunte sulla Cresta di Zmutt, decidemmo di scendere per trovare un riparo da quel vento feroce. Quel giorno e il successivo, il vento costante e le temperature di -10°C provocarono a Irena Kesa congelamenti e ipotermia. Non appena capimmo le sue reali condizioni, il problema più urgente fu di trovare un riparo per proteggerla da un’ulteriore perdita di calore corporeo. La parete nord del Cervino è nota per la scarsità di luoghi riparati dalle intemperie. L’unico punto che trovammo era sulla Cresta di Zmutt, solo 20 o 30 metri dalla vetta. Krystyna Palmowska salì sulla cima, mentre il resto di noi portò Irena al bivacco e la avvolse di coperte più velocemente possibile. Era il primo pomeriggio. Anche se non immaginavamo alcun tipo di salvataggio con quel vento e quella visibilità ridotta, avevamo già chiamato aiuto per radio durante una sosta temporanea a 80 o 100 metri dalla vetta. Non avendo nostre ulteriori notizie, i giornalisti a Zermatt pensavano che avessimo lasciato perdere il tentativo, anche se il percorso diventava ora abbastanza facile. Nonostante il buio e il vento a 120-130 km/ora, alle otto di sera arrivò un elicottero, guidato dal fantastico Toni Loetscher. René Arnold e Alfons Lerjen si calarono sulla corda per evacuare Irena, e anche Krystyna dalla vetta.
Anna Czerwinska ed io avevamo sperato, nella mattina, di scendere da sole giù verso la Cresta dell’Hörnli, ma gli uomini del salvataggio insistettero per l’abbandono dell’impresa causa le impossibili condizioni. Irena fu trasportata immediatamente dalla vetta alla clinica di Visp, dove rimase dal 10 al 14 marzo. Dopo passò dieci giorni in una clinica di Innsbruck specializzata in casi di congelamento. Grazie alle operazioni di salvataggio e alla cura immediata, non ci furono amputazioni e Irena si riprese completamente. La prima scalata invernale della parete nord del Cervino fatta solo da donne suscitò grande interesse in Svizzera e in altri paesi alpini. La radio, la televisione e la stampa riportarono ogni dettaglio con precisione. Erano state fatte delle fotografie durante l’ascesa, quando le condizioni lo permettevano, sia dall’elicottero sopra di noi, sia da lontano con un teleobiettivo da 500 mm. L’equipaggio dell’elicottero di soccorso corresse l’equivoco che avessimo abbandonato l’impresa quando avevamo segnalato per radio il problema di Irena e confermarono poi che in realtà avevamo raggiunto la vetta. Titoli di giornali e riviste acclamarono la nostra “Grande Vittoria” e “L’impresa magnifica delle donne polacche”. Il bollettino della sezione di Zermatt del Club Alpino Svizzero dedicò un’intera edizione alla nostra scalata, facendo notare che era la prova definitiva che le donne fossero in grado di raggiungere altissimi livelli nell’alpinismo e di sopravvivere anche nelle condizioni più sfavorevoli. “Le donne polacche hanno aggiunto un nuovo capitolo alla lunga storia della conquista del Cervino,” si disse, “dalla prima salita di Whymper nel 1865 e dalla prima scalata della parete nord nell’estate del 1931 da parte dei fratelli Franz e Toni Schmid.” E’ vero che ci furono altre voci, all’estero e in patria, che scelsero di mettere in questione l’adattabilità delle donne a questo tipo di sfide. E certamente rimane la questione perenne: perché l’alpinismo? Nessuno è stato capace di dare una risposta soddisfacente. Bisogna accettarne la validità senza una reale giustificazione. Nel nostro caso, i fatti stessi erano sufficienti. Per la prima volta le donne avevano superato d’inverno una difficile parete alpina, che finora era stata scalata solo da uomini. La parete non era diventata più facile soltanto perché noi l’avevamo scalata. A metà marzo di quell’anno, l’elicottero dovette salvare un gruppo di uomini austriaci sulla parete nord del Cervino, e pochi giorni dopo morirono quattro uomini tedeschi . Trovammo ripagante l’attenzione ricevuta in Svizzera. Durante la sua permanenza in ospedale, Irena fu circondata di gentilezza e simpatia da molti sostenitori. Il suo primo bouquet fu del pilota svizzero dell’elicottero di salvataggio: una delle più difficili operazioni di soccorso che tutti dicono abbia condotto. La storia di Irena
Irena Kesa era la più giovane delle quattro. In quel periodo era una studentessa di educazione fisica con idee rigide sulla dieta. Aveva ridotto il fabbisogno calorico evitando zuccheri e grassi e sostituendoli con latte, pesce e riso: una dieta insufficiente per un’impresa con un freddo invernale così estremo. Cominciò a soffrire di geloni il secondo giorno, anche se c’erano già state delle avvisaglie durante la ricognizione sulla Cresta dell’Hörnli, quando aveva perso i guanti nel bel mezzo di un tiro di corda e aveva continuato senza. Al rifugio Solvay si era lamentata della perdita di sensibilità di mani e piedi e noi altre facemmo a turno per massaggiarla. Sembrava tutto a posto, forse era solo un po’ tesa, quando eravamo pronte per la scalata principale. Irena ha scritto di quella sensazione di tensione prima della scalata: “Non è che avessi paura della Parete di per sé, visto che avevo fatto arrampicate ben più difficili tecnicamente, ma questa era più spossante dal punto di vista delle condizioni del tempo. Avevo paura che fosse troppo per noi e che avremmo dovuto tornare in Polonia a mani vuote. Il fatto che dovessimo sederci e aspettare presso l’Hörnli, senza fare niente, e che così tante persone stessero aspettando di salire, era uno stress con forte impatto su di me, anche se non dicevo nulla. Sentivo il fardello di responsabilità e un senso di obbligo nei confronti della missione. Tutto sembrava puntare nella direzione del fallimento, e io sentivo che tutto quello che avremmo raggiunto sarebbe stata una totale confusione.” In un articolo sulla rivista polacca Taternik, ha raccontato delle sue condizioni precarie durante la scalata: “Sentivo gli effetti del freddo accumularsi fin dal bivacco della notte precedente sulle parete nord del Cervino. Sforzandomi, cercai di controllare il terribile dolore nelle dita della mano destra, e solo allora capii che anche le gambe erano coinvolte. Il dolore delle dita non diminuiva, ma peggiorava e gradualmente apparvero delle vesciche. Tutto diventò un tremendo sforzo, persino preparare il bivacco o filtrare il tè. Cercai di addormentarmi. La mattina, il vento era calato un po’, anche se c’era un freddo terribile. Dovevamo comunque partire. Le altre erano forti e in forma, ma io mi sentivo sempre peggio. Verso mezzogiorno non ero più in grado di muovere le gambe. Avevo perso la sensibilità in tutte le articolazioni, non potevo neanche reggere la piccozza. Avevo difficoltà di respirazione. Sentivo che stavo lentamente perdendo la vita. Le ragazze decisero di chiamare aiuto via radio. Io mi misi nelle loro mani.”


Tratto dalla: “La Grande Montagna” Ed. DeAgostini

SERATE SCI RIPIDO A LECCO



lunedì 13 novembre 2017

INVERNALE CIMA D'AMBIEZ

http://www.summitpost.org/cima-d-ambiez/154208


FOX-STENICO  in PRIMA INVERNALE di Gianni Mazzenga
14 Marzo 1965

"Alle 5, con un passaggio di "misto" usciamo dal rifugio e una meravigliosa coppa di stelle ci sovrasta.
Pensieri, preoccupazioni, dubbi e ansietà di misurarmi con la parete mi riempiono il cervello durante la marcia di avvicinamento. Dove il pendio diventa troppo ripido togliamo gli sci piantandoli nella neve ed estraiamo le corde. Con la piccozza attraverso il pendio che porta alla cengia d'attacco. Mi raggiunge poi Ambrogio seguito a breve distanza dagli altri due amici. La cengia estiva è ora trasformata in uno scivolo più o meno ripido di neve instabile. Il mio procedere scalinando la neve con la sferragliante piccozza in mano può erroneamente far credere che mi sostenga sulla neve; in pratica molto raramente abbandono la solida roccia. Lunghi chiodi e cordini interrompono le lunghezze di corda. Un breve salto di roccette innevate mi porta all'inizio delle difficoltà.
Riordiniamo il materiale; chiodi, cunei e moschettoni escono dai sacchi. La temperatura ci permette di arrampicare in maniche di camicia. Non ho mai capito perché,  ma quando si arrampica d'inverno il sacco è sempre enorme e pesante.
Riconosco il passaggio iniziale. Ho già percorso questa via all'età di 18 anni ed è stato il mio primo 6°. Il pensiero mi riporta a passaggi estremi, a corde penzolanti nel vuoto, a sei chiodi in 400 metri. Oggi voglio ridimensionare almeno parzialmente queste difficoltà e cancellare quei ricordi spaventosi che mi hanno assillato per sei anni. Chiedo perciò ad Ambrogio di lasciarmi in testa nella prima lunghezza che è considerata una delle più difficili.
Percorrendo la breve lunghezza di corda che conduce al primo terrazzo, la stanchezza delle braccia mi fa riesaminare gli allenamenti fatti durante l'inverno: tanti discorsi e progetti inframezzati da qualche breve uscita domenicale. Ma le difficoltà, fin qui, non sono sovrumane. Mentre assicuro Ambrogio, guardo la lunghezza di corda seguente: senz'altro là si concentrano i passaggi difficili, quelli che fanno sentire il peso del corpo sul vuoto mentre la mano cerca in vano un appiglio. Non ci sono dubbi. Ora che il compagno mi raggiunge sono perfettamente convinto che proprio lì ritroverò la Fox-Stenico dei miei ricordi.
"Ambrogio, lasciami fare ancora questa lunghezza".
Acconsente. Un chiodo, qualche appiglio, una fessura con un cuneo, delle gran bracciate in una meravigliosa arrampicata libera e con un grande fiatone riesco a depositare il sacco e me sul terrazzino seguente.
Mi sono sbagliato ancora una volta. La mia Fox-Stenico non era qui. Senz'altro è nella lunghezza seguente. Recuperando le corde mi godo lo spettacolo che mi attornia. Rocce gialle sovrastate da affilate creste di neve, cime a me famigliari,  le tracce dei nostri sci che uniscono la base della parete con il rifugio Agostini e si perdono poi giù nella valle. E attorno un mare di nubi che si stende in tutte le direzioni con una regolarità perfetta fino all'orizzonte. E' tutto ciò visto dalla verticalità di questa parete, mentre sto realizzando il mio progetto, che mi ha portato qui per la prima volta nell'inverno del '61 e che negli ultimi tempi era divenuto un magnifico sogno e forse anche un incubo febbrile. Le lunghezze di corda si susseguono velocemente in una fantastica arrampicata libera. Io alla ricerca delle difficoltà dei miei ricordi, Ambrogio nella sua tranquilla e sicura arrampicata, rassegnato al mio stato d'animo. 
I due lombardi, ora divenuti amici, ci seguono(Giorgio Brianzi e un amico).
La roccia non è più verticale e l'acqua che cola ci fanno capire che la vetta è vicina. Alle 14 siamo sulle facili rocce della cima. La stupenda cavalcata in arrampicata libera si è conclusa a sole quattro ore e trenta dall'inizio. Siamo tutti felici e io forse più degli altri, perché ho coltivato più a lungo questo sogno.
Non ci fermiamo a riposarci. Solo quando un terrazzo grande ci riunisce nella scelta della discesa, ne approfittiamo per scambiare qualche parola. Ci parleremo questa sera durante il bivacco ... o in rifugio forse.
Tutta la neve che non abbiamo trovato in salita la troviamo ora in discesa. Si perde quota in arrampicata e poi giù a doppie, in un freddo canale di ghiaccio e di neve. Ci rendiamo conto che le manovre su questo terreno ci portano via un sacco di tempo. A brevi intervalli qualche cascatella di neve farinosa e ghiacciata mi cade addosso e giù per il collo facendomi provare una delle più piacevoli sensazioni dell'alpinismo invernale!
Il sole è oramai tramontato.
La bianca luce della luna, veramente provvidenziale, illumina la parete a giorno. Mi trovo a ripercorrere la cengia in senso inverso a questa mattina, arrampicando e chiodando senza il bisogno della pila. Giochi di luci e di ombre si proiettano sulla conca d'Ambiez".

Rivista mensile Cai 1965 pp.206-210

domenica 12 novembre 2017

Narrativa minuscola N1


Ivo e l'omino nero

"Ehi, tu, omino Nero, che stai facendo?"

<<Sto entrando in te!>>

E qui è giusto dire che il palmo della mia mano si sposta velocemente tra le sacre natiche.

“Entrando in me? E per far cosa?”

<<Voglio prendere il tuo corpo e portarlo nel PESTORLATORIO per  …pestorlarlo per bene!  >>

E qui è giusto spiegare che, il Pestorlatorio, non è altro che il luogo dove l’essere umano che si crede ancora in forma, viene messo sdraiato all’interno di un marchingegno tipo Macinino e, appunto, pestorlato, gibollato, maltrattato per bene.

“Ma perché, io! Cosa ti ho fatto, per anni non ho dato fastidio a nessuno, lavorato e rispettato le false regole inventate da uomini falsi, perché io?”

<<Scelgo a caso, estraendo una o più persone al giorno, tutti finiscono al PESTORLATORIO, oggi ho scelto te> >>
“Cavolaccio, proprio ora che ho, grazie ad un Amico, occasione di cimentare il mio fisico in una bella ideuzza, non potresti rimandare dopo l’inverno, ti chiamerò io e ti seguirò nel PESTORLATOIO, senza protestare?”

<<Facciamo così, furbetto, ti lascerò l’inverno, ma per ricordarti il tuo appuntamento e per far sì che tu non faccia il furbo ….ecco, da oggi in poi avrai una spalla funzionante al  …vediamo, facciamo ….50 per cento!, poi la prossima estate farò il resto, e sappi, come ti ho già detto, che tocca a tutti, più passa il tempo, più ti allllungano (vedi quante L ho usato) la data al pensionamento e più devi essere pestorlato, guai arrivare vecchio senza essere mezzo rotto, la politica, lo stato vuole così e io Omino nero eseguo.