domenica 30 ottobre 2016

FREDDO VERO


“Col binocolo in quelle giornate colorate di bianco e nero, seguivo la loro progressione. Poco prima che venisse buio preparavano il bivacco a suon di “badilate”: osservavo la neve gettata nel vuoto, immaginavo i loro terrazzini spioventi diventare comodi letti destinati alla notte... l’Agnèr era carico, come lo è sempre d’inverno e a valle, alla Locanda, il termometro segnava sotto, molto sotto lo zero”. Così Mauro Chenet ricorda quei giorni di un inverno passato.

Negli anni del secolo scorso, un gruppo di forti alpinisti soggiornava al cospetto delle grandi pareti d’inverno, compiendo con le loro famose “campagne alpinistiche” numerose prime. In Valle di San Lucano sorge, slanciato e ombroso, il Monte Agnèr, il Gigante di Pietra: un appicco maestoso segnato da storiche vie, la Sudtirolesi è una di queste. Mentre il “mondo” alpinistico sembrava rivolto solamente alla stupenda Civetta, la Parete delle Pareti, il Gigante Agordino era, e lo è tuttora, il regno del silenzio.

Alla fine del febbraio 1980, due alpinisti dell’Est arrivano in Valle San Lucano:
“Erano fuori dalla Locanda: due zaini enormi, si gelava e la stufa bruciava legna in continuazione, parlavano una lingua incomprensibile, ma dai loro visi si intuiva determinazione”

Il giorno ventotto viene speso per raggiungere il bivacco Cozzolino: bisogna scavare un trincea nella neve. Ore ed ore di difficile marcia al cospetto di un ombra “gigantesca”, nel silenzio più totale. La “scatola” del Bivacco è riparata, grazie ad un enorme sasso, da pietre, neve e slavine. All’interno, coperte ammuffite e rese dure dall’umidità e dal gelo.


Ventinove febbraio: dopo la solita misera colazione, si esce all’aperto, poca differenza dall’interno, ma un colore diverso... Salire fino all’attacco della Sudtirolesi è complicato d’estate, figuriamoci d’inverno con il canale carico di neve, gli zaini pesano e il freddo è pungente, a nord niente si assesta. Una lunghezza ed il giorno finisce, lasciati i carichi più pesanti alla base si ritorna al Cozzolino per un’altra notte tra le sue lamiere.


Primo marzo: la relazione poco precisa costringe i due Cecoslovacchi ad inventarsi “nuove” e “complicate” lunghezze, forse la relazione è scritta in italiano? Ci si alza piano piano, lunghezza dopo lunghezza, appiglio dopo appiglio... ed è di nuovo notte!
Le notti invernali sono lunghe, lasciano il tempo ai pensieri di scontrarsi tra loro, i dubbi sono sempre in agguato...

Due marzo: quarto e quinto sostenuto, tutto da pulire, tutto da salire... le giornate sono terse, magnifiche, sono invernali...

Tre marzo: i tiri più duri, ghiaccio da spaccare e appigli da ripulire, roccia da chiodare, gli zaini meno pesanti ma il fisico sempre più provato dalla fatica amplificata dal freddo...

Quattro marzo: camini terminali, ancora neve, alle ore quindici due uomini raggiungono prima la cima e poi il bivacco Biasin, sono i soli sulla montagna, hanno appena vinto il Gigante, sono riusciti nell’impresa. Sì, perché salire d’inverno il Gigante non è cosa facile. Poca gloria li aspetta ma tanta, tantissima soddisfazione. La notte al Biasin è più confortevole ed i raggi del sole arrivano a scaldarlo la mattina del cinque marzo. Si scende a Frassené dove la solita “anima” benevola riporta gli Alpinisti in Valle di San Lucano La Sudtirolesi ha avuto l’invernale.

Mauro ricorda ancora:
“Erano lì fuori con un piccolo fornello, non so cosa stessero cucinando, ma la Ester li ha fatti entrare, al caldo. Senza parlare troppo, hanno bevuto brodo e mangiato minestra, erano stati in parete compiendo una salita straordinaria … era bello guardarli, ci siamo scambiati sorrisi e loro hanno voluto il nostro indirizzo, quello della Locanda. Poi, ogni anno ricevevo una cartolina, erano sempre in giro per il mondo a scalare montagne … si ricordavano sempre di quel brodo e quella minestra … era bello ricevere cartoline”



Si ringrazia Josef Rakoncaj

Via Dei Sudtirolesi, parete Nord-Est, Monte Agner (Dolomiti) Apritori: Reinhold Messner, Heini Holzer e Gunther Messner 17-18 agosto 1967Prima Solitaria: Bruno De Donà 16 settembre 1978Prima Invernale: Josef Rakoncaj e Jaromir Stejskal 29 Febbraio 1-2-3-4 Marzo 1980

mercoledì 26 ottobre 2016

IL PULPITO VIA DEL "RICORDO"



TRACCIATO VIA DEL RICORDO ( COSI ME LO RICORDO)

Foto di ELVIO DAMIN https://www.facebook.com/photo.php?fbid=1874901969409487&set=gm.1201125119948420&type=3&theater
CHE RINGRAZIO PER AVERMI "RICORDATO" CON QUESTA IMMAGINE UNA BELLA AVVENTURA VERTICALE CON DUE AMICI, RICCARDO ED ENEA.


da Corriere delle Alpi 2004

Schiara, la Via del Ricordo

«Le alte pareti a picco del Pulpito avrebbero tutti i titoli per attirare l'attenzione dei moderni scalatori estremi», profetizzava Piero Rossi nella celebre guida 'Schiara" data alle stampe negli anni Ottanta. A più di vent'anni di distanza dalla pubblicazione di quel testo, il «poderoso contrafforte che la Pala Bassa protende sopra la Val de Piero» può finalmente vantare una nuova e impegnativa via alpinistica che sale lungo la difficile parete nord. Autore dell'impresa è ancora una volta Ivo Ferrari, arrampicatore bergamasco di Treviglio che da qualche anno ha preso a ben volere gli angoli più nascosti, scomodi e selvaggi dei Monti Pallidi: di casa anche nei più profondi recessi della valle di San Lucano all'ombra dell'Agnèr, Ivo si era già fatto notare nell'estate di quest'anno per la prima ripetizione della Via dei Bellunesi sullo Spiz di Lagunàz, una temeraria ascensione aperta venticinque anni fa dalla cordata Miotto- Bee-Gava. Ma Ferrari non è tipo da riposare troppo sugli allori. Nelle due giornate del 18 e 19 settembre, insieme ai compagni di cordata Enea Colnago e Riccardo Redaelli, Ivo Ferrari ha lasciato la sua firma anche sui 1.671 metri del Pulpito con un nuovo itinerario che è stato battezzato Via del Ricordo: 800 metri di sviluppo e difficoltà fino al VI grado, con un passaggio di A1, sono le caratteristiche di questa via di salita.
Cosa può raccontarci dei due giorni dell'ascensione? «È una scalata che mi è piaciuta molto, sebbene la qualità della roccia non possa essere definita delle migliori. Non capita comunque tutti i giorni di mettere le mani su una parete di quelle proporzioni, sulla quale non esistevano precedenti vie alpinistiche, e posso dunque ritenermi soddisfatto. Il Pulpito è una cima piena di cenge e viàz, attraversamenti che avvolgono i fianchi del monte come tante stratificazioni. La nostra via ha dovuto tenere conto di tutto ciò, tanto che la progressione su roccia è tutto un alternarsi di brevi traversi e strapiombi. A vederla dal basso sembrava più facile, ed ora che la salita è finita la ricordo come un'esperienza impegnativa. La parte bassa, i primi 200 metri in particolare, è composta interamente di macchie d'erba verticali, una caratteristica tipica delle Dolomiti Bellunesi che i miei due compagni ancora non avevano sperimentato di persona. Abbiamo bivaccato circa a metà del percorso, all'interno di una grotta, e siamo usciti sulla cima del Pulpito a mezzogiorno del secondo giorno. Il tempo per fortuna ci ha dato una mano per tutta la durata dell'impresa». Maurice Martin, già segretario generale del Club Alpin Français, sostenne una volta che una valle cosi selvaggia e grandiosa l'aveva incontrata solo durante le marce di approccio ai colossi himalayani. Voi che impressione avete avuto dell'ambiente della Schiara, ed in particolare della Val de Piero? «È un posto affascinante, pieno di salti e torrenti che vengono giù dappertutto. Anche una volta giunti in vetta, il ritorno a valle si è dimostrato particolarmente impegnativo proprio per la natura del territorio. Conoscevo già la Val de Piero perché Franco Miotto mi aveva precedentemente accompagnato per un sopralluogo, ma anche cosi ci sono volute sei ore per tornare alla base, ed un numero imprecisato di corde doppie. D'altra parte, nella zona esiste solo una manciata di itinerari su cenge e viàz dove sono passate poche persone, tra le quali lo stesso Miotto. Si tratta di posti isolati che non saranno mai di moda, cime senza gloria che diversamente dalla Marmolada non godranno mai della benevolenza degli alpinisti. È un ambiente che ricorda un po' le Pale di San Lucano, ma forse è ancora più isolato. Il bello è che in zona c'è ancora molto da fare, ho visto diverse vie che varrebbe la pena di tentare, e c'è solo l'imbarazzo della scelta». Gianpaolo Sani e Franco Bristot, nella recente guida pubblicata da Luca Visentini, hanno definito le vette della Schiara come 'le montagne dei fuggitivi": le sembra una definizione appropriata? «Non potrebbe essere più azzeccata. A tale proposito mi piace ricordare un incontro con degli alpinisti bellunesi avvenuto qualche mese addietro in un'altra località dove si pratica l'arrampicata. 'La Schiara? Non ci andiamo mai, la roccia è troppo marcia, non ne vale la pena", sono state le loro parole. Da un certo punto di vista però è meglio cosi, l'ambiente rimane più intatto. Per quanto mi riguarda spero comunque di tornarci presto, è stata una bella avventura che vorrei ripetere quanto prima».

domenica 23 ottobre 2016

SPIZ DELLA MUSSAIA m.1750 Gruppo della MOIAZZA


Quelle giornate in cui non so bene cosa fare, sento solo la voglia di salire ma, il freddo e la prima neve hanno ricoperto gli appigli più belli, quelli in ombra ... ed io gironzolo fra le montagne che conosco, gironzolo e fischietto una piacevole melodia made in Italy.
Una melodia che è poesia.
L'isola che non c'è chi la mai vista? mi piace fischiettarla e cantarla mentre salgo i poco faticosi tornanti che portano al Rifugio Vazzoler.
L'occhio intanto osserva e riconosce linee, ne immagina di nuove e ripercorre le vecchie. Oggi gira così: silenzio e calma.
Mi fermo, devo fare pipì. L'abitudine acquistata negli anni mi permette di farla senza guardare cosa sto facendo e lo sguardo cade altrove, si deposita su una bella Torre solcata da un evidente serie di diedri. Ricordo quella Torre, ricordo che Ettore me ne aveva parlato... una linea aperta anni fa da suo fratello Ilio e compagno.
E' ora di andare a metterci le mani, il silenzio mi aiuta ad avvicinarmi, fuori moda e sconosciuta, ottima per provarci. Scalare con gli scarponi ai piedi mi affascina, scalare mi affascina ...
La roccia è sana, appigliata e verticale, il freddo non è fastidioso, e l'ambiente ... sì l'ambiente è Ambiente.
In spaccata salgo, le mani nella fessura, qualche cengia sporca di bianco e mi ritrovo sulla stretta Cima, una bella ripetizione, una di quelle che mi avvicina ancora di più a quell'isola ... che non c'è!









BUONE ARRAMPICATE

venerdì 21 ottobre 2016

" ..E FORSE IL FREDDO AIUTERA A TENERE UNITI GLI APPIGLI .."


AD OVEST  D’INVERNO  di Silvestro Stucchi

Nel campo dell’alpinismo invernale in questi ultimi anni si è assistito ad un cambiamento radicale nella scelta dei versanti da scalare. È infatti sempre il versante Sud che attira la maggior parte degli alpinisti. Premetto subito di non essere un “cecoslovacco” né tantomeno un amante del freddo a tutti i costi, ma ritengo che una salita invernale non sia solo una questione di date, ma soprattutto di ambiente.
È con questa idea che insieme a Ivo, decido di effettuare la ripetizione della via “Aste-Aiazzi” sulla Cima della Busazza. La relazione parla di questa via come una delle più friabili del gruppo, ed è forse per questo che in 27 anni conta solo una ripetizione  (Mauro Moretto nel 1987 da solo).
Pochi chiodi, ambiente isolato: questa via fa al caso nostro e forse il freddo aiuterà a tenere uniti gli appigli! È venerdì notte, e per la terza volta arriviamo al Rifugio Vazzoler. Costatiamo subito che la grande quantità di neve caduta in settimana, e in quelle precedenti, ci darà parecchi problemi. Passiamo la notte nel locale invernale, cercando di incamerare più calore possibile, visto e considerato che la temperatura all’esterno è di dieci gradi sotto lo zero. La mattina seguente ci alziamo di buon’ora e, dopo una rapida colazione, incomincia la nostra “avventura”.
Dopo due ore di “lotta” con la neve, raggiungiamo il canale d’attacco. E, dopo esserci preparati per la salita, ci accorgiamo di aver portato un accessorio che purtroppo non ci servirà: le scarpette di arrampicata. Arrampichiamo slegati i primi centocinquanta metri dello zoccolo senza difficoltà. Giunti all’attacco del diedro ci leghiamo, dato che le difficoltà incominciano a farsi sentire. Dopo alcuni tiri di corda arriviamo ad uno dei tratti più impegnativi, e la neve ed il ghiaccio ricoprono gran parte del diedro da salire.
Troviamo, dopo aver scavato nella neve, uno dei tre chiodi lasciati da Aste, ed è proprio quel chiodo che permetterà a Ivo di superare una strozzatura strapiombante. Dopo un alternarsi di tiri più o meno friabili, giungiamo ad una piccola cengia spiovente, dove  -considerata la tarda ora- decidiamo di fermarci per il bivacco. Il posto non è dei più comodi, ma ci ripaga un panorama straordinario: davanti a noi si distingue tra tutte, lei, la Marmolada, Regina delle Dolomiti.
Dopo uno sguardo alle più belle montagne del gruppo la nostra attenzione si sofferma sulle grandi placche lisce alla nostra destra, ove salgono due vie di grande prestigio, quali la Cozzolino e la Casarotto, ben conosciute da noi e dove, chissà, in un prossimo futuro …
Soffia una leggera brezza ed il freddo si fa più pungente, ma la stanchezza sopraggiunge e mi addormento. Finalmente la prima luce dell’alba illumina le vette più alte, a preannunciare che oggi sarà una splendida giornata. Solo trecento metri ci separano dalla cima, ma dopo uno scomodo e freddo bivacco possono essere interminabili. Superiamo a fatica due tiri di corda su roccia friabilissima, finché giungiamo all’inizio di un bel diedro fessurato, al termine del quale troviamo l’ultimo chiodo lasciato dai primi salitori.
Con un traverso verso sinistra raggiungiamo la cresta terminale. Alle 14 di domenica 12 marzo siamo finalmente in vetta. La gioia è tanta da non farci notare una leggera nebbia che sta nascondendo il percorso di discesa. Ci affrettiamo quindi per la faticosa discesa verso il Van delle Sasse. Dopo circa tre ore di cammino giungiamo sula strada che porta al rifugio, e lì finisce finalmente la nostra avventura.
Probabilmente anche l’idea di salire le pareti rivolte a Sud non deve essere poi  così male  …







martedì 18 ottobre 2016

G.A.N PRESOLANA



Anno 2006  "dal diario delle solitarie"

E' un po' che non scalo in Presolana da solo, e in questo periodo sono allenatissimo di testa, il resto bene o male viene da se.
Una sera un Amico mi ha detto che la G.A.N non è ancora stata salita in solitaria e io la G.A.N non l'ho mai fatta, quale occasione migliore per riornare in Presolana.
Ovviamente non aspetto molto, è sabato quando lascio la macchina nel parcheggio di Colere e mi avvio verso il rifugio Albani, l'avvicinamento forse più lungo, ma sicuramente il più  spettacolare ...
Al rifugio mi fermo giusto un attimo, giusto il tempo per ammirare la Grande Nord e proseguo per il versante Ovest. Una cinquantina di metri sotto l'attacco trovo un ottimo "sassone" adatto al bivacco riparato e, visto la mia esperienza decennale di campeggiatore preparo la "cameretta" per la notte. E' ora di mangiare qualcosa ... lo zaino contiene tutto, tranne il mangiare che sbadatamente ho dimenticato in macchina, rovistando trovo qualche eurino e, mio malgrado scollino nuovamente per comprare una fetta di torta all'Albani.
Sarà una cena ristretta, proverò a riempirmi sognando.
Tornato al mio riparo decido di attrezzare prima che faccia buio la prima lunghezza in artificiale, così domani se tutto va bene, scalerò il resto in libera.
Tirando i chiodi e usando le staffe raggiungo velocemente la prima sosta, il tiro artificiale è sotto di me ...bene Ivo, bravo Ivo.
La notte passa "lentamente", un sasso sotto il sedere, un sasso sotto la schiena, un sasso..tanti sassi microscopici che non fanno altro che infastidirmi! Non sono mai stato un bravo campeggiatore e la tenda la monta sempre Federica, come le catene da neve del resto.
Colazione .. briciole di torta e via veloce lungo la corda fissata. Ora si comincia veramente, lego la corda all'imbragatura e con parole chiare e ben scandite dico "Corda seguimi e non incastrarti mai".
L'arrampicata solitaria senza sicura è velocissima, il tempo corre ma anche l'alpinista può correre, niente soste da attrezzare, niente parole inutili, solo movimenti uguali, un susseguirsi di movimenti uguali.
Poco prima della Cima mi riparo sotto uno strapiombo, è arrivato un cattivo temporale, umidità e tuoni, lampi e acqua  ... lo vedo arrivare, scaricare e passare. Sono consapevole che i temporali in montagna siano una brutta cosa, ma (se non succede niente) sono anche affascinanti.
Cima, lunga discesa, nebbia, smantellamento cameretta da notte e risalita al colle, giù all'Albani e finalmente macchina ... Non abito lontanissimo da questa montagna, ma era un po' che non ci venivo .
MOLTO DIVERTITO.














PER saperne di più:
http://vertical-orme.blogspot.it/2013/07/le-pareti-di-ennio.html

BUONE ARRAMPICATE


lunedì 17 ottobre 2016

INOLTRE HO GLI SCARPONI MOLTO, MOLTO CONSUMATI


Mi era nata la voglia di rendere omaggio ad una Montagna che amo, il Monte Agnèr con un libro, non uno scritto di relazioni, una guida  ... ma un libro che raccogliesse la Storia del versante ombroso del Monte, quello che ho salito e conosco di più. Ho iniziato a chiedere, domandare, ricordare, trovare e  unire scritti, foto, testi e cose che non sapevo, la disponibilità è subito stata alta, piano, piano nel mio pc salvavo pagine che aumentavano di mese in mese, una Montagna bella e imponente ricca di storia ... poi uno stop imprevisto, un custode (per educazione e rispetto così mi piace chiamarlo) di storie altrui, storie importanti ha bloccato la mia voglia, ne sarebbe uscito un libro "non finito" e, un libro non finito è un libro non giusto.
Le pagine raccolte sono passate in questo nuovo pc, qualche testo sono riuscito a farlo pubblicare, ma non su carta e la carta sarebbe stato l'omaggio più bello al Monte più bello.
Nel disco che gira ci sono i nomi di chi in questo mio tentativo ha creduto e non finirò mai di ringraziarli ... chissà che un giorno

qualcuno non guardi oltre e riesca a rendere omaggio al Gigante Agordino.


Angel Ursella

il libro

Questo è un capitolo "forte" scritto da Angelo Ursella e pubblicato sul prezioso libro
"Montagne ... e volontà", voglio ringraziare Italo Zandonella Callegher per la sua disponibilità e gentilezza.
GRAZIE ITALO, con Stima Ivo.


SULLA NORD DELL'AGNER  di Angelo Ursella

Il tempo continua bellissimo; da più di un mese le giornate si susseguono una più splendida dell'altra. Il mio sogno per quest'anno è di concludere con la via Jori all'Agner.
Parete nord dell'Agner! Durante la settimana non faccio che pensare a questa salita. Ho indiscutibili vantaggi dalla mia parte: bel tempo e parete asciutta. Ma ci sono anche gli svantaggi: stagione avanzata e quindi giornate corte e temperatura bassa. Inoltre ho gli scarponi molto, molto consumati.
Il 18 ottobre parto per la valle di S.Lucano. Sotto un cielo stellato, tremando per il freddo, sogno il momento in cui raggiungerò la vetta attraverso la parete nord. Passo la notte in un fienile, dormendo tranquillo il sonno del giusto: segno evidente che non sto per fare il passo più lungo della gamba.
Alle 6,30 dell'indomani mi incammino alla volta della parete.
Alla base dell'immane muraglia incontro un cane affamato che cerca disperatamente qualcosa da mangiare. Gli getto un pezzo di pane.
<< Povera bestia -penso- anche se io sto tremando all'idea di quello che sto per fare, sei sempre tu che stai peggio! >>
Questo incontro mi consola un po'.
Alle otto attacco la via. Seguo per un po' il camino centrale fin dove questo si blocca. Costretto a uscire sulla sinistra, affronto un diedro verticale: quinto secco. Le difficoltà improvvise mi mettono in crisi. Demoralizzato, sono tentato di abbandonare tutto. E' un brutto momento, ma ben presto riesco a superarmi. Ormai sono lanciato! A circa metà parete sono costretto a portarmi ancora a sinistra, lungo placche di notevole difficoltà.
Finalmente posso fermarmi sopra un terrazzino per tirare il fiato. In base alla cartolina che ho portato con me, cerco di stabilire la mia posizione lungo l'itinerario. Ho superato metà della parete e mi trovo a circa 800 metri dalla base. Sono le dieci. Nemmeno stavolta porto con me la relazione, così come ho fatto sullo spigolo Gilberti. Voglio gustare in pieno la soddisfazione di ricercare la via.
Dopo una mezz'ora riparto, un po' fiacco a causa dello sforzo iniziale. Le difficoltà si fanno più continue e le soste sono sempre più frequenti. La stanchezza si fa strada lungo questa muraglia senza fine.
Raggiungo il bivio e decido di prendere l'uscita di sinistra, lungo un camino. Trovo del ghiaccio, col quale mi disseto. Il budello si snoda interminabile finché, superato con una spaccata l'ultimo ostacolo, mi trovo finalmente sulla cresta.
Sento di avercela fatta. Guardo il sole che lambisce caldo la cima. Il sole, voglio raggiungere il sole! Le gambe non reggono più dalla stanchezza. Mi trascino verso l'alto, e i miei occhi non riescono a distogliersi dalla luce chiara e vicina. Esausto, mi trovo in piedi sulla vetta, la faccia rivolta al sole, mentre lentamente il tepore dei raggi si scioglie nelle mie ossa.
Ma la sosta non dura molto; mi attende la discesa, interminabile. A Frassenè una persona gentile mi offre un passaggio, ma più tardi sono costretto a proseguire a piedi fino alla baita del Tita. Sono felice di questa salita, preparata con semplicità e precisione. Tutto si è svolto meglio del previsto, evidentemente ero preparato.
La via è classificata di V, ma io, pur non avendo assolutamente l'intenzione di degradare, la considero di IV e V. Ho trovato anche alcuni tratti riposanti di terzo grado. Conservo comunque una profonda ammirazione di fronte a coloro che per primi,  nel lontano 1921, osarono aggrapparsi a questa sconfinata muraglia e vincerla.
Durante la scalata non ho fatto uso di alcun mezzo artificiale. Sul mio percorso ci saranno stati sì e no una decina di chiodi. Tuttavia la parete, completamente asciutta, non poteva trovarsi in condizioni migliori. Unica preoccupazione: le suole degli scarponi completamente consumate, che mi impedivano l'uso degli appoggi più piccoli. Sono salito in poco più di sei ore, comprese le soste, e questo non per spirito di record, ma per paura di un cambiamento di tempo e a causa delle poche ore di luce a disposizione.
In ogni caso ho trovato la Jori molto più impegnativa dello spigolo nord, per la maggior continuità delle difficoltà.

Angelo Ursella

BUONE ARRAMPICATE
http://ivoferrari.blogspot.it/2016/10/sorrisi-nel-silenzio.html
http://ivoferrari.blogspot.it/2016/09/il-gigante-di-pietra.html

domenica 9 ottobre 2016

AL DI LA' DI QUEL CHE HO, NON VORREI AVERE NIENTE


"Al di là di quel che ho, non vorrei avere niente", questa breve frase si è materializzata nel mio piccolo cervello mentre me ne stavo seduto sulla cima, pochi minuti dopo essere uscito dalla "prima volta ai Magnaghi" con mio figlio.
Responsabilità: un termine a volte usato per scaricare un determinato peso. Responsabilità, la si impara fin da piccoli ...



Dario mi ha chiesto di portarlo su di una bella Torre e, quale occasione migliore per salire la linea più bella di tutte le Grigne: la "Normale" al Terzo Magnaghi... clessidre e appigli a volontà, roccia da favola e verticalità giusta.
La logistica è compito della Mamma ...
Ci incamminiamo verso i Magnaghi dopo una bella colazione riempi stomaco. La giornata è tipicamente "uguale" ... quassù, nebbia, caldo e umidità.
Dario sale tranquillo, riempiendo ulteriormente il mio zaino di "minerali" che chiama in svariati modi. L'età della conoscenza e della scoperta è per molti una fortuna ...
Federica davanti, il Piccolo in mezzo ed io.... passo dopo passo raggiungiamo l'inizio della meravigliosa "normale". Fuori tutto dallo zaino. Su tutto quel che abbiamo, l'estate è da poco finita, ma l'autunno si sente già!
Salgo con la tranquillità che può avere un padre cosciente di avere dall'altra parte della corda legato il proprio figlio, ma rinfrancato  dal fatto che la Mamma segua controllando tutto.
Dario sale, nel mezzo, sembra non fare fatica, tira con le sue piccole braccia appigli solidi, ride e parla, parla in continuazione, tanto da farmi credere che abbia preso dalla Suocera!
La felicità la leggo nei suoi occhi.
"Tira la corda, papà, recupera anche la Mamma".
Ad ogni metro scopre qualcosa di nuovo, cose ovviamente che io non vedo, come assuefatto dal tempo, dalla conoscenza o dal credere di conoscere.
La cima è sempre l'apice della gioia e  due enormi panini imbottiti con il salame finiscono velocemente tra i suoi denti, mentre noi ci consoliamo con l'aroma nell'aria.
La vetta della Grignetta è d'obbligo e oltre la nebbia c'è il sole ...
Qualche foto accanto alla "navicella spaziale" che ora non vola più (ma presto, si spera, verrà ristrutturata) e simile ad un camoscio LUI, e a due Stoccafissi, NOI, scendiamo a valle ...
Responsabilità, la si sente dentro, ma il sentirla mi rende responsabile ...










 BUONE ARRAMPICATE ...

lunedì 3 ottobre 2016

LO SPIGOLO STROBEL D'INVERNO

Maestosa
Sono le foto di chi sa fotografare che aiutano i miei sogni, la mia conoscenza, il voler sapere, scatti precisi, calcolati e "aspettati" tra mille altri scatti ... le Foto di Paolo non sono solo foto, sono PASSIONE! .
http://www.paolocolombera.it/blog/raccontare-le-dolomiti/schiara-e-dolomiti-di-zoldo/
E, grazie a questa foto, entro nella storia ... cercando momenti vissuti da Alpinisti speciali, trascritti su pagine uniche.
Un libro scorrevole e scritto in maniera semplice, tanti momenti nei giorni freddi, l'ho letto diverse volte, nelle stagioni propizie, ve lo consiglio . Qui sotto un breve pezzo a ricordo della prima invernale allo Spigolo Strobel compiuta da Renato Casarotto, Diego Campi (autore del libro) e Pierino Radin in tre giorni nel Marzo del 1974.

Da: E' INVERNO IN MONTAGNA di Diego Campi

Lo Spigolo Strobel  pag:27/28
“ … Arriviamo alla placca dei famosi chiodi a pressione. La spazzola di acciaio è rimasta con pochi fili, ma fa ancora il suo dovere. Pochi centimetri puliti e poi Renato torna indietro, si riposa, risale, pulisce ancora un po’, ridiscende.
E così va avanti finché si ritrova sopra il diedro.
“È fatta”,  penso tra me mentre lo guardo. Non gli ho mai staccato gli occhi di dosso e ora gli urlo tutta la mia ammirazione. Lui si gira verso di noi e per risposta alza una mano; non è molto lontano e posso vedergli il viso, per un momento disteso e felice.
È pomeriggio quando usciamo sulle facili rocce inclinate della vetta, scavando una trincea nella neve profonda dei canalini terminali.
La cima … è solo un breve passaggio. La discesa, facile d’estate, è ora un incognita. Renato vuole evitare un altro bivacco, dobbiamo raggiungere in serata la vecchia casera ai piedi della Rocchetta. Presto diventa buio, ma alla luce delle pile frontali continuiamo a scendere; attrezziamo tutte le doppie, materiale ne abbiamo tanto anche per questo. Ad un certo punto una corda non viene, si è incastrata. Piero decide di risalire per liberarla. Si toglie lo zaino e lo appoggia sul terrazzino senza assicurarlo.
Con gli autobloccanti comincia a issarsi sulle corde; noi gli facciamo luce con le lampade.
All’improvviso sentiamo un tonfo giù, verso il basso; guardo al mio fianco, lo zaino di Piero non c’è più. Le imprecazioni di Renato rompono il silenzio; se la prende con me; tento invano di spiegargli che il sacco non è il mio, ma non c’è verso di farglielo capire: devo incassare e stare zitto.
La tensione è alta perché la dentro c’erano un sacco piuma e quasi tutti i chiodi. Ora più che mai bisogna arrivare in fondo, è impensabile bivaccare così, senza protezione, dopo tutti quei giorni di continue fatiche. Finalmente la corda è sbloccata. Riprendiamo la discesa, tutto si svolge senza altri intoppi. Sprofondiamo sino alla pancia nella neve fresca del canale, ma ormai siamo arrivati in fondo. Tutto cambia, anche l’umore di Renato per la perdita dello zaino. Puntiamo rapidi alla capanna, che riusciamo a trovare in mezzo alla tormenta.
Appena entriamo, cerchiamo se c’è qualcosa da mettere sotto i denti, ma niente, dovremmo aspettare ancora. Sopra una mensola impolverata trovo però un tozzo di pane rimasto lì da chissà quanto tempo. Lo voglio dividere con i miei compagni, ma loro non lo degnano.
“Troppo vecchio, e poi sarà l’avanzo di qualche topo. Buttalo!”
“Buttarlo? Ma questi sono pazzi!” , penso tra me. Prendo il martello, lo rompo in tanti pezzi ed uno alla volta li metto in bocca, aspettando che la saliva faccia il suo effetto ammorbidendolo. Poi mi infilo anch’io sotto le coperte …”


Pierino Radine e Diego Campi sullo Spigolo Strobel marzo 1974
Strobel d'inverno

un Libro per sognare
http://www.cbt.biblioteche.provincia.tn.it/oseegenius/resource?uri=6466343

Buona arrampicata ... e GRAZIE Paolo per le tue insostituibili foto, spunti per sognare.