sabato 31 dicembre 2016

LA MIA NUOVA TUTA

la Mia Tuta e me ...

Sicuramente una tuta così può fare la differenza, conosco personaggi illustri che con tute simili hanno scalato cose "impossibili", una volta, negli anni ottanta era il pantalone di riferimento, poi sono arrivate le mode, i colori, le marche ovunque e ... il riferimento si è dissolto!
Era da parecchio che cercavo una tuta del genere, sicuramente capace di alzare la mia "asticella del grado" grazie alla sua comodità, alla leggerezza e ...al piacere di sentirsi dentro ad una tuta simile. L'ho pagata poco, anzi pochissimo, la commessa, una giovane molto attraente nel porgermi il sacchetto con la desiderata tuta mi ha squadrato per bene, forse attratta dalla mia scelta!
Per provare la mia nuova vecchia tuta bisognava cercare una linea comoda, dove non ci fossero sfregamenti vari, niente caminoni oscuri e oltre diavolerie verticali, una salita breve, di difficoltà classiche ( ma nessun grado può fermare la mia tuta), una linea adatta al primo giorno in sua compagnia.

Oggi siamo anche noi diretti al Gran Diedro (http://www.arrampicata-arco.com/via-il-gran-diedro.html). Amici ce l'hanno consigliato e Federica ha deciso.
Quella dannata voglia di arrampicare non mi lascia tranquillo, poi ora, con questi stupendi pantaloni, penso che non smetterò più!
L'avvicinamento nullo non mi fa sentire in colpa, colazione, due parole, una sbirciata al giornale, tutto compreso nell'avvicinamento, una cosa simile ad "occasione a saldi non ancora iniziati".
 Le lunghezze sono scorrevoli e piacevoli, l'ambiente tranquillo e la linea "pulita" per bene. Posso solo immaginare lontanamente come può essere stata prima dell'intervento di valorizzazione del buon Heinz.
Il gesto, qui serve solo il gesto, semplicità di movimento vuol dire divertimento.
Tempo ne avremmo ancora per salire qualcos'altro, ma il sole oggi non si è fatto vedere, nascosto dietro sapevamo solamente che cera! quindi chi si accontenta gode e io ... se vengo un altra volta finisco all'ospedale.

SALUTIAMO IL 2016 CON UN BEL ..CIAOOOOOO!

giovedì 29 dicembre 2016

LE VENTI E CINQUE VIE DI FEDERICA N7/8


Ad ognuno le sue regole

Ciao Ivo, come va? non riesco a vederti più su FB, ti sei cancellato?

Sì! e non chiedermi anche tu il "perché".... sai, mia Mamma mi ha detto che una delle prime parole che ho pronunciato è stato "perché" ... e ora che le parole sono diventate milioni, a volte pronunciate anche per niente, non sono riuscito a trovare il vero significato del "perché", quindi ho smesso di cercarlo e non lo so spiegare.

Sei fuori da sempre e non insisto .
Ho visto sul blog che state facendo di nuovo un po' di vie insieme, tu e Federica?

Sì, i bambini ora sono grandicelli, e abbiamo, lei ha più tempo ... Quale occasione migliore di andare su roccia con chi ti conosce bene ... in fondo non sono tante ad avermi visto nudo! hahaha!

Beviamoci un caffe pazzoide!!

Un caffè per Lui e un succo alla pera per me  ...



I PILASTRI DI ROGNO

Quando Federica mi chiede di portarla ad arrampicare a Rogno, rimango un pochino titubante, e non perché non sia felice, ma perché sono anni, tantissimi anni che non ci vado e ... ho dei bellissimi ricordi di Amici indimenticabili, alcuni dei quali non ci sono più.
Ho quella sensazione strana di rovinare dei "momenti", dei ricordi...
Difficile da spiegare da una tastiera di un pc ... trenta anni fa eravamo più giovani e con regole diverse, quasi inviolabili, scalavamo sempre e ci credevamo indistruttibili ... vorrei tenere quell'angolo così come me lo ricordo, ed i Pilastri di Rogno sono nel ricordo.
Ma Federica è il presente da più di quindici anni e visto che dovrebbe essere il futuro, andiamo a Rogno!

Oggi non c'è nessuno, rimango un istante ad osservare i Pilastri prima d'avviarmi sul comodo sentiero. Prima "tappa" Pilastro dei Pitoti,  la stupenda e "antica" Pastasciutta e scaloppine, del "ricercatore" Andrea Savonitto.  Parto titubante ma, dopo pochi metri fermo il ricordo e lascio scorrere il presente, gioia della scalata su difficolta bellissime ... l'aria è calda, si suda!

Tutto fila liscio come giusto che sia, mi diverto e ci divertiamo ... Seconda tappa, la spettacolare Via le mà dal cul con il suo inebriante traverso.

Mi fermo qualche minuto prima di rientrare in macchina, lo sguardo verso i Pilastri che si uniscono agli sguardi di allora e, al sorriso di Federica.

Per saperne di più: http://www.sassbaloss.com/pagine/uscite/rogno/rogno.htm
http://www.sassbaloss.com/pagine/uscite/rogno3/rogno3.htm




http://ivoferrari.blogspot.it/2016/12/le-venti-e-cinque-vie-di-federica-n6.html
http://ivoferrari.blogspot.it/2016/11/le-venti-e-cinque-vie-di-federica-n4-5.html
http://ivoferrari.blogspot.it/2016/11/le-venti-e-cinque-vie-di-federica-n3.html
http://ivoferrari.blogspot.it/2016/11/le-venti-e-cinque-vie-di-federica-n1-e-2.html

martedì 27 dicembre 2016

AMICO


Però che strano … e si che il tempo passa, passa veloce, talmente veloce che i secondi, i minuti ed i giorni non esistono più. Però che strano, non sono mai andato così tanto in cima al San Martino come in questo strano anno, il tempo che ho a disposizione è gestito e gestibile e io lo uso …magari solo per andare al San Martino.
Però che strano non ricevere più un tuo sms, strano perché il tempo è passato e non dovrei pensarlo .. però che strano non incontrarti in Disco, non ho nemmeno mantenuto la promessa di riuscire su quel duro, unto e maledetto tiro … e tu mi prendevi in giro.
Però che strano non poterti stimolare, le idee ci sono ancora, ma non ho da “darle” … Sai caro Marco, sto diventando vecchio, fuori come giusto che sia e dentro come purtroppo è.


Fa freddo ma c’è il sole, c’è ghiaccio senza neve, tutto strano … io sono pronto, forse anche stufo di esserlo e aspetto di partire … poi mi stancherò, sentirò freddo e tornerò stanco, ma è così … mi gira però non potertene parlare, sentire il tuo consiglio e il tuo giudizio. Non mancherà il Cous Cous, l’ho imparato da te!
Però che strano … e si che il tempo passa e io passo sempre nei miei ritagli a trovarti … però che strano, non dovrebbe essere cosi!
Vecchio ti mando una carezza e ... guarda che prima o poi lo scalo quel tiro…magari in artificiale!

lunedì 26 dicembre 2016

DIRETTISSIMA "GIANNI COMINO" PUNTA WALKER

Gian Carlo Grassi
Uno scritto/riflessione che non è solo Alpinismo, ma poesia e Amore per l'Alpinismo, un qualcosa che ora manca ... ma io posso umanamente sbagliarmi. Buona Lettura

LO SVILUPPO DI UN’IDEA
di Gian Carlo Grassi

DALLA ROCCIA AL PROBLEMA DELLA VIA DI GHIACCIO. Nel 1979, in un’ottica di ricerca di ascensioni su ghiaccio, mi ero reso conto che in determinati momenti la parete sud delle Grandes Jorasses si poteva superare per una via completamente autonoma, in piolet-traction interamente su ghiaccio.
Era l’embrione che stava nascendo verso una nuova ricerca, un nuovo modo di concepire la scalata su ghiaccio: l’ascensione del “couloirs fantasma”. Con Gianni Comino ci eravamo posti due alternative: affrontare questa salita oppure il seracco a sinistra della Poire sulla parete della Brenva. Scegliemmo la seconda, forse perché meno intimoriti dalla tradizione dialettica della letteratura precedente.
L’anno scorso (1984, ndr), a giugno, primo appuntamento con la parete. In compagnia del fortissimo ghiacciatore canadese Bernard Mailhot ho tentato due volte il problema senza speranza di successo: prima il brutto tempo, poi il forte disgelo che trasformava la goulotte incassata nell’imbuto iniziale in un vero torrente ruscellante, che trascinava nel suo scorrere pietre e blocchi di ghiaccio di ogni dimensione. Una grossa delusione, considerando la difficoltà del percorso di avvicinamento, su un ghiacciaio spesso insuperabile a causa del terreno estremamente tormentato e del fatto che per superare il crepaccio terminale, diventato strapiombante, avevamo fatto ricorso alle più raffinate manovre tecniche, spendendo tre ore di sforzi.
IL MOMENTO GIUSTO.
In aprile 1985 la goulotte è tutta formata: con Piero Marchisio, in una bianca e calda giornata, lasciamo Plampincieux. Sette ore di marcia sono necessarie per raggiungere il solitario ghiacciaio. Andiamo avanti nella nebbia come verso l’incontro di contrade sconosciute. Le brume di tanto in tanto svaniscono e l’occhio vede nitidamente come sia irta di difficoltà la parete, molto lontana da come mi appariva nei sogni. A mezzogiorno, al riparo di una grotta formata dall’accostamento del ghiaccio contro le bancate granitiche, assistiamo per tutto il pomeriggio ad un bombardamento continuo del ghiacciaio. Le scariche scendono dappertutto lungo le pareti che racchiudono la conca; tutto questo è impressionante, tanto da fare impallidire le più mitiche leggende sull’Eiger.
Alla sera iniziamo la scalata, con l’intenzione di andare avanti tutta la notte. L’acqua ruscella sulla goulotte di ghiaccio anche se la temperatura è inferiore allo zero. Usciamo fradici dopo l’imbuto iniziale per vedere, poco dopo, abiti e materiali ricoprirsi di ghiaccio. In alto, dopo 300 metri di dislivello, ne abbiamo a sufficienza di salire senza la più pallida protezione fra muri di ghiaccio marcio e stalattiti instabili. Esitiamo perplessi di fronte ad un salto orripilante sul quale scorre l’acqua, già oramai avvolti dalle ombre della notte. Scendiamo quando speravo ancora nella fine del mito di questa parete. Scendiamo spontaneamente come eravamo saliti: l’efficacia è appannata e ad ogni corda doppia siamo obbligati ad abbandonare un moschettone, pena il non scorrimento della corda, che si gela saldandosi alle fettucce. Alle quattro di mattina rieccoci a Planpincieux con un’avventura terminata bene, un’avventura in più con la A maiuscola. I fatti di questa notte mi lasciano ancora spettatore distaccato dal risultato, anche se oramai completamente impregnato del clima di ansietà introdotto dalla parete. In fondo, quando la bellezza è senza tempo, le strade si incontrano, rendendo tutto ancora possibile.
Il break di un altro tentativo distolto dal maltempo all’inizio del ghiacciaio e poi, il 19 giugno 1985, la riuscita. Il freddo fuori stagione ha trasformato la parete in una corazza di ghiaccio: è un momento magico che bisogna saper interpretare. Un momento che non è difficoltà e basta, ma che coinvolge la conoscenza dell’architettura della parete e delle possibilità che essa ci suggerisce. Un momento atteso da anni, capace di trasformare una parete rovinosa di scariche in un’oasi tranquilla: una natura da interpretare con intuizioni finissime e non da dominare. Una fuga ininterrotta verso l’alto, senza soste, in 12 ore, nella notte. Un attimo lunghissimo, di questa notte impenetrabile, quando i contorni si confondono nel fascio emesso dalla frontale, quando le forme ispirano un opaco senso dell’ignoto, il corpo cerca la libertà in un gesto perfetto.
Gestualità monotona del lancio degli attrezzi, ma efficace negli orrori verticali, freddi, angolosi, brutali. La materia fredda, riposta al fondo dei canaloni vetrosi, capace di risvegliare una certa poesia di forze oscure. Strana realtà in questo paesaggio folle, che si contrappone alla pazzia e all’egoismo dello scalatore ossessionato dal successo sociale.
Qui non esiste altro che il vuoto impalpabile dell’oscurità, dominato da una sottile serenità che ti nasce dentro; anche la paura è scomparsa, intrappolata nell’auto laggiù in fondovalle.
In vetta alla Walker percepisco la strana sensazione della conclusione di un ciclo di ricerca, che mi ha permesso di vivere una delle idee alpinistiche più importanti del Monte Bianco.

 Grandes Jorasses (4206 m), Punta Walker, parete sud – Via in memoria di Gianni Comino (Direttissima), 1400 m, VI/6. Prima ascensione: Gian Carlo Grassi, Renzo Luzi e Mauro Rossi, 19 giugno 1985

sabato 24 dicembre 2016

I CONCATENAMENTI 1961/1995

Claudio Barbier
"... Nel 1961 ha luogo un exploit sbalorditivo, incomprensibile per quell'epoca e premonitore dell'evoluzione futura.
Il belga Claudio Barbier percorre in giornata le cinque pareti nord delle Cime di Lavaredo: via Cassin alla Cima Ovest, via Comici alla Cima Grande, via Preuss alla Cima Piccolissima, Via Dulfer alla Punta Frifa, via Innerkofler alla Cima Piccola. Non soltanto Barbier da prova di una maestria in arrampicata fuori dal comune, ma era anche logico riunire queste cinque vie storiche e vicine.
Il calcio d'inizio dei concatenamenti moderni è dato da Nicolas Jaeger, che sale in successione il Grand Pilier d'Angle e il Pilone Centrale del Freney nel 1975; poi nel 1978, Marc Batard scala la Major, scende per la Sentinella Rossa, risale infine alla vetta del Monte Bianco per lo Sperone della Brenva. A partire dal 1980 i concatenamenti si moltiplicano: parete sud del Fou e Diretta Americana al Dru, da parte di Patrick Bérhault e Jean-Marc Boivin (1982); Diretta Americana e Pilier Bonatti al Dru, da parte di Eric Escoffier e Daniel Lacroix (1982); Diretta Americana al Dru e Sperone Walker alle Grandes Jorasses, da parte degli stessi Escoffier e Lacroix (1984); i quattro Piloni del Freney, uno di seguito all'altro, da parte di Christophe Profit e Dominique Radigue (1984). Tutto questo in giornata ...
Il concatenamento può essere valutato secondo diversi aspetti: quello della difficoltà, della logica, della lunghezza, ma anche da un punto di vista simbolico. Le vie sono numerose, e i concatenamenti possibili lo sono ancora di più. Logico, per esempio il concatenamento di Barbier nel 1961; illogico, ma simbolico, quello di cui si sono occupati molto i media specializzati negli anni '80, la "trilogia". Si tratta delle pareti nord del Cervino, Eiger e Jorasses, i "tre ultimi problemi delle Alpi" di Heckmair.
Ivano Ghirardini le aveva già salite nel corso di un'unica stagione invernale; nel 1985, Christophe Profit riusci a concatenarle in una sola giornata, facendo ricorso all'elicottero per collegarle. Tuttavia quando risale il Linceul alle Jorasses è ben più rapido che sullo Sperone Walker. Nel 1987, Profit rinnova la sua performance, ma in inverno, risalendo questa volta lo Sperone Croz in sole quarantadue ore filate. Si vedranno imprese ancora più strabilianti, ma meno logiche, per esempio quando, nel 1990, Alain Ghersen scala in sucessione la Diretta Americana, la Walker e la cresta integrale di Peuterey. Si vedranno scelte ancora più bizzarre: lo stesso Ghersen concatena, con l'aiuto dell'automobile, un passaggio estremo a Fontainebleau, una via della falesia del Saussois (Yonne) e la cresta integrale di Peuterey, nel 1987; Hans Kammerlander e Hans Peter Eisendle utilizzano la bicicletta per collegare la parete nord dell'Ortles e la parete nord della Grande di Lavaredo ... Al di fuori del massiccio del Monte Bianco i concatenamenti sono più rari.
Significa forse che gli altri gruppi non sono adatti a questo genere di prestazioni?
No, semplicemente il concatenamento è legato alla mediatizazione, e le vette del Monte Bianco sono le più note. Se nel 1988 il concatenamento da parte di Thomas Bubendorfer di cinque grandi vie delle Dolomiti è molto (troppo?) pubblicizzato dalla stampa, questo non avviene invece nel 1990 per Manrico dell'Agnola e Alcide Prati, che scalano in giornata la via Solleder e il diedro Philipp-Flamm in Civetta, concedendosi per di più il lusso di scendere a piedi. Ancora meno, nel dicembre 1993, ci si occupa di Christophe Moulin, che da solo, in inverno, scala in cinque giorni le due pareti più severe dell'Oisans, la parete nord de la Meije e la parete nord ovest dell'Ailefroide.
Tra gli ultimi concatenamenti, quello del tedesco Frank Jordan, nel 1995, è un omaggio dedicato al precursore Claudio Barbier e a tutta la storia alpinistica  delle Dolomiti: in quindici ore, via Cassin alla Cima Ovest, via Preuss alla Piccolissima, via Brandler alla Grande. Sulle famose Tre Cime di Lavaredo, tre epoche e tre grandi vie ...."


Thomas Bubendorfer
Tratto da: R.Frison-Roche e S.Jouty    Storia dell'Alpinismo  Casa Editrice Corbaccio  pag: 158/159

giovedì 22 dicembre 2016

DUE BERGAMACHI IN AMERICA

Questo breve scritto "mischia" alcune salite portate a termine nella meravigliosa Valle Americana, dalle brevi vie per "imparare" alle grandi vie per "disimparare" ...giornate passate  con Amici di un tempo e giornate passate con Amici per sempre.

ORA VADO IN VACANZA, SI PERCHE' QUANDO I BIMBI INIZIANO LE LORO INIZIO ANCHE IO, LO FACCIO PER SENTIRMI BAMBINO E MANGIARE TANTI DOLCI FINO AD INGOLFARMI, QUINDI CI VEDIAMO CON L'ANNO NUOVO.
VI AUGURO UN SERENO NATALE E UN FELICE ANNO NUOVO  ... CON AMICIZIA .
ivo


Le donne Americane hanno i peli sulle gambe!

… non ce la faccio più! Ho talmente tanta sete che berrei anche il mio piscio … magari zuccherato!!!
Sono quattro giorni che siamo “attaccati” su questa parete, quattro giorni a tirare su il saccone, mettere friend e rovinarci le dita
“Artificiale” sì, va di moda ci hanno detto e noi, biglietto di lusso e via in Yosemite …
Che fosse una giornata di fuoco, l’ho capito quando Silvy dopo più di due ore è ritornato alla sosta con un nulla di fatto!
Mi sono quasi riempito i pantaloni dalla paura su per di la! Io non ci provo più!!”
Che fare, ci siamo guardati, ma non c’era nessuno all’infuori di noi, sperduti, alti da terra, cotti dal sole e dalla fatica, che fare se non provare …
Mi carico all’inverosimile di tutta l’attrezzatura che disponiamo e parto, i primi dieci metri sono facilitati dal materiale lasciato dal Compagno e poi …. Mi sono riempito io, frend, lametta, dado, frend, lametta, dado , cosi per altri metri fino ad un’ infida fessura fuori misura, dove né t’incastri, né t’infili dentro, da scalare in libera senza potere proteggerti … I pantaloni comprati per l’occasione mi stanno abbandonando, ogni centimetro di roccia guadagnato è un centimetro di stoffa in meno … le ore passano, cosa darei per essere fuori da questi “benedetti” 45 metri che mi separano da un’ ottima sosta a spit(legalizziamo lo spit) cosa darei che non ho niente da dare!
Mi sento scivolare piano verso il basso, gonfio a dismisura il mio piccolo torace che si incastra nella bastarda fessura, come fossi un cuneo di legno, i piedi si staccano e penzolano sotto di me, ma è un buon segno, se fossero sopra, sarei caduto! Dopo attimi di paura vera, ricomincio a salire quando a pochi metri dalla sosta, su un ottimo terrazzino due simpatici ragazzotti americani mi stanno osservando. Sono salvo, ora sicuramente mi lanceranno uno spezzone di corda cosi annullerò il rischio caduta.
Sicuramente un paio di palle! Gentilmente guardandoli con occhi terrorizzati dico loro di lanciarmi giù la corda, ma NON so una parola d’inglese e quelli si mettono a ridere … sudo freddo, sono al limite, disidratato e con gli avambracci pronti a scoppiare, “amici” grido “corda, forza che son cotto”.
Ridono , ridono da matti!
Al limite della caduta, parecchio lontano dall’ultima protezione, il mio geniale cervello crea il piano B, si quello che si usa se il piano A non funziona, quello di riserva, quello che ti porti sempre dietro, nascosto in un angolo e pronto ad uscire nei momenti di bisogno.
PIANO B …. AZIONE!!!
Guardo i due allegroni sopra di me e … una raffica di bestemmie esce dalla mia bocca, bestemmie di ogni genere, educate e no! BINGO! La raffica ha centrato il bersaglio, la corda arriva prontamente a tirarmi fuori dai pasticci, che Bravi questi Americani, gente colta … ALTRO BIVACCO, ultima notte, noi due e gli americani, non ce molto da dire ai miei “salvatori” soltanto un infinità di parolacce .. la notte passa e il giorno ritorna portandoci in cima, cinque giorni di parete ed un sesto seduto al bar!!
W l’America, gli americani, le americane, le pizze dumbo, e la lingua universale delle parolacce!

mercoledì 21 dicembre 2016

PETER

http://www.boardmantasker.com/about/

Stupendo scritto storico/riflessivo dell'Amico Alberto a ricordo di un Grande Alpinista visionario ...

Tratto dal sito: http://www.sciampli.it/SITO_5/ENTER.html

                                                               *****************

Nel 1992 alcuni alpinisti del Kazakistan erano nei pressi del secondo dei tre pilastri rocciosi posti lungo la cresta nord-est del monte Everest. Davanti a loro, seduta quasi alla base della grande zanna di pietra e ricoperta in gran parte dalla neve, scorsero improvvisamente la sagoma di una persona. Si avvicinarono a quello che sembrava, non tanto un uomo addormentato ma piuttosto qualcuno assorto, con il volto sereno, preso in qualche pensiero segreto. Aveva una tuta in piumino, foderata di un vistoso nylon rosso, sul viso una lunga barba costellata di piccoli cristalli di ghiaccio e sul capo un passamontagna nero. Non ebbero bisogno di indagare oltre: sapevano di aver ritrovato, dopo dieci anni, il corpo senza vita di Peter Boardman.
Nel 1982, lui e Joe Tasker erano stati chiamati da Chris Bonington a partecipare a una spedizione inglese il cui scopo era quello tentare di arrivare sulla cima del mondo per un nuovo itinerario, lungo l’interminabile cresta nord-est. Il 17 maggio di quell’anno, Boardman e Tasker erano stati visti per l’ultima volta, proprio nelle vicinanze del secondo pilastro. Poco più in basso di dove gli alpinisti del Kazakistan lo ritrovarono, sulla vetta del primo pilastro, c’era il punto da cui tredici giorni prima Joe, lui e Dick Renshaw erano ridiscesi al termine del primo tentativo che la spedizione aveva fatto per superare i tre pinnacoli di roccia. Sembrava che tutto stesse andando per il meglio quando, sulla vetta della cuspide, Renshaw era stato colpito da un piccolo malore causato dall’alta quota. Non aveva senso rischiare: d’accordo con Bonington, per non aggravare le condizioni di Dick, avevano subito cominciato la discesa che li avrebbe ricondotti ai campi bassi. Nei giorni seguenti Tasker e Boardman avevano recuperato le forze, in modo di poter attaccare nelle migliori condizioni il difficile tratto. Dopo una settimana di riposo, il 15 maggio, erano quindi ripartiti. Avevano passato la notte al campo 2 e il giorno seguente erano riusciti a raggiungere a 7850 metri la grotta scavata nella neve dove era situato il campo 3. Da qui avevano proseguito, superando di nuovo il primo pinnacolo e continuando così la salita verso la vetta dell’Everest. Dal campo base, osservandoli con teleobiettivi e binocoli, li avevano visti avviarsi verso la seconda delle zanne di pietra. Era stato allora che il vento era aumentato, le condizioni atmosferiche erano rapidamente peggiorate e gran parte della montagna era stata avvolta da nuvole che avevano impedito di continuare a seguire l’ascensione a chi era rimasto al campo base: l’ultima cosa che erano riusciti a vedere furono due figure che, camminando lentamente nella neve degli oltre 8000 metri, si inoltravano nella nebbia per sempre.
Joe e Peter erano alpinisti che avevano alle loro spalle una grande esperienza di alta quota. Insieme o con altri, erano riusciti in imprese di grande valore assoluto, realizzate di sovente in condizioni climatiche e meteorologiche difficili, condizione frequente in spedizioni alpinistiche come quelle himalayane, dove il campo base viene piantato a un’altezza di molto superiore a quella del Monte Bianco. Quando però dopo diversi giorni non si ebbero più notizie di Boardman e Tasker, fu drammaticamente chiaro che nemmeno la loro grande esperienza di alta quota era bastata questa volta per ricondurli a valle.
Furono fatte diverse ipotesi sulla loro scomparsa. Temperature di molte decine di gradi sotto lo zero, il vento forte e la scarsa percentuale di ossigeno presente oltre gli 8000 metri indeboliscono rapidamente qualunque fisico, anche il più allenato. Se poi, per qualunque ragione, è costante il perdurare di queste condizioni, può rapidamente sopraggiunge la morte per sfinimento. La lunga cresta che conduce verso la vetta dell’Everest si affaccia inoltre, nel versante Est, sulla ripida parete del Kangshung. Una manovra sbagliata, con la mente confusa dalla stanchezza, o un passo falso nella nebbia, conducono senza via di scampo verso i crepacci che, centinaia di metri più in basso, costellano in quel punto i piedi del Chomolungma.
Il non aver ritrovato il corpo di Joe Tasker sembrerebbe confermare queste ipotesi. Tasker potrebbe essere precipitato verso il ghiacciaio alla base della parete Est dell’Everest, Boardman invece morì di sfinimento mentre tentava probabilmente di scendere da solo dopo la disgrazia capitata all’amico.
Nel 1975, Peter aveva partecipato a un’altra spedizione all’Everest organizzata sempre da Bonington. In quell’occasione la vetta era stata raggiunta per una via aperta lungo la parete Sud-Ovest. Era il settimo tentativo che fatto da quel versante per cercare di superare l’impegnativa fascia rocciosa che si eleva dai 7925 metri. Il giorno successivo alla riuscita di Bonington e del suo compagno, Boardman era salito anche lui sul tetto del mondo insieme allo sherpa Pertemba. Dopo aver sostato qualche minuto in vetta era cominciata la discesa. Poco sotto la cima, dalla foschia era emerso come un fantasma, l’alpinista e cameramen Mick Burke. Voleva filmare la vetta dell’Everest e chiese a Peter di risalire con lui. Boardaman tentennò nel sentire la proposta: il tempo non era buono, una fitta nebbia avvolgeva ogni cosa, era già molto tardi. Inoltre sia lui che Pertemba erano stanchissimi per la salita fatta. Mick chiese allora che lo attendessero in quel punto: voleva infatti assolutamente fare qualche ripresa cinematografica della vetta e prendere alcune foto. Sarebbe quindi tornato in modo da poter fare la discesa insieme ai suoi compagni. Passò del tempo, troppo, le condizioni atmosferiche peggiorarono e alla fine fu chiaro che Burke non sarebbe più tornato dalla vetta dell’Everest: probabilmente, stanco, confuso dalla nebbia e dalla scarsa visibilità aveva sbagliato strada ed era precipitato. Con il cuore colmo di angoscia e disperazione Peter e lo sherpa, attesero comunque per oltre un’ora e mezza il suo ritorno. Alla fine iniziarono la discesa e Boardman dovette letteralmente trascinare verso il basso Pertemba, distrutto dalla stanchezza, dall’alta quota e prostrato psicologicamente. Nonostante la disgrazia, si era comunque trattato di un’impresa importantissima e per molti quello avrebbe potuto rappresentare l’apice di un’intera carriera alpinistica. Per Boardman si era trattato invece solo di un punto di partenza. La spedizione inglese era una di quelle a cui ben calzava questo termine così militaresco: molti uomini, grandi possibilità economiche di supporto, un’organizzazione ferrea in cui tutto era predisposto, e l’uso continuo delle bombole d’ossigeno per ridurre i problemi dell’alta quota. Insomma, un lavoro, anche se pericoloso, ma pur sempre un lavoro. Almeno era stato così che, al di là del dolore e delle sofferenze, Boardman aveva probabilmente catalogato quell’esperienza al suo ritorno in Gran Bretagna. Era stato anche per questo che aveva accettato senza indugio, l’invito di Joe Tasker a partecipare ad una spedizione leggera, loro due soli, allo Changabang. Tasker, quasi nello stesso periodo in cui Boardman era stato impegnato sull’Everest, aveva salito insieme a Dick Renshaw, nell’Himalaya del Garhwal, il Dunagiri lungo la cresta sud-est. In due, senza altri supporti e con scarse possibilità economiche, avevano affrontato e vinto una montagna di settemila metri. Mentre era impegnato nella scalata, Tasker aveva avuto modo di ammirare la ripida silhouette, interrotta solo da qualche chiazza di neve e ghiaccio persa fra le placche e gli strapiombi di granito, del Changabang. Così, al suo ritorno si era messo in contatto con Peter per organizzare una spedizione su quella montagna. Quando era arrivato il momento, per due mesi, avevano vissuto e lottato insieme fino a raggiungere la vetta realizzando un’impresa con una portata ben più vasta di quella dell’Everest. La loro non era stata solo una salita tecnicamente difficile, ma un contributo enorme a un modo differente di affrontare un progetto su una vetta himalayana, lontano per giunta da tutto quello che era stata la precedente spedizione all’Everest. Una scelta che era proseguita con le successive ascensioni, quella del Kangchenjunga, la terza fra le montagne più alte del mondo dopo l’Everest e il K2, quella sul Gauri Sankar, la montagna sacra degli sherpa, e quella alla Carstensz Pyramid, la montagna di calcare a forma di pinna di pescecane e la cui cima è la più elevata dell’Asia sudorientale. Tutte ascensioni portate a termine con lo stesso rigoroso stile. La salita alla Carstensz Pyramid l’aveva compiuta con sua moglie Hilary e di quelle settimane, passate con lei nella giungla della Nuova Guinea, insieme a portatori provenienti da tribù ferme all’età della pietra, serbava un ricordo particolare.
La salita dell’Everest per la lunghissima cresta nord-est con la spedizione di Bonigton rientrava ancora nello stesso progetto: ridare dignità e senso alle impegnative salite himalayane, frustrate già allora da progetti che anteponevano il raggiungimento della vetta allo stile e all’etica con cui lo si faceva. Una dignità e un senso simili a quelli che Boardman aveva cercato di dare alla sua vita, con la ricerca continua di una coerenza che non fosse solo la proiezione di un ego. Come quando con Tasker, appena scesi dal Changabang, erano risaliti verso i pendii del Dunagiri per seppellire i componenti di una cordata americana precipitata. Li avevano calati in un crepaccio, adagiandoli uno accanto all’altro. In silenzio, avevano dedicato loro un momento di riflessione e poi, dopo aver recuperato i pochi oggetti personali delle vittime, erano scesi verso l’unica superstite del gruppo. O come quando era partito per il Kangchenjunga e poi per il Gauri Sankar, inseguito dai sensi di colpa per non essere rimasto invece ad accudire suo padre malato. A differenza di molti dei frequentatori delle alte quote e delle vette himalayane, non era stato un ego smisurato, o la voglia di gloria e di celebrità, ma il continuo volersi mettere in discussione, di fronte a se stesso e agli altri, che lo aveva guidato per luoghi lontani fino a ritrovarsi con il suo amico Joe, al termine della loro esistenza, su una roccia in mezzo al vento della cresta nord-est dell’Everest.

lunedì 19 dicembre 2016

SCIANDO AL BUIO




Salve, io mi chiamo Gab che, non è un diminutivo, ma il mio nome per intero. Quando sono nato mia madre voleva chiamarmi Gabriele, ma il papà non era d’accordo, diceva semplicemente che la mia faccia non era adatta al nome “Gabriele”.
Alla fine, dopo discussioni e sorteggi mi hanno chiamato Gab, così la Mamma è stata accontentata per metà!
Di professione faccio il maestro di sci a ….. nulla di strano se non fosse che io dalla nascita, da quando mi hanno chiamato Gab, sono cieco!
Un maestro di sci cieco, non è cosa comune, e posso immaginare la perplessità di chi, dopo aver investito un capitale nella tanto attesa settimana bianca si vede affidare il proprio figlio per l’insegnamento dello sci ad un cieco con la divisa da sciatore.
Conosco alla perfezione le piste ed ogni singolo dosso. Prima che la stagione inizi, ogni santo anno inizio per primo a scendere in compagnia di Elisa, una mia cara Amica che di mestiere fa la maestra di sci come me. Lei ci vede molto bene e, a detta dei colleghi è molto bello vederla .. imparo a “sentire” la neve, che negli ultimi anni è molto più chimica di una volta! Scendo e ridiscendo, salgo e respiro l’ambiente, così quando gli alberghi iniziano a riempirsi, io sono pronto. E’ un mestiere che mi piace, sciare è l’essenza della leggerezza e quell’aria fredda che ti entra nei polmoni e si sente sul viso sono la mia vita…


La sera non rimango chiuso nella mia camera, esco e partecipo a feste, cene, discussioni … ogni settimana cambiano le facce, per me una sola faccia.
"Ciao Elisa, mi presenti le tue amiche?” e mi siedo al tavolo con loro, la sala è piena lo sento dai rumori e dagli odori, oggi è stata una giornata limpida, tutti hanno sciato, tutti vogliono divertirsi e rilassarsi, tutti tranne Franz e il suo staff, che di sera lavorano duro, ma incassano pesante!.
“Questo è Gab, un mio collega, l’avrete forse incontrato oggi sulle piste, Lui è il maestro dei Bambini, ci sa fare con i Bambini”

Ora tocca a me, non rimango mai senza “argomenti”

“Salve, mi fa piacere conoscervi, non so se vi hanno detto o, magari ve ne siete accorte, io sono non vedente, però sento bene i profumi e capisco dalle vostre voci che siete oltre che contente anche molto carine”.

Non è che sia una certezza, avere la voce bella non vuol dire essere belli, ma ho imparato che se vuoi qualcosa la ottieni solo con la gentilezza!
La sera si allunga in parole, sorrisi, qualche birra di troppo, allegria e molte mie gentilezze .
Ora prima di invitarvi a sciare nel nostro comprensorio, devo dirvi, sì perché molti di voi penseranno che recitando la parte del gentile al tavolo di  Elisa  prolunghi la sera trasformandola in notte con qualche bella cliente che oltre ad amare lo sci e la neve, senta il bisogno di provare un Cieco con un nome abbreviato per accontentare per metà la propria Mamma?
No, non finisce mai così e non perché non ami il gentil sesso e, nemmeno perché aspiri al Paradiso, ma semplicemente perché io come ogni stagione, da molti anni ormai inizio scendendo per primo, memorizzo tutto e mi faccio trovare pronto grazie a Lei, i colleghi dicono che sia bellissima, ma loro arrivano sempre dopo …

domenica 18 dicembre 2016

DA SOLO FINO IN CIMA



DA SOLO FINO IN CIMA

" ... Michel desidera riposarsi. Fumare una sigaretta. Ma questo non è possibile, perché sono tutte bagnate. Le butta via. Già da tempo ha finito il suo mezzo litro di thé. Quanto sarebbe buono, ora, un sorso di thé! ... Beh, pazienza: domani avrà il thé, e tante altre cose.
Thé, sigarette, sonno, riposo ...
Perché ora non riesce a dormire, su quel terrazzino solitario. Troppo stretto; gli manca inoltre la pace interiore. Anche l'uomo più forte non può sentirsi tranquillo internamente, trovandosi solo, di notte, su di una simile parete. Michel ripensa alla sua giornata. All'incontro con i tedeschi, che stanno riposando al "Bivacco della morte". A tutti i passaggi superati, alla roccia, al ghiaccio. Cosa gli riserverà ancora il domani?
Riflette, in preda ad innumerevoli pensieri. Cosa gli riserverà l'indomani?
Alle ventuno, Fritz von Allmen aspetta alla Scheidegg il segnale luminoso convenuto. Non vede niente. Alle nove precise Michel avrebbe dovuto fargli il segnale. Si era accordato alla stessa maniera, un anno prima, col solitario Adolf Derungs. Ma allora, il segnale non venne mai. Di nuovo il buon Fritz incomincia a sentirsi preoccupato. Poi, finalmente, ecco il segnale, lassù, in alto, ad intervalli regolari. L'orologio di Michel è in ritardo di dieci minuti ...
Finalmente! Dieci minuti, per chi aspetta un segno di vita da parte di una persona cara, sono un'eternità. Ma per un solitario, dieci minuti non rappresentano niente. Perché sa di dover bivaccare per undici ore!
Michel aspetta, seduto, rannicchiato sul suo posticino. Ha i vestiti bagnati, incomincia a tremare di freddo. Pure, dopo mezzanotte, riesce ad appisolarsi ogni tanto, per un po' di tempo, appeso ai suoi chiodi di sicurezza. Così trascorre la notte più lunga della sua vita.
Alle sei del giorno successivo, il 3 agosto, si sente di nuovo sicuro e tranquillo: sa che tra qualche ora tutto sarà finito.
Dal terrazzino, si cala giù in doppia fino all'itinerario originale, ed attacca l'ultimo camino delle  "Fessure terminali".
Ben presto, la parete diventa sempre meno difficile ... Ecco il Nevaio terminale ... La guida alpina Michel Darbellay ha compiuto la prima solitaria dell'Eigerwand. Un impresa grandiosa, che merita la più sincera ammirazione. Ma per l'imperturbabile Michel, si è trattato di una manifestazione di vitalità, quasi di uno sfogo fisico. Rimane in vetta seduto per venti minuti. Scaldandosi al sole, che scaccia il freddo e le ombre della parete che erano penetrate in lui. Giù alla Scheidegg, osserva dei minuscoli puntini neri che sventolano una grande bandiera bianca. Ma è ancora troppo preso dalla sua ascesa solitaria per soffermarsi sulle questioni della vita civile.
A causa d'un movimento brusco e maldestro, il casco, che aveva appoggiato accanto a sé, incomincia a rotolare giù e piomba nell'abisso da cui Michel era uscito. Questo è l'unico tributo richiesto dalla parete. Poi Darbellay incomincia la discesa lungo il fianco ovest. In condizioni normali, questa sarebbe per lui una semplice passeggiata, ma si sente molto stanco. Verso il basso, incontra la guida Fritz Gertsch di Wengen.
-E' una bella cosa che tu mi sia venuto incontro!- esclama Michel. E divora i cibi che l'altro gli ha portato.
Giù alla Scheidegg, è accolto con manifestazioni entusiastiche. Dice soltanto:
-E' una montagna immensa ... Sono stanco da morire. "

Tratto da:    Toni Hiebeler   Eiger, parete Nord  La morte arrampica accanto
Tamari editori   pag: 250/252

Michel Darbellay

venerdì 16 dicembre 2016

LA STREGA



LA NORD RIDOTTA IN BRICIOLE

Una giornata da passare tra i monti, una giornata come tante di quelle che preferisco, che aspetto durante la settimana, che mi aiutano a stare meglio. Il sabato e la domenica sono proprio una bella invenzione! E la mia passione… una fortuna!
Col compagno di tante uscite, di tanti “immaginabili” discorsi, sto salendo sotto la Nord, sotto la regina delle montagne bergamasche. La via scelta non conta poi più di tanto: l’unica cosa che ci interessa è arrampicare e… sulla Nord è una danza verticale! Saliamo a velocità… lenta, quella che il ripido sentiero richiede ai polmoni. Saliamo verso il rifugio Albani, tappa quasi obbligatoria prima della Nord. Fuori, un gruppo di persone si sta preparando per andare non so dove: non sono armati per la parete, sembrano più rilassati, gente da escursionismo, gente che suda diversamente per arrivare quassù.

Ci fermiamo per cambiare le magliette, fradicie di sudore… alpinistico e sento un profumo che non proviene dalla cucina: troppo presto per pastasciutte o polenta! È un profumo diverso, quasi unico…

«Caspita, Ivo, non distrarti» mi dico mentalmente. Così copro velocemente il mio fisico scolpito da anni di… diciamo solamente il mio fisico, che è meglio, e… tra le persone una ragazza cattura i miei sensori: tutti gli allarmi cominciano a lampeggiare! Una ragazza bellissima e… capisco subito che la famosa Nord sta perdendo velocemente il suo fascino.
Mi avvicino al fiore profumato: uno sguardo dolce e un bellissimo sorriso fanno definitivamente crollare, riducendola in un ammasso di sassolini, la grande parete… povera Nord! Scambio frettolosamente due parole e la meta odierna diventa il Monte Ferrante: niente armi, zaino leggero e sudore diverso!
Cavolo! E il mio compagno? Stavo dimenticando che in cordata si va in due e… devo assolutamente inventarmi una scusa: come fare a spiegargli che camminare (a volte) è più che arrampicare? Ma OT è un compagno straordinario: insieme formiamo una bella coppia sul verticale, insieme formiamo una bella coppia in… discorsi sconci! OT è talmente speciale che mi basta guardarlo perché lui capisca che oggi è una giornata persa: niente arrampicata per nessuno e per lui ore d’attesa. Lo vedo sistemare lo zaino: con un sorriso mi dà il “permesso” di congedarmi da lui. «Ci vediamo stasera, Ivo, poi mi racconti»: poche parole e io sono felicissimo!
Cammino tranquillo: il sole è caldo nel cielo e accanto a me una ragazza sconosciuta. Ma poco importa: il sangue mi gira talmente forte nelle vene che mi sembra di conoscerla da una vita. Ci raccontiamo di tutto: io, senza vergogna, le racconto un sacco di bugie, le dico che sono fortissimo, come Superman. Gli uomini, quando incontrano le donne, NON CAPISCONO PIÙ NIENTE! Lei sorride: sa di sicuro di possedere la “criptonite” per rendermi un agnellino.
Arriviamo in cima al Ferrante: c’è parecchia gente ma io, nella mia testa, sono solo con lei, come se fossi dentro una bolla. Ho poco cibo con me ma, gentilmente, le offro tutto: potrei vivere giorni senza mangiare, mi basterebbe stare a guardarla! Poi ci scambiamo gli indirizzi, ci accordiamo per rivederci, tutto fila liscio e scendiamo: una volta al rifugio mi congedo con un sorriso.
Per un po’ ci siamo frequentati: abbiamo scalato insieme, ci siamo divertiti… Poi, all’improvviso, lei è dovuta partire: l’estero l’ha rapita dai miei occhi ma non è più uscita dal mio cuore.

[...]

Ci cambiamo velocemente: fuori dal rifugio ci sono diverse persone. OT è accanto a me e mi guarda. Io lo fisso e scoppio in una risata: ora la Nord è tornata la Nord, grande, bella e fredda!
Saliamo lungo una bellissima linea e, giunti ad una sosta, OT mi chiede: «Ricordi quando hai conosciuto quella ragazza… come si chiamava?». Rispondo vagamente: «Certo che mi ricordo: si chiamava Morgana». Un attimo di silenzio e, mentre OT riprende a salire, dalla mia bocca esce un’ultima frase: «Morgana, sì… sicuramente il nome adatto a lei! Che con i suoi poteri non poteva che essere una strega!».

martedì 13 dicembre 2016

DA SOLO SU EL CAPITAN



Sono sempre stato innamorato di questa salita e ho sempre ammirato "IL MAESTRO". Forse chi non ha visto El Capitan o non lo ha salito, difficilmente potrà capire  una salita del genere, essere da soli quasi cinquanta anni fa, su una parete tanto enorme ... ho vissuto con amici giornate stupende sul Nose e sulla Salathé ... giornate in una Valle magica e ... un uomo solo quasi cinquanta anni fa ... una ENORME salita.
ivo

                                                           MUIR WALL

"Nella primavera del 1968, nella Valle dello Yosemite, un uomo spinto da un desiderio più grande della paura si accingeva a salire da solo i mille metri di parete del El Capitan"

"Quest'avventura era il riflesso di centinaia e centinaia di salite già compiute, ma significava anche vita rinnovata .... Perché era andato solo? ... Forse Royal sarebbe uscito da questa avventura più forte o con una conoscenza più ampliata. Avrebbe saputo vedere più profondamente nella vita. Scalare in solitaria gli dava una sensazione di indipendenza - o meglio di totale dipendenza da se stesso ...
... Bivaccava in un'amaca appesa ai chiodi piantati sopra il vuoto...
... Doveva salire per un tratto di roccia, poi scendere in corda doppia e risalire coi jumar lo stesso tratto per rimuovere i chiodi di passaggio. In pratica i mille metri di parete dovevano essere percorsi tre volte ...  
.. Ad un certo punto della salita, arrampicando parecchi metri sopra l'ultimo chiodo di protezione, Royal si rese conto di rischiare un volo molto pericoloso e si costrinse a rallentare l'andatura e a dare maggiore spazio alla riflessione. Era solo, lontano da tutti, e l'unica conversazione era con i suoi pensieri e con il vento...
... A cento metri dalla vetta trovò una sezione di roccia che aveva dato dei problemi ai primi salitori e che costituiva un grosso rischio per lui che poteva contare solo sulla propria assicurazione. Usò un RURP su un passaggio estremamente difficile, e poi un piccolissimo dado che resse il suo peso per un attimo e poi si staccò con la roccia attorno che si sfaldava. Royal volò ma il RURP lo tenne. Decise che il rischio era troppo grande e fece una cosa che non aveva mai fatto prima: forò la roccia per piantare un chiodo a pressione su una via già salita. Dal punto di vista della sua etica rigorosa questa fu una vera e propria sconfitta."




Passò anche l'ultima notte nell'amaca sospesa alla roccia.
La salita durò nove giorni e mezzo; sulla cima lo festeggiarono Glen Denny e l'amore della sua vita: Liz".



Tratto da:  PAT AMENT 
Royal Robbins  Il maestro dell'arrampicata americana - I Licheni- VIVALDA editori
http://www.lafeltrinelli.it/libri/pat-ament/royal-robbins/9788878081093

domenica 11 dicembre 2016

FULMINI E SAETTE

Gran Sasso, tre Amici, una sola cordata. Una linea dura, lontana e complicata, un viaggio nel Cuore dell'Anticima nord del Corno Grande.... GRANDE ALPINISMO.


Prima Invernale di Fulmini e Saette - Febbraio 2011
di Lorenzo Angelozzi

Una fantastica settimana di alta pressione è prevista nella zona del Gran Sasso. Occasione ghiottissima, per ogni alpinista, di tuffarsi su qualche parete! Noi cogliamo l’invito e decidiamo di salire la via First alla parete Est del Corno Piccolo. Così la mattina del 9 Febbraio io ed Andrea Di Pascasio siamo al piazzale dei Prati Di Tivo, ancora…Tutto il materiale steso ai piedi della macchina aspetta solo di essere infilato in uno zaino. Saremo leggerissimi, come sempre… Insieme a noi c’è anche Andrea Di Donato che però non potrà farci compagnia oggi, ha un cliente!
La giornata, come previsto, è eccezionale, nemmeno una nuvola. Tuttavia l’atmosfera non è così rilassata come dovrebbe essere. Una scalata in montagna, con quelle condizioni, con quegli amici…accidenti, è il massimo! Ma l’alpinista ingordo ed avido certe volte non si accontenta, vuole di più. L’alpinista sa quando è il momento di “gettare il cuore oltre l’ostacolo”, lo sa perché si sente pronto, perché le condizioni lo permettono, perché i compagni in quel momento stanno pensando la stessa identica cosa.
Durante la routine della preparazione degli zaini ci si gratta il capo e ci si scambiano sguardi che contengono libri di parole. “Non vi stancate troppo, domani si va in guerra” così Andrea Di Donato rompe gli indugi. Da quella frase in poi la giornata ritrova un senso, come noi ritroviamo il sorriso. La giornata scorre veloce, io e il mio compagno siamo ad Est, al sole, mentre Di Donato è a Nord in un canale freddo e ombroso. In comune però c’è una frase, che rimbomba nelle teste di tutti, e che lascia un’incognita sul dove quella guerra si sarebbe combattuta. Si pensa al Monte Camicia, con quella linea integrale che così raramente si forma; si pensa alle Murelle e si pensa a Fulmini e Saette che da troppo tempo aspetta la prima ripetizione in invernale.
La sera ci ritroviamo tutti a Teramo, nella stessa casa, per mangiare, rigenerarci un po’ e, finalmente, decidere come  trascorrere i prossimi giorni. Io sinceramente spero che la scelta ricada sull’Anticima, su Fulmini e Saette, ma non esternavo questo pensiero, forse perché sapevo che in fondo anche Andrea ed Andrea la pensavano come me. In fine è fatta, è deciso…si salirà Fulmini e Saette! La sera fino a tardi siamo in ginocchio per terra a scegliere con attenzione il materiale e da lì capisco che nulla ci avrebbe fermato. Abbiamo da mangiare per due notti, ma resistenza fisica e attitudine alla sofferenza per passarne altre tre o quattro in parete. Abbiamo capacità e protezioni per scalare in libera l’intera via, ma siamo anche disposti a scalare in artificiale fino all’ultima fessura, se necessario.
Di nuovo il piazzale, di nuovo la Madonnina, di nuovo neve da pestare e pestare e pestare…L’umore è dei migliori, sembrava di andare in gelateria o al bar. Ogni passo una battuta, una risata, una presa in giro. La Cengia dei fiori parte dal lato Nord del Corno Grande e con un traverso a sinistra sbuca in pieno Paretone, a Est, dove ci aspetta il solito spettacolo. Luci, ombre, canali infiniti e pareti suggestive. Impieghiamo tutto il giorno per raggiungere l’attacco della nostra via. Incontriamo discese in doppia, pendii ripidi, ghiaccio e misto. Dopo 10 ore dalla partenza ci siamo, il primo tiro che in genere è il più duro (non in inverno) è sopra di noi. Ci sentiamo come dei robot, tocca a me salire il tiro da primo. La prima metà è ghiacciata, poi la parete si impenna. Con un pit stop velocissimo sostituisco i ramponi con le scarpette da arrampicata, e si scala…

Raggiungiamo la prima sosta e decidiamo di bivaccare. Scaviamo il ghiaccio con fatica e scopriamo che sotto non c’è un filo di  cengia, nemmeno per stare seduti. Non importa! Dopo un pasto caldo e un tè ci infiliamo nei sacchi a pelo e, completamente appesi all’imbrago, ci apprestiamo a passare una lunghissima ma bellissima notte. Il freddo non ci da fastidio, fa parte del gioco, e comunque abbiamo un altro tipo di calore…quello dei compagni che ridono, scherzano, ti amano, ti consolano e ti aiutano. Ogni 10 minuti siamo costretti a tirarci sulla corda per levare il peso dall’imbrago e far respirare le gambe che sistematicamente si addormentano.
In pieno Paretone, con le frontali accese, è come essere in vetrina. Chiunque con una buona vista può vederci luccicare. Al telefono scopriamo infatti che il carissimo amico Daniele Gentile, validissimo alpinista, è sotto di noi, in autostrada e sta strombazzando col clacson per salutarci. Non riusciamo a udire realmente il suono dell’auto ma lo sentiamo vicino a noi con le orecchie dell’amicizia. Intorno alle 7:00 da dietro il Monte Camicia sembra intravedersi un raggio di sole. Lo anticipiamo di qualche minuto preparando del tè e facendo colazione. Colpiti dalle primi luci riordiniamo tutto con tranquillità e naturalezza e ci prepariamo per la scalata. Sarà una giornata lunga e dura, una guerra.
Le condizioni della scalata cambiano in continuazione. In un unico tiro si alternano ghiaccio e roccia anche tre o quattro volte. Di conseguenza ci troviamo a scalare con le scarpette sulla neve o con i ramponi sulla roccia, con le piccozze sui ciuffi d’erba o con le mani sulle concrezioni di ghiaccio. Ma in questo momento e in questa salita tutto è normale e tutto è bello così com’è. I miei compagni ricordano di un grottino nei pressi degli ultimi tiri e con la gambe ancore indolenzite dalla nottata il pensiero di stendersi un po’ ci spinge a scalare fino a notte, fino a quel grottino. I tiri, sempre impegnativi, ci hanno entusiasmato. Piantare un chiodo è sempre più faticoso, scalare con lo zaino è massacrante e la via non sempre è chiara. Un corpo a corpo continuo con la natura e con gli elementi! Ma noi godiamo in quella sofferenza, viviamo di quella sofferenza.

Il bivacco è sempre un piacere, in qualsiasi condizione, ma ci sono piccoli dettagli che lo rendono più amabile: la soddisfazione nel come è stato raggiunto, le persone con cui lo condividi e infine la comodità. Valutando questi parametri posso affermare che questo bivacco è Perfetto!
Minestra, formaggio, pane e tè e poi finalmente una o due ore di sonno. Ci svegliamo in piena notte, tremando, e scambiamo per ore chiacchiere come se fossimo  adolescenti in gita che non prendono sonno.
Sole, colazione, preparativi, un’ultima battaglia e finalmente la cresta finale. Un centinaio di metri di terreno facile ci separano dalla vetta. Li saliamo in volata come ciclisti e intorno alle 10:00 siamo sull’Anticima Nord del Paretone. La guerra è vinta, l’invernale è riuscita ma l’emozione  aspetta ancora ad uscire fuori. Ci scappano due parole per Tiziano Cantalamessa al quale abbiamo dedicato la salita, per spirito e stile, e poi giù in macchina, alle 15:00 devo essere a lavoro!
Abbiamo pochi minuti per salutare i soliti frequentatori del posto, tutti amici, e ancora meno tempo per mangiare una pizza a Teramo.
Poi arriva il relax per tutti…ed è lì che sale l’emozione, la consapevolezza di quello che abbiamo fatto, la semplicità con cui abbiamo trasformato il difficile in facile solo con una battuta o con una parole dolce. Quando immaginavo questa via in invernale mi sentivo un fanatico a bordo di una 500 che stringe lo sterzo immaginando di guidare una BMW…Ora mi sento a bordo di una Ferrari!




venerdì 9 dicembre 2016

DA ME SI DICE "PECUNDRIA"

"Siamo spiacenti Signor Ferrari, lei ha preso il Virus della Pecundria, e ... non esiste nessun farmaco adatto a debellarlo, dovrà solo stare a riposo, distrarsi e pensare ad altro che non siano i monti, eliminare riviste (non è un problema non ci sono più Le Riviste), camminare poco, rinnovare la licenza di pesca, gonfiare le gomme della sua Bike ...insomma Staccare!"

"Come? e come faccio! i pesci nel Lago di Lecco sono quasi scomparsi, l'imbottitura sotto il culo da ciclista non la sopporto, io non posso non andare in montagna? ...vedremo!"
Tutto è cominciato quando di mattina mi sono accorto che per alzarmi devo fare uso della Sveglia, non ho mai avuto una sveglia, la mia testa si programmava da sola, tutto è cominciato quando la mattina per alzarmi devo riunire le energie presenti qua e la nel mio corpo, riunirle ad aiutarmi ... la pelle durante il sonno emana una sostanza strana, dal sapore del Vinavil che poi asciuga verso le prime ore del giorno lasciandomi incollato al letto ... a volte, dopo dura lotta faccio la colazione seduto in cucina con le lenzuola ancora attaccate alla schiena!

Ivo, Ivo, all'ora  ti alzi, dai che facciamo un bel giro intorno al San Martino, andiamo ai Resi e scendiamo dalla Val Calolden?

No! io ho la Pecuniaria, non posso faticare, altrimenti questa mattina serei andato ad Arco o illuminato dalla frontale a piantare le piccozze in qualche canale orobico ... devo staccare Federica, hai sentito cosa ha detto il dottore ... al massimo oggi, prima pero deve scaldare il Sole andiamo sul tetto di casa ha fare Stelle.

Stelle Cadenti è una bella e comoda linea, chiodata il giusto e gradata il giustissimo ...una delle grandi classiche dell'inverno, parete assolata, discesa comoda e l'opportunità di incontrare a volte tanta gente ...
Stelle Cadenti è un bellissimo nome per una stupenda linea.
Lo zaino è praticamente vuoto, solo corda e rinvii ...in un attimo saliamo e scendiamo, come piace a me!






"Pronto ivo, come va? allora ci vediamo il 20 dallo Stefano ...mangiamo qualcosa e poi saliamo a bivaccare? ... Non c'è molta neve, solo sulla parete! ma qui da me fa veramente freddo, a presto"

L'inverno alle porte.

giovedì 8 dicembre 2016

GARA INVERNALE



Non posso dimenticare, semplicemente perché quando da ragazzo ho iniziato a "sognare" e vivere la Montagna, loro erano gli assi del momento, salivano e scendevano dovunque lungo i budelli ghiacciati del Monte Bianco, lavagne granitiche venivano "liberate" e percorse a velocità impensabile.
Le riviste specializzate e quelle poche trasmissioni televisive annunciavano il Loro alpinismo, la Loro personale visione dell'alpinismo.
Due Francesi in mezzo ad altri Francesi, due Amici e la rivalità, quella a volte dettata dagli sponsor.
La Trilogia Invernale delle fredde Nord era qualcosa d'impensabile, una dopo l'altra d'inverno... e noi, ragazzini sognavamo passando da Postal Market ( in bagno) ad ALP nelle sezioni Cai.
Il termine "Trilogia" affascinava e affascina tutt'ora al solo pronunciarlo, vivere intensamente tre pareti in un solo boccone, una dopo l'altra strizzando il proprio corpo fino a prosciugarlo.
Poi c'era il resto, quello che solo più tardi abbiamo notato, elicotteri rumorosi che volteggiavano a pochi metri dall'alpinista in posizione precaria, lo Sponsor sempre ben stampato e gli "aiuti", Guide, amici, donne, pronti ad intervenire, a fermare la "gara", si perché la Trilogia invernale era una gara senza medaglia ma ricca di gloria.
Io sognavo e quasi svenni quando poco più grande di ritorno dalla "Bonatti" ai Dru, incontrai il Grande Profit lungo le strade affollate di Chamonix.
I rivoluzionari erano loro e pochi altri.
Mi hanno regalato sensazioni, idee e voglia, sfondando la porta del "proibito" ed inoltrandosi nel fantastico.
Ora la Trilogia è cosa frequente, i tempi dimezzati, i gradi aumentati, agli sponsor non basta quasi più, alla gente non basta quasi più ... la velocità è andata fuori giri, quasi come le gambe di Ben Jonson poco prima di essere squalificato.
Io in bagno ci vado ancora, ho sostituito Postal con un pratico schermo digitale, al Cai non passo mai se non per pagare il bollino ai miei figli, delle Riviste del settore non ne voglio parlare ...


Escoffier

https://www.youtube.com/watch?v=oOjTX5kgJf8


Profit

https://www.youtube.com/watch?v=o1i7oRYmTos



martedì 6 dicembre 2016

anno 2014 OVEST GRIGNONE ...aspettando l'inverno nuovo




Una gran bella camminata, l’aria fredda che ti entra nei polmoni, il sapere di essere vicino a casa, la conoscenza dei posti e quell’orizzonte visto e rivisto centinaia di volte.
Un orizzonte assorbito nel tempo, bello e magico da guardare … quello che non ti stufi mai di vedere.
La mattina si sente nelle dita dei piedi, in quelle delle mani, sulla punta del naso e delle orecchie, la mattina è fredda ed entra nei polmoni che respirano il gelido.
Davanti a noi la bella ovest del Grignone con le sue magiche linee invernali, lingue sottili e canali pieni … Mi piace la ovest, ci vengo spesso e, a seconda del pensiero scelgo la linea che mi si addice. Oggi sono con Federica, oggi è il classico canalone ovest che ci chiama.
Con me ho la corda, con me ho la mamma dei miei figli e una regola non scritta da rispettare. La neve è buona, dura il giusto per far mordere le punte dei ramponi, il cielo ha il colore più bello. Saliamo con calma, godiamo l’istante che ha volte corre via troppo veloce per vederlo. Il Grignone e la sua parete, giornate fredde e solitarie, ventose e in compagnia, tante volte e tante gioie. Il Grignone che d’inverno si trasforma, con le sue cornici, le sue creste, i suoi pendii e quell’orizzonte sempre uguale che non mi smetterò mai di guardare.


Bello il Grignone, brava Mamma!









per saperne di più: http://www.gruppocorvi.org/



lunedì 5 dicembre 2016

LE VENTI E CINQUE VIE DI FEDERICA N6


Sesta "voglia" di Federica, giro giretto alla Parete Rossa di Castel Presina.
Questa mattina con noi è "ritornato" Paolo (finalmente). Oggi cordata da tre verso l'assolata parete Rossa, che, visto le nuvole in cielo, di assolato non ha proprio niente. Dopo "Instabilità Emotive", ritorniamo per la vicina "Evitando el Frio", nome che oggi abbiamo cambiato con "Prendendo l'acqua", visto che per un paio di tiri una leggera pioggia ci ha fatto compagnia.
Il comodo sentiero in discesa ci conduce rapidamente alla base della via ... nessun'altro in vista, ad eccezione di un paio di cacciatori. Immagino che lo scarso affollamento sia legato alle "avverse" condizioni meteo. Ma noi siamo "Invernalisti", forse, e un po' di freddo ed acqua non ci intimidiscono... forse!
La chiodatura è estremamente ravvicinata, tanto che l'armonia dell'arrampicata viene spesso interrotta .. il mio piccolo cervello deve ogni volta pensare se rinviare o passare oltre. L'umidità e le soste, non proprio comode, ci mettono comunque a "dura prova"...
Con le mani in tasca, mentre ritorniamo alla macchina, pensiamo alla prossima "gita", ovviamente è Federica che deve decidere, io mi limito a "consigliare".
Sembra che, per ora, tutto vada per il verso giusto: le linee scelte piacciono a Lei e convincono me.
A quando la prossima? dove?
io lo so ma prima bisogna scalarla.
ciao ivo.





Per saperne di più: http://www.sassbaloss.com/pagine/uscite/montecimo11/montecimo11.htm

LE PRECEDENTI "VOGLIE":
http://ivoferrari.blogspot.it/2016/11/le-venti-e-cinque-vie-di-federica-n4-5.html
http://ivoferrari.blogspot.it/2016/11/le-venti-e-cinque-vie-di-federica-n3.html
http://ivoferrari.blogspot.it/2016/11/le-venti-e-cinque-vie-di-federica-n1-e-2.html