venerdì 8 dicembre 2017

NE RIPARLERO', GRANDI STORIE DI UN UOMO VERO


Ne riparlerò, il libro è quasi al termine, l'ho letto con calma, assaporando ogni vicenda ... ora per me è troppo lontana, ma chi può...credo debba andare!


Bravo Giancarlo ..

giovedì 7 dicembre 2017

RICCARDO BEE

Riccardo Bee  disegno di Umberto Ferrari

Riccardo Bee   di Ivo Ferrari

«Un inverno di quelli seri, l'Agnèr sembrava una gigantesca torre di ghiaccio...»
così Mauro Chenet ricorda l'inverno in cui Riccardo Bee cadde tentando in solitaria proprio la parete Nord del Gigante di Pietra dolomitico.
L'ingegnere Bee, accademico del CAI, aveva 35 anni, ed era considerato come uno dei più forti e preparati scalatori Dolomitici.
Schiara, Pale di San Lucano, Pelmo, Monti del Sole... tutte zone selvagge ed isolate, luoghi di pareti grandiose, dove spesso occorre camminare ore per portarsi all'attacco di veri monumenti verticali.
Su quelle montagne, in quelle valli, Riccardo in compagnia di Franco Miotto tracciò itinerari tuttora irripetuti.
Memorabile fu la prima invernale sulla Sud-Ovest del Burel, nel gruppo della Schiara, lungo il gigantesco diedro centrale della via Italo-Polacca (il racconto di questa avventura è brillantemente narrato nel libro di Luisa Mandrino LA FORZA DELLA NATURA Franco Miotto l'uomo dei Viaz ).
Di Riccardo non si è mai parlato molto, e ancor meno si conoscono le sue stupefacenti imprese solitarie, vie nuove, invernali, prime ripetizioni che lasciano ad occhi spalancati.
Quello di Bee era senza alcun dubbio un alpinismo romantico e di sacrificio, e per alpinismo si intende quello con la A maiuscola, un alpinismo silenzioso... Con Miotto passò su pareti repulsive: basti ricordare, l'immenso e aggettante Diedro Giallo sullo Spiz di Lagunaz nelle Pale di San Lucano, la via Dei Bellunesi al Pizzocco nelle Alpi Feltrine, le linee magiche sulla Palazza, i gialli del Pelmo.
Forse però i suoi più belli e audaci capolavori, Riccardo li firmò in solitaria.
Grande fu la prima solitaria e invernale del Gran Diedro Nord-Ovest della Schiara, sempre nello stesso gruppo e sempre da solo ripeté la già citata Italo-Polacca al Burel, in Marmolada vinse l'impressionante Striscia di Melafiro sul Serauta, ma è sulla parete Ovest del Monte Agnèr che firmò il suo capolavoro solitario tracciando lo stupendo Pilastro Centrale.
Ventuno anni dopo il Pilastro riceve la prima ripetizione da parte del valligiano Mauro Chenet e di Ivo Ferrari. Noi la consideriamo  una salita tra le più belle delle Dolomiti!
Ricordo di aver annotato «...l'itinerario è a dir poco fantastico, logico, sale diritto alla vetta del Gigante. Circa a metà via abbiamo trovato la cengia dove Bee si fermò a passare la notte. Anche se non ho avuto la fortuna di conoscerlo, trovandomi dinanzi al piccolo muretto di sassi costruito per ripararsi dal buio dell'Agnèr, mi sono sentito molto vicino a Riccardo e un nodo mi stringeva la gola... emozione e rispetto per una persona che ha influenzato molto il mio modo di andar per monti...».
Alessandro Gogna nel suo famoso libro SENTIERI VERTICALI parlando delle vie di Bee scrisse «...sono salite assai misteriose, ma di certo estremamente impegnative, che urlano alla vergogna di non essere ancora state ripetute. Sarebbe questo l'omaggio più bello al grande Bee...» e «...ancora ci si chiede se valga la pena essere un grande alpinista, forse è davvero meglio andare a giocare con gli spit».
Sono passati molti anni da quel tragico inverno, numerosissime vie sono state tracciate e molti problemi risolti, ma baste entrare in Valle di San Lucano o camminare per la selvaggia Val del Piero, che l'occhio attento non può non vedere i capolavori di Riccardo Bee...vie del passato per l'alpinismo del futuro!

 
PRINCIPALI SALITE
Vie Nuove:

Gruppo delle Pale di San Lucano
Diedro dei Bellunesi Spiz di Lagunaz con F.Miotto e S.Gava
Diretta Sud-Ovest 2 Pala di San Lucano con F.Miotto

Alpi Feltrine
via dei Bellunesi Monte Pizzocco con F.Miotto

Marmolada
via Delle Zurle Serauta in solitaria
Direttissima Serauta con G.De Biasi, M.De Vecchi e S.Neri
via Bee-Gava Serauta con S.Gava

Pelmo
Diretta Sud-Ovest con F.Miotto e G.Groaz

Gruppo Mezzodi-Pramper
Diretta alla parete Nord Spiz di Mezzo con F.Miotto

Antelao
Diretta Punta Menini in solitaria

Monti del Sole
Diretta Cima Nord del Feruch con F.Miotto
via Chino Viel Palazza con F.Miotto
Gran Diedro Ovest Palazza con F.Miotto

Gruppo Agner
Canalone Nord con F.Sponga
Pilastro Centrale Agner in solitaria
Gran Diedro Ovest Agner in solitaria

Gruppo della Schiara
Direttissima Pala Alta con F.Miotto, G.Gianeselli, E.Foggiato, G.Garna
via Federica Croda del 7° con G.Bee
via Adelchi Croda del 7° in solitaria
Dorotei-Bee Croda del 7° con S.Dorotei
Diretta Ovest Schiara con F.Miotto
via Santina Nason con F.Miotto, A.Azzalini
Camino Nord-Est Nason con G.Gianeselli, E.Foggiato, F.Miotto
via de la Dalmeda Nason con F.Miotto
Per la parete Nord-Ovest Nason con F.Miotto
Dorotei-Bee Pala Belluna con S.Dorotei
Parete Sud-Ovest lato di Sinistra Pala A.Tissi con F.Miotto, S.Gava
Sperone Sud-Est Pala A.Tissi con F.Miotto, S.Gava
Diretta Nord-Ovest Burel con F.Miotto
Parete Sud-Ovest lato di Sinistra Burel con F.Miotto
Parete Sud-Ovest lato di Destra Burel in solitaria
Gran Diedro di Destra Burel con F.Miotto
Parete Sud via di Destra Burel in solitaria
Parete Sud-Est via di Destra Burel in solitaria
Fessura Nord Torre dell'Angolo Grande in solitaria

 
RIPETIZIONI

via Vinci-Bernasconi Monte Agner 1 solitaria
via Italo-Polacca Burel 1 solitaria
via Caldart-Sorgato 2 Pala del Bancon Schiara 1 solitaria
via Livanos Pala Belluna Schiara 1 solitaria
via dei Polacchi Diedro Nord-Ovest Schiara 1 invernale e solitaria
Gran Diedro Sud Schiara 1solitaria
Gran Diedro Sud Schiara 1 invernale con F.Miotto
via Italo-Polacca Burel 1 invernale con F.Miotto


mercoledì 6 dicembre 2017

domenica 3 dicembre 2017

TRAVERSATA ALTA E BASSA DELLE GRIGNE


"La traversata alta costituisce, unito alla traversata bassa, un giro ad anello che tocca le due vette e che, con sufficiente allenamento, può essere percorso in giornata, ed è un must dell'escursionismo in Grigna".




 Esattamente non so cosa sia per me la traversata alta delle Grigne, quello che invece so è che ogni volta che "riesco" a farla, rientro a casa completamente distrutto!
La stagione che amo di più per percorrerla è l'autunno con i suoi colori magici, ma anche quando il colore dominante è il bianco  della neve, la traversata ha il suo fascino. 
Oggi non è ancora Inverno, ma Dicembre è sempre Dicembre e la traversata era nell'aria. 
Faccio molta fatica ad alzarmi la mattina, mi piace dormire! Federica mi sveglia, lei già pronta, caffè caldo e la mia solita tazza di latte e biscotti. Entro nei vestiti, faccio quello che devo fare e ...
La Cresta Sinigaglia sale ripida verso il colle, passo dopo passo, sole e ombra, caldo e freddo.
Oggi ho portato dei "guantoni" simili a quelli per salire sul ring! Non voglio sentire freddo.
Mi piace questa gita che passa sul filo e sta tra l'alpinismo e l'escursionismo, mi piace perché il traffico è sempre moderato, quasi assente direi.
Andateci se potete, lei, la traversata merita davvero, quella bassa poi vi aiuterà a smaltire la giornata.
Buona Montagna












sabato 2 dicembre 2017

DIEDRO di MEFISTO PARETONE DEL GRAN SASSO D'INVERNO


Una salita "straordinaria", lungo una linea entrata nella leggenda. Un posto isolato, tetro, grandioso...freddo! Due Uomini, due AMICI e un idea, un sogno che pian piano diventa realtà. Un'invernale da Antologia ed un bellissimo ricordo di vera Amicizia.


DIEDRO DI MEFISTO D'INVERNO  di Franchino Franceschi

"... Arrivammo alla base della via alle prime luci dell'alba, modificammo il carico degli zaini facendone uno leggero per il primo di cordata e uno pesante per il secondo. Tiziano si sarebbe tirato i primi tre tiri, io i tre successivi e così via.
Il diedro di Mefisto alla base non è ancora un diedro, ma una parete non proprio invitante, verticale, nera, con blocchi squadrati che obbligano a dei movimenti strani, diversi rispetto alle altre vie che stanno lì attorno, ma quella mattina d'inverno, col ghiaccio che colava da tutte le parti, era veramente impressionante e non ci voleva molto per capire che non sarebbe stato facile averne ragione.
Nonostante ciò, Tiziano aveva, lentamente, con circospezione, ma avanzava, cercava di evitare colate di ghiaccio quando poteva, altre volte puliva, a vederlo tutto sommato non sembrava neanche troppo difficile e d'estate li è 6°.
Arrivato in sosta mi chiamò, ed io iniziai a salire, riuscii a fare non più di due metri e fui costretto a scendere: con quello zaino sulle spalle, era impossibile arrampicare, per cui mi sciolsi una corda e la legai allo zaino.
Ricomincia a salire, dopo 5 o 6 metri mi feci bloccare da Tiziano, comincia a tirare lo zaino fino a me e così via. Quando arrivai alla sosta ero molto affaticato e quello era il 1° tiro. Proseguimmo con questo sistema, non si poteva fare altrimenti: se avessimo lasciato lo zaino in sosta e lo avessimo tirato in due dalla sosta successiva, a causa della conformazione della roccia si sarebbe sicuramente incastrato. Non c'erano alternative, era dura, ma ormai eravamo dentro e dovevamo proseguire così.
Il secondo tiro fu peggio del primo perché lo zaino si incastrava continuamente ed ero costretto ad issarlo tenendolo affianco a me. Lo sforzo con le braccia era indescrivibile. In sosta ci mettemmo un attimo ad analizzare la situazione: la mia proposta era di abbandonare il materiale da bivacco; Tiziano non era dello stesso parere, non si fidava della parte superiore del diedro vero e proprio.
<<Se troviamo molto ghiaccio che ci rallenta, poi che facciamo? Una notte qui con queste condizioni senza piumino non la passi vivo>>, diceva. Io avrei preferito invece tentare la carta della leggerezza, ma mi rendevo conto che era molto rischioso, però continuavo a ricordagli che anche sul Camicia avevamo portato il materiale da bivacco per gli stessi motivi, ma che col senno di poi, senza, saremmo usciti tranquillamente in giornata.
Eravamo fermi sulle nostre posizioni e la situazione era in stallo: per me dovevamo lasciare tutto lì e per lui dovevamo portarci tutto dietro con la tecnica adottata fino a quel punto. Poi la svolta; mi disse <<facciamo così, faccio un altro tiro io, poi vai avanti tu per altri 3-4 tiri o quanti te ne pare e poi vediamo>>. Accettai.
Il terzo tiro fu esattamente come gli altri due: un calvario! Passai davanti io: con lo zaino leggero salivo molto velocemente, nonostante il ghiaccio nelle fessure, sulle tacche, nei buchi e in ogni dove. Era difficilissimo proteggersi, per cui bisognava fare molta attenzione. Ricordo in particolare un passaggio in placca con una larga fessura sulla sinistra.
La placca era tutta incrostata di vetrato così come la fessura, dentro un friend con le camme che lavoravano sul ghiaccio, una mano che afferrava quel poco di pulito che c'era e nell'altra la piccozza, che lavorava in punta di becca su minimi appoggi consentiva una lenta e accorta salita.
Prosegui per altri tiri fin quando Tiziano, anche lui stanco, non mi chiese di ripassare davanti. Lo zaino si era strappato in diversi punti e per paura di perdere il materiale fummo costretti a sprecare qualche cordino per rinforzarlo. Da primo di cordata Tiziano saliva come un treno, ed anche se le difficoltà erano elevatissime e le protezioni insufficienti, eravamo perfettamente in grado di gestire la salita cin un certo margine di sicurezza. Il secondo arrancava stimolato dalla consapevolezza che poi sarebbe passato davanti.
L'affiatamento era ai massimi livelli, tanto che tutte le difficoltà che ci si ponevano dinanzi venivano superate con naturalezza.
Nel diedro vero e proprio l'arrampicata si fece estrema, ma esteticamente strabiliante: fessura ghiacciata con le pareti a destra e a sinistra vetrate per non meno di 70 centimetri, spesso anche di più. Progressione tutta in spaccata per tutto il diedro che al povero Tiziano toccò da secondo.
Prima dell'ultimo tiro del diedro, la luce si fece quasi improvvisamente insufficiente e decidemmo di bivaccare. C'era una cengia larga non più di 50 centimetri che dovevamo spianare, ma non lunga abbastanza  per potercisi sdraiare, per cui potevamo solo stare seduti con le gambe nel vuoto.
Non fu facile quella sera prepararsi da mangiare: era tutto in equilibrio precario, poi quando fu la volta di provare a dormire ci rendemmo conto che il ghiaccio sotto la stuoia, sciogliendosi, inclinava il piano del terrazzino per cui più di una volta ci siamo svegliati di soprassalto che eravamo già scivolati giù, rimanendo appesi alla corda di sicurezza.
Mi venne in mente di legare alla sosta un cordino in cui infilare le gambe, pensando che mi avrebbe tenuto in una posizione più comoda. Mi addormentai e la stanchezza accumulata non mi fece rendere conto che il cordino mi stava bloccando la circolazione. Svegliandomi per i brividi di freddo, mi resi conto che avevo i piedi già insensibili. Comincia a massaggiarli, ma tutto era faticoso e difficile a causa della posizione precaria.
Poi pian piano la circolazione si riattivò e il dolore lanciante era segno che forse riuscivo a salvarli. Non riuscimmo più a dormire per il resto della notte.
Alla prima luce mettemmo qualcosa sotto i denti, ma senza usare il fornello in quanto quel posto era troppo scomodo, ci aveva stufato e volevamo lasciarlo il più presto possibile, quindi ci mettemmo subito in movimento.
Sopra di noi c'era ancora un mezzo tiro per uscire dal diedro, ma aveva un aspetto poco invitante: il ghiaccio era assente soltanto dove la roccia strapiombava.
Partì Tiziano, con larghe spaccate, riuscì a superare la prima parte di parete aggettante, poi scomparì alla mia vista, ma si muoveva velocemente. Infatti, poco dopo arrivò il comando di mollare tutto e andare. Superai faticosamente quel tratto, issai lo zaino, feci qualche altro metro verticalmente, poi la roccia si coricava e vidi in alto Tiziano: eravamo fuori dalle difficoltà. Lo raggiunsi e decidemmo di ridistribuire il contenuto dello zaino. Proseguimmo ed in breve eravamo fuori: erano circa le 10 del mattino, il Paretone era tutto sotto di noi, ci stringemmo la mano facendoci reciprocamente i complimenti.
La giornata splendida ci invitò a sederci nella neve e prepararci un tè. Era stata una salita tecnicamente molto difficile, e a causa dello zaino anche molto faticosa, ma era fatta..."

http://ivoferrari.blogspot.it/2017/11/i-quattro-pilastri-dinverno.html


giovedì 30 novembre 2017

GIOVANNI NON SA VOLARE

                                             
GIOVANNI NON SA VOLARE



Il nostro gioco preferito di quell’estate e di molte altri estati era la “battaglia Greci contro Romani”. Non ricordo il perché avessimo scelto sia i Greci che i Romani, ma da ragazzi i perché sono molto più che le risposte.
Dopo pranzo al ritorno dalla scuola, i compiti venivano sbrigati a velocità elevata, il gioco e la nostra battaglia quotidiana non ammettevano ritardi. Nel vecchio Consorzio Agrario si svolgeva il nostro vivere all’aria aperta. Lì eravamo i padroni, stanze vuote su due piani, un prato enorme, tutto recintato appositamente per non entrarvi … Noi sì!
Luca, Giovanni, Giampa erano Greci, io Toni e Robi impersonavamo i famosi Romani, quelli di Roma la capitale d’Italia. Spade e scudi di legno, ognuno fabbricato artigianalmente da ciascun combattente. Luca ovviamente aveva sempre le armi migliori, suo Padre possedeva una piccola officina ricca di attrezzi d’ogni tipo e … noi tagliavamo piante e inchiodavamo cassette di legno. La battaglia durava l’intero pomeriggio, il tempo giusto perché qualcuno si facesse immancabilmente male, due punti in testa a Giampa, un naso rotto a Toni … ciascuno di noi la sera tornava con segni rossi e graffi dovunque … ma si sa, le battaglie sono sempre feroci e quelle a spade, bastoni e lance sono le più movimentate!

Un pomeriggio come tanti, forse più cruento del solito, i Greci si ritirarono al piano superiore del Consorzio, barricati in una stanza diedero tutto per resistere, ma noi eravamo conquistatori, le leggendarie armate non conoscevano barricate, botte da orbi, feriti, cassette fracassate …Giulio Cesare ne sarebbe stato fiero.
Sfondammo lo sfondabile e, come avevamo imparato da quel poco tempo di tv che ci rimaneva, quel pomeriggio facemmo prigionieri …tutti tranne uno, Giovanni che riuscì a scappare nel solaio dello stabile.
La porta cadde, l’ariete costruito era robusto e superò l’ostacolo: Giovanni era lì, sul bordo della finestra senza bordi, lì vicino al vuoto.

Arrenditi o verrai giustiziato?”

Giovanni non era molto alto, Giovanni non è mai cresciuto molto, piccolo e svelto, furbo e simpatico …ma Giovanni era un Greco, doveva essere catturato.
L’altezza dal suolo era superiore ai metri consentiti per lanciarsi nel vuoto, ma Giovanni era diverso, sempre pronto a sfidarci e a sfidarsi. In un attimo, forse senza pensarci un attimo, Giovanni pur di non farsi catturare, si lanciò nel vuoto! Furono attimi di panico.
Corremmo giù nel cortile a tutta velocità, nessuno avrebbe mai creduto al “Se vi avvicinate io mi butto”. Giovanni era lì, inginocchiato, gli occhi erano aperti, sveglio come non mai, aveva esaudito il suo sogno di volare, non si era arreso…. Lo aiutammo ad alzarsi, nulla di rotto, ma!!!
Cadendo era riuscito a rimanere in piedi, ma nessuno potrà mai sapere come fece a non spiaccicarsi al suolo. Ciò che accadde e che riuscimmo a costatare, era che Giovanni si piegò e le ginocchia toccarono il suo mento, i denti (le cosiddette Palette) si infilzarono nel labbro inferiore. Sangue e gioia …


La sera tutti, Greci, Romani e simpatizzanti andammo a casa di Giovanni, Lui era appena tornato dal Pronto Soccorso …sua Mamma ci aprì la porta e con faccia rassegnata disse:
“Giovanni non sa volare!”.

mercoledì 29 novembre 2017

CONDORPASS ANGELONE



"L'hai fatta?"
"Booo! non mi ricordo, forse, può darsi, ma non credo!"

Inizia così la nostra scelta giornaliera, Federica dice che lei l'ha salita nel secolo scorso e non si ricorda un bel niente, io del secolo scorso ricordo la gran nevicata e il dito alzato del leggendario Pietro all'olimpiade di Mosca ...altro mi si confonde, troppe cose per un cervello piccolo!!

Partiamo presto, la voglio godere senza avere cordate sulla testa, sono diventato un vecchio esigente e brontolone! verrò perdonato al momento del perdono.
Ripido sentiero, breve avvicinamento e ...alla base della via ben quattro cordate! alzarsi presto a volte è solo uno svantaggio!!!!
Scappiamo immediatamente, io non riesco a stare in compagnia.
Sono un tipo Antisociale direbbe Francesco Guccini .
Passano alcuni giorni e mi è rimasta quella voglia di andare a vedere se Condorpass l'ho salita o no.
Pomeriggio libero, aria fresca ma cielo azzurro, raggiungo l'attacco e, anche questa volta sono stato preceduto, ma una sola cordata non sono quattro. Salgo velocemente e capisco di non essere mai salito di lì, l'unto di certi passaggi mi fa usare le braccia come non dovrei usarle...sudo.
"Pronto Ivo, dove sei finito?"
" A togliermi un dubbio ...arrivo presto!".


Dal giornale dei Condor: Primo Più n. 42 - Ottobre/Novembre 1978

Stefano e i chiodi


"Ci incontriamo alla stazione a valle della funivia di Bobbio, il Don con lo Stefano Bonaiti Senior, Stefano Junior e il Fabio Secchi, quindi Ciusse ed io, arrivati col pullman.
Guardiamo subito la parete dove vogliamo aprire una via nuova: lo Zucco Angelone, il monte che si trova proprio sopra le Placche di Introbio.
Non vediamo Ivan, Michele, Dan e Pol che dovrebbero essere in parete dal giorno prima: volevano fare un'esperienza di bivacco... Si vede che avranno preferito bivaccare a casa di qualcuno...
Ci incamminiamo per un sentiero in piano e poi saliamo diritti per un bosco scosceso fino alla base della parete, entrando in un canale che risaliamo fin quasi al termine.
e su ottima roccia. Fabio risolve un traverso a sinistra alla Tarzan, mentre Stefano accusa la stanchezza e non riesce più a togliere i chiodi del Don, che piange la dura perdita (16 chiodi) decidendo di non metterne più.
Con le altre lunghezze, più facili ma sempre bellissime, usciamo su una cima secondaria, raggiungendo la vetta principale dell'Angelone dopo un quarto d'ora di cammino.
Lo Stefano è un po' provato, io anche ma mi tengo su. La soddisfazione è grande e dopo una bella bevuta passa la stanchezza.
Pietro Corti




martedì 28 novembre 2017

LA SCIARPA DEL PECCATORE



LA MIA SCIARPA

Noi non eravamo preparati, loro non l’avrebbero mai pensato, tutto è successo in un attimo, niente è diventato TUTTO. Io con i miei sette anni e pochi mesi pensavo solo al gioco: l’oratorio era Amicizia e spensieratezza, era quello che doveva essere. Un pomeriggio ci hanno chiamati, l’agitazione era nell’aria. Al telegiornale della sera precedente, mentre seduto composto a tavola attendevo con i miei fratelli che la mamma ci servisse la cena, ho visto volti disperati, case distrutte, polvere e macerie: era il Terremoto. Da piccolo com’ero non conoscevo il significato di “Terremoto”, l’unica cosa che tremava per me era la faccia quando prendevo delle sberle per aver combinato qualche cosa che non avrei dovuto fare.
Era maggio, l’estate molto vicina, ci radunarono nell’immenso cortile assolato ed il prete disse che dei nostri fratelli avevano bisogno d’aiuto … a casa chiesi a mia madre quanti fratelli avessi.
Per diversi giorni ho passato pomeriggi a smistare e dividere vestiti, cibi, attrezzatura. Tutto veniva ordinatamente accatastato in appositi cartoni, tutto imballato alla perfezione, tutto sotto la guida di persone adulte, tutto pronto per essere spedito in Friuli. Io ero un bambino e sarei diventato adulto parecchio tempo dopo ….mio malgrado.

Tra i vestiti, tanti, tantissimi, vidi lei: lunga e stropicciata, ma bella e unica al mio sguardo, fu un amore a prima vista, un amore per sempre. Sapevo, con i miei sette anni e poco più, che se l’avessi fatto, sarei diventato un peccatore: sottrarre ai bisognosi è ancora adesso ritenuto un peccato…almeno credo e spero.
La misi in un angolo, in disparte e continuai ad imballare un’infinità di vestiti. La sera tornai a casa con i soliti Amici. Noi non avevamo regole fisse e se ce le avessero imposte, ci sentivano talmente liberi da non rispettarle. Erano anni dove si poteva essere veramente liberi, non come ora dove la mamma porta il figlio fino al banco di sQuola!!!

Nello zainetto porta merenda c’era Lei, il mio unico amore, una sciarpa destinata ai terremotati del Friuli, donata da un buono e sottratta da un peccatore, Lei era con me, mia per sempre …
Chissà dove sarebbe finita, se sarebbe stata apprezzata, quale bambino o Mamma avrebbe riparato? chissà... Da allora ho “rubato” altra roba, sottraendola al “mercato”, a chi deve spendere per avere, ma Lei, la MIA Sciarpa è rimasta per sempre …Un giorno la regalerò a Mio Figlio, un giorno di vento e freddo, così si potrà riparare, come ha riparato me in questi 41 anni.

Un giorno, ma non ora …..

lunedì 27 novembre 2017

LA MONTAGNA STORTA



RENZO BROLLO
LA MONTAGNA STORTA

TRATTO DALLA STORIA VERA DI TRE RAGAZZI CHE, QUALCHE MESE PRIMA DEL TERREMOTO DEL ’76, SFIDANO IL CJAMPON, LA MONTAGNA PIENA DI NEVE CHE SOVRASTA GEMONA DEL FRIULI. UN RACCONTO RUVIDO DI AMICIZIA, CORAGGIO, PAURA CHE CAMBIERÀ IL DESTINO DELLE VITE DI TRE GIOVANI E DI UNA COMUNITÀ INTERA
.


Gemona, 18 gennaio 1976. Roberto, Giovanni e Franco sono tre giovani molto diversi tra loro, ma legati da una forte amicizia e da una passione per la montagna e la boxe. Giovanni è lo scapestrato, il ribelle, lo sbruffone. Franco è il più giovane e il più fragile, con in testa un pensiero, un sogno che forse è anche una vocazione della quale però si vergogna. Roberto ha quasi vent’anni e un rimorso: un futuro mancato da pugile professionista. Ancora adolescente, la rabbia e l’odio nei confronti di una persona che sembra perseguitarlo, gli hanno fatto prendere una decisione della quale ora paga le conseguenze. Il Cjampon è la montagna che sovrasta Gemona, è uno dei suoi simboli. Raggiungerne la cima non è un’impresa difficile, ma con la neve le cose cambiano. Con in testa il mito di Cassin, Messner e Bonatti, i tre giovani decidono di compiere l’impresa in segreto, una prima invernale e un’avventura che li renderà famosi. Ma qualcosa va storto e da quel 18 gennaio le loro vite cambieranno, all’ombra di una montagna che li sovrasta, li riceve e li sfida.

RENZO BROLLO, gemonese di Ospedaletto e classe 1971, sposato e con due figlie, per necessità e sorte fa l’impiegato metalmeccanico. È diventato un lettore compulsivo da quando, nel 2009, è entrato a far parte della redazione del sito Mangialibri, per il quale legge e recensisce una corposa quantità di volumi. Dal 2006 ha pubblicato una raccolta di racconti (Racconti Bigami, Cicorivolta) e quattro romanzi (Se ti perdi tuo danno, Mio fratello muore meglio e Metalmeccanicomio per Cicorivolta e La fuga selvaggia, Edizioni della Sera). Il suo racconto L’effetto di una farfalla è contenuto nella raccolta La notte che il Friuli andò giù, Bottega Errante. Finalista al premio Teramo 2007, ha vinto il primo premio del concorso Lama e Trama 2009, il primo premio del concorso Narratori della Sera 2015, e si è classificato secondo al concorso Leggimontagna del 2016. Quando non lavora, non legge e non scrive, suona rozzamente ma vigorosamente la fisarmonica nei Bakan, gruppo rock-folk di Ospedaletto di Gemona con i quali ha inciso tre dischi autoprodotti.
                                                                    .....................................
"Mi sono seduto davanti al camino, giornata di festa, nessun impegno, cielo nuvoloso, pensieri piatti ..ed ho iniziato a leggerlo, tutto d'un fiato mi sono trovato ad essere il <<quarto>> della cordata, ho camminato e sentito freddo su quella Montagna che nemmeno conosco. Un libro bello, semplice, vero e trascinate, un libro da leggere, tenere e non imprestare, sì! perché i libri belli non vanno imprestati, scambiati ... LO CONSIGLIO  a chi vuole leggere, a chi vuole pensare.
BELLE, BELLO DAVVERO!

sabato 25 novembre 2017

LUNGO UN DIEDRO PERFETTO "STORIA DI UNA GRANDE INVERNALE"

http://www.paolocolombera.it/fotografie-dolomiti/pale-di-san-martino/

A volte mi piace fare "paragoni", servono da sempre per semplificare un qualcosa.
Per descrivere il Gran Diedro sulla parete ombrosa dello Spiz Nord nel gruppo del Gigante Ombroso, a chi me lo chiede, uso sempre  dire che è come la "Canzone di Marinella" di Fabrizio De Andre, un opera poetica accompagnata da una musica e una voce Unica ".
Il Diedro è la perfezione naturale vinto da due "Poeti" della verticale.
L'ho scalato da solo tanto tempo fa e ne sono rimasto innamorato, ma attenzione, ad ognuno il suo giudizio, io non sono poi così affidabile, soffro da sempre di un'inguaribile "cosa" che prende il nome dall'ultimo album del Poeta http://www.fabriziodeandre.it/portfolio/mi-innamoravo-di-tutto/ .

Questo è il racconto della prima salita invernale ...

Ho molte foto dello Spiz Nord, in tutte le stagione dell'anno, ma visto che sto raccontandovi di "opere e poeti", la prima me l'ha "inviata" ( e appesa in casa) un altro artista  ... http://www.paolocolombera.it/ che con i suoi scatti permette anche ai miei occhi di vedere cose abitualmente invisibili.


http://www.ilblogdelgrezo.it/2010/05/giorgio-costa/


SPIZ  AGNER NORD
GRAN DIEDRO DETASSIS-CASTIGLIONI
 di Giorgio Costa
tratto dalla Rivista mensile Cai

Durante tutto il 1975 ho arrampicato soprattutto con ragazzi, giovani. Mauro (18 anni, Mauretto per gli amici) è uno di questi. Ci siamo affiatati in quella esemplare palestra di roccia che è la Val Rosandra, lungo molte e difficili vie del Crinale e della Ferrovia. Abbiamo poi arrampicato, in cordata con altri due amici, alcune <<classiche>> della Civetta, della Tofana e della Roda di Vaèl e altre meno famose, ma non per questo meno belle. Alla fine della scorsa estate, dopo questo sudato tirocinio, l'affiatamento era si può dire completo e tale da poter fare progetti anche impegnativi per l'inverno. Fu Mauretto che per primo mi parlò del gruppo dell'Agnèr e dello Spiz Nord (2550 m) soprattutto in relazione alle difficoltà dell'ascensione; ma lasciai perdere, ritenendo l'impresa molto difficile. Dopo qualche tempo Mauretto ritornò alla carica: si poteva fare questa "prima invernale" -mi disse- con un terzo di cordata, Roberto. Ne parlammo con Roberto, che fu favorevole. Iniziammo allora ad assumere più informazioni possibili sulla via Castiglioni-Detassis allo Spiz d'Agnèr Nord ed a preoccuparci del materiale, dei viveri, dell'equipaggiamento e a seguire giorno per giorno le condizioni metereologiche, determinanti per la scelta del periodo migliore. Durante le feste di novembre facemmo una puntata di ricognizione alla parete. Per andare all'attacco dello Spiz bisogna passare per il bivacco Cozzolino, da qui inerpicarsi per lo Spiz Verde, una montagnola di circa 500 metri fra mughi e paretine anche notevolmente impegnative, fra le quali, in estate, passano delle esilissime cenge che in alcuni punti si interrompono per giungere infine ad un intaglio, dal quale ci si cala o in arrampicata o in corda-fissa per una quarantina di metri, giungendo così nel grande anfiteatro ghiaioso che sta alla base dello Spiz Nord.
Partiamo da Trieste in tre, Mauretto, Adriano, un amico che ci aiutava a portare i sacchi, ed io. Le condizioni del tempo erano pessime, ma avevamo tre giorni di tempo per compiere la ricognizione e confidavamo in un tempo migliore.
Al bivacco Cozzolino la prima mattina passò sotto la pioggia. Appena questa cessò partimmo. Ci alzammo per il canalone tra l'Agnèr e lo Spiz e ci portammo sotto lo Spiz Verde. Gli appigli erano coperti di neve e di ghiaccio; riprese a piovere, la montagna scaricava pietre in continuazione. Iniziammo con moltissima prudenza l'ascensione, ma dovemmo rinunciare per l'impossibilità di raggiungere in giornata la base della parete.
Ritornammo al bivacco Cozzolino sotto l'infuriare del temporale e con il pericolo di essere colpiti da qualche pietra. Raggiungemmo il bivacco sani e salvi nonché bagnati. L'indomani, continuando il maltempo, rientrammo a Trieste.
Mauretto e io intensificammo gli allenamenti. Nel frattempo Roberto, sul quale contavamo moltissimo, rinunciava all'impresa e questo ci obbligava a mutare radicalmente il nostro piano tattico e ad esasperare l'allenamento che non mi sembrava mai sufficiente. A tirarci su il morale c'era poi la speranza di avere un aiuto da parte del gruppo per il trasporto dei materiali fino alla base della parete. Alcuni amici rocciatori poi ci avrebbero raggiunti in vetta dalla via comune per darci una mano nella discesa.
Stabilimmo di compiere l'impresa la settimana prima di Natale, cioè la prima settimana dell'inverno, ma il tempo che fino all'ora aveva tenuto bene si guastò. Dovevamo rimandare. Di conseguenza gli amici del gruppo, fino allora disponibili, cominciarono a non esserlo più per le settimane future causa i loro impegni cittadini. Mauretto e io eravamo molto scoraggiati, ma non rinunciatari. Intensificammo ulteriormente gli allenamenti e rivedemmo il piano tattico punto per punto. I viveri erano importanti. Dopo un attento vaglio di alimenti puntammo decisamente sugli zuccheri (cioccolato, caramelle, mandorlato, frutta secca), sul parmigiano e sullo speck, per le proteine. Ma era ovviamente la via che impegnava tutte le nostre discussioni. Nella trascorsa stagione io avevo già effettuato con Silvano Sinigoi una via Castiglioni-Detassis sulla Pala Canali (nel gruppo delle Pale di San Martino) una via di notevoli difficoltà tecniche, ma bella ed elegante. Ritenevo quindi che la via sullo Spiz Nord, che fa pure parte delle Pale, dovesse avere le stesse caratteristiche.
Josè Baron il nostro capogruppo rocciatori, ci fornì molti particolari avendo egli effettuato la seconda ascensione estiva dello Spiz Nord, illustrandoci dettagliatamente le difficoltà del diedro, soprattutto nella parte superiore della via e della grande caverna che lo sovrasta, con uno strapiombo a tetto che esce per circa 10 metri dal fondo della stessa e che presumibilmente, in inverno, sarebbe stato ghiacciato. Molto arduo quindi.
<<Mah, pensai, se ci sarà ghiaccio vuol dire che staremo anche tutto il giorno per ripurirlo ed uscire dal tetto. Fatto questo, anche se le condizioni della parete fossero brutte non dovrebbe essere impossibile proseguire per gli altri circa 150-200 metri di camini e fessure di quarto grado per raggiungere la vetta>>. E lo dissi a Josè Baron che sorrise e ci augurò buona fortuna.
E il giorno tanto atteso giunse. In prospettiva, il tempo sembrava quello buono. <<Si va>>, ma da soli, Mauretto e io, senza nessun appoggio tranne quello di Nino e Claudio che sarebbero giunti alla base della montagna in fondovalle per controllare la nostra posizione e poi eventualmente salire per la via comune in cima ad attenderci per fare la discesa insieme.
Era venerdì 16 gennaio di pomeriggio. Tutti gli amici ci salutarono a Trieste e ci fecero i migliori auguri per la riuscita dell'impresa. La notte fra venerdì e sabato dormimmo in pulmino a fondovalle a lato della strada che porta a Col di Prà. Sabato pensammo di fare un'abbondante colazione alla locanda Col di Prà; la strada e tutto intorno era ghiacciato e le ruote dell'automezzo scivolavano. Decisi allora di mettere le catene e mentre le estraevo inavvertitamente mi tirai addosso su un piede un grosso tabellone di ferro. Dolore atroce e tremendo dubbio di aver compromesso per quel banale incidente tutta l'impresa. Mi massaggiai piano piano e mossi le articolazioni, lentamente e gradualmente il dolore scomparve. Alla locanda la proprietaria ci augurò una buona permanenza in parete.
Imboccammo il sentiero; i sacchi erano pesantissimi e numerose le soste. Nel pomeriggio raggiungemmo il bivacco Cozzolino, per metà sepolto dalla neve. Aprimmo il portellone superiore ed entrammo. Prendemmo subito il libro del bivacco e lo aprimmo. Con stupore, leggemmo che due alpinisti avevano effettuato una ricognizione sulla parete nord dello Spiz. Ci sorse il dubbio che la prima invernale dello Spiz fosse già stata fatta. Fa niente, decidemmo, andremo lo stesso.
Domenica 18 gennaio. Dopo una veloce colazione riscaldata da un po' di tè ci avviammo su per il canalone ghiacciato, che si innalza con una forte pendenza fino sotto le gole della parete dell'Agnèr; da qui ci spostammo a sinistra per prendere le sfuggenti cenge che portano verso lo Spiz Verde. Per le varie difficoltà della salita ci sorprese la sera e dovemmo fermarci. Bivaccammo dentro una nicchia con il fondo coperto di neve. Fu una notte tranquilla. Rispetto alla tabella di marcia eravamo però in ritardo. Avevamo infatti previsto di raggiungere già il primo giorno la base della via, ma i sacchi pesanti, il sacco colmo di materiale, che dovevamo recuperare a braccia dopo ogni lunghezza di corda, e le difficili condizioni di avvicinamento ci avevano fatto rallentare di molto il cammino.
Lunedì 19 gennaio. Era il giorno previsto per l'attacco ed eravamo invece a metà strada fra il bivacco e la base della via. Dovevamo superare una lunga placca, una esilissima cengia ed un diedro di 40 metri, tutto abbastanza impegnativo. Giunti finalmente alla sommità del diedro potemmo vedere per la prima volta tutta la vastità della parete dello Spiz Nord alta 800 metri. Ci calammo con una corda doppia di 40 metri nel centro dell'anfiteatro, dove cercammo, data l'ora inoltrata, un bivacco per la notte. Trovammo una buona cavernetta, spicozzammo la neve per fare un piano e ci accomodammo. Era abbastanza tranquillo ed il freddo non ci tormentava troppo. Quasi dormimmo quella notte.
Martedì 20 gennaio. Finalmente si sferrava l'assalto allo Spiz Nord. Come prestabilito Mauretto avrebbe condotto la prima metà della salita, poi sarei passato in testa io. Iniziammo l'attacco nel punto più accessibile della parete, che si svolge in seguito con una serie di fessure che solcano la sua prima metà. Ma se tutto poteva sembrare semplice da lontano, in parete non era così e certi passaggi che sembravano inclinati, si rivelavano invece strapiombanti e facevano perdere tempo prezioso. Il sacco da recupero poi ad ogni minimo appiglio si incastrava e costringeva il primo di cordata ad un lavoro di braccia estenuante, che portava all'esasperazione. Decidemmo allora che scambiarci le parti. Avrei fatto io il tratto iniziale come capocordata essendo più robusto, Mauretto quello finale. Dopo alcune lunghezze di corda, sempre sopra il quarto grado di difficoltà, ci spostammo un po' a sinistra dove incontrammo alcuni cordini di ritirata in corda doppia, lasciati da nostri predecessori. L'oscurità come al solito ci obbligò a trovare un luogo per il nostro primo bivacco in parete. Uno scalino scavato nel ghiaccio alla base di un diedro,  per niente comodo, ma sempre meglio che penzoloni sulla parete. La notte fredda ci costrinse a muoverci spesso con grossi rischi perché l'assicurazione era precaria. Per fortuna il tempo passava velocemente e il cielo sembrava sereno.
Mercoledì 21 gennaio. La mattina era molto fredda, un impetuoso vento da ovest portava verso di noi delle pesanti nubi foriere di neve. Nonostante tutto decidemmo di muoverci. Dopo poco nevischiava ed il vento ci sferzava il viso e ghiacciava le mani. Fermarsi era grave, perché ci si intirizziva immediatamente, ma era necessario per recuperare il solito sacco e fare sicurezza alla salita di Mauretto. Come sempre, il sacco creava grossi problemi nel recupero incastrandosi spessissimo e questo portava via tempo. Durante tutta la giornata il vento soffiò instancabilmente; ma verso sera la tramontana riuscì a rasserenare il cielo. Cercammo un bivacco, possibilmente più accogliente della sera prima. Intravvedemmo sopra noi, due nicchie, una sopra l'altra, la prima piccola, bassa, ma con il fondo piano, l'altra più su leggermente più profonda ma inclinata verso il basso. Riuscii anche a sonnecchiare un po', dopo esserci sistemati.
Giovedì 22 gennaio. Faceva sempre più freddo ed il cielo si era annuvolato. Come al solito, non ci facemmo il tè per non perdere troppo tempo e mangiammo cioccolato e fichi secchi. Quello che la parete ci avrebbe riservato durante la giornata non lo sapevamo con esattezza, certamente roccia, camini, fessure e diedri e forse qualche placchetta, insomma <<tutto>>.
Partii dal bivacco e mi ghiacciai all'istante, ma questo ormai era risaputo. Mi avventurai per uno stretto camino diedro inclinato verso destra, lo superai e feci salire il resto della cordata, cioè il sacco e Mauretto. Tutto proseguiva abbastanza bene, anche se molto lentamente. Solo faceva freddo. Per fortuna però il cielo accennava a rasserenarsi. La giornata continuò senza sorprese, la via si snodava con una certa logica e non si pensava ad altro che alla meta finale, la vetta. Quella notte fummo ospitati da un terrazzo sopra uno spuntone. Come al solito, tutto era angusto e per accoccolarci dovevamo fare mille acrobazie; dopo il rituale e benefico tè della sera tentammo di dormire.
Venerdì 23 gennaio. Nel pomeriggio precedente avevo fissato, nella lunghezza di corda successiva, una corda fissa che ci avrebbe agevolato la salita la mattina dopo. Tolto il bivacco e rimessi i sacchi in schiena ci avventurammo sulla corda con i salitori Dresler. Per me fu una fatica notevole, perché era la prima volta che li adoperavo e non usavo la tecnica giusta. Giunsi sano e salvo su un terrazzino superiore e notai Mauretto, più esperto di quella tecnica, saliva con molta facilità. Grazie alla tramontana della notte, il tempo era buono. Dinanzi a noi la Marmolada risplendeva con la sua parete sud coperta di neve e di ghiaccio; a destra spiccava la Civetta con le Torri Venezia e Trieste, lo spigolo della Busazza appena ripetuto in prima invernale da Gadotti di Trento con altri rocciatori, ed il Giazzèr. Tutte queste cime assolate emanavano quasi calore, ma il riflesso del sole non riscaldava molto. La parete che ci sovrasta era piuttosto complessa con placche lisce e strapiombanti, con diedri da superare in bavarese che ci opponevano una dura resistenza (l'arrampicata si svolgeva sempre in estrema libera). Preferii allora poggiare a sinistra su per una fessura che mi portò (già lo sapevo) sullo spigolo nord est di Aste. Avevo fatto quella traversata supponendo che dall'alto dello spigolo avrei potuto osservare meglio la traversata che ci doveva portare alla base del diedro superiore, che da sotto non riuscivo a scorgere. Giunto infine sullo spigolo, la vista della parte superiore della parete mi indusse a tornare indietro. Ci calammo con due corde-doppie fino al punto inferiore a da qui cercammo di attraversare a destra. La traversata si presentava esposta, ma con buoni appigli ed in breve tempo ero sotto il gigantesco diedro-camino. Mauretto però aveva notevolmente rallentato il suo ritmo di arrampicata, perché le sue mani piene di vesciche per il freddo erano piagate e sanguinanti e doveva adoperarle con molta cautela. Aumentai al massimo l'attenzione per fargli sicurezza. A causa di questo doloroso inconveniente continuai a fare il capo-cordata, anche per il resto dell'ascensione; ma lo feci volentieri.
Il camino diedro che stavamo salendo è alto circa 400 metri e presenta difficoltà media di V grado; l'arrampicata era molto estenuante e dovevamo fare parecchie soste in spaccate molto aperte. Ma anche queste soste non erano riposanti, perché le gambe dovevano sopportare tutto il peso del corpo e quindi mi costrinsi a proseguire più celermente. Durante le lunghezze del camino, non mi resi conto che l'arrampicata era estremamente in libera e non passai la corda in nessun ponte naturale e tanto meno misi <<chiodi morali>>, ma quando giungevo a fine corda, e dovevo perciò assicurarmi per recuperare il sacco e Mauretto, non trovavo mai appigli per poterlo fare, ed i chiodi erano duri a entrare. Allora rimpiangevo quei ponti naturali o le fessure chiodabili.
Mauro lungo i camini procedeva più spedito, perché poteva impegnare meno le mani e spingersi invece in contrappeso.
Quel giorno ci alzammo parecchio, ma il bivacco fu peggiore. Salii ancora una lunghezza di corda e ormai nell'oscurità piantai un lungo chiodo dentro un buco, che sembrava abbastanza buono e su questo fissai la corda e mi calai in doppia fino a Mauretto che si trovava sopra alcuni massi incastrati dentro il camino, e qui bivaccammo la nostra quarta notte in parete.
Non dormimmo, il freddo era pungente e qualche lampo rischiarava l'oscurità. Alcuni massi sopra di noi precipitarono quasi sfiorandoci. Il sangue già freddo si ghiacciò. Riavutaci dalla paura ci spostammo ancora all'interno del camino, incastrandoci ben bene per non scivolare verso l'esterno.
La notte ci sembrò lunghissima. Verso mattina cominciò a nevicare e si alzò anche un forte vento da ovest. Il freddo era insopportabile.
Sabato 24 gennaio. Alle prime luci dell'alba togliemmo il bivacco e ci muovemmo subito. Su per la corda-fissa, come al solito, feci una fatica bestiale, ma almeno mi riscaldai. Mauro veniva su molto bene. Dopo la nevicata il tempo era di nuovo buono ed il morale pure. Dovevamo superare la parte alta del diedro e giungere alla fatidica caverna dalla quale con un passaggio difficilissimo si esce e si prendono i facili camini che portano alla cima. Confidammo sulla generosità della montagna per superare queste difficoltà in un buon tempo. Come speravo, l'ascensione era bella ed elegante anche se impegnativa; le fessure e i diedri molto ben provviste di appigli; tipico del gruppo delle Pale.
Con notevole soddisfazione giungemmo all'interno della caverna e trepidanti guardammo la parete soprastante. Niente ghiaccio: meraviglioso! Con un audace traversata da destra verso sinistra ci spostammo all'esterno del suo tetto e raggiungemmo la nicchia soprastante. Ora ci aspettava il passaggio più difficile della via con tutte le sue insidie. Era molto esposto, si doveva uscire dal tetto della nicchia verso destra sbilanciandosi del tutto per poter prendere poi uno spuntoncino; tutto questo con il piede sinistro assolutamente nel vuoto, tentando di tenere il destro in pressione sotto lo strapiombo. Questo comporta tutto il peso del corpo sulle braccia e sui minuscoli appigli, e non è facile fare tutto questo dopo quattro giorni di parete e di bivacchi scomodissimi. Comunque, bisognava andare avanti. Attimi eterni per entrambi. Trattenendo quasi il respiro con un estremo gioco di equilibrio al limite delle forze riuscii a prendere il desiderato spuntoncino, alla quale mi aggrappai con forza per issarmici sopra e dopo alcuni e buoni appigli potei finalmente rilassarmi. Il passaggio chiave stava finalmente sotto i miei piedi. Mauretto non ebbe problemi perché venne su per la corda fissa. Ora non rimaneva altro che la cima tanto sospirata. Sistemai l'ultima corda fissa per Mauro che mi raggiunse esultante. Guardammo in alto la vetta sospirata, anche se non era così; vedevamo l'anticima. Ci alzammo su per i camini cercando di evitare i tratti più faticosi con piccolissime traversate nelle quali però il saccone da recupero ci fece esasperare. Nel tardo pomeriggio ecco veramente la cima. Una piccola cuspide che offre posto solamente a due persone. Giusto per noi, Mauro e io. Era tardi e si presentava per l'ultima volta il problema del bivacco. La tramontana era tornata a farci compagnia e bisognava trovare quindi un posto che offrisse riparo dal vento. Non restava che scavare su una cresta di neve sotto la cima ed accovacciarci. La notte fu terribilmente gelida e non passava mai. Demmo fondo a quel poco che rimaneva dei nostri viveri e ci scaldammo con l'ultimo tè. Resistere al freddo era quasi impossibile. Avevamo indossato tutto quello che avevamo con noi. Sacco a pelo, sacco da bivacco; tendina invernale e non bastava. Fu la notte più gelida che lasciò i suoi segni con principi di congelamento alle mani e ai piedi.
Domenica 25 gennaio. Grande giornata. Anche se in cima eravamo giunti sabato, appena domenica, con il sole, godemmo veramente il compimento della scalata. Ci alzammo e ci riscaldammo alla meno peggio con esercizi ginnici, risalimmo in cima con i sacchi appesantiti ulteriormente dal materiale ghiacciato. Ed in cima c'era proprio il sole che ci illuminava dopo giorni e giorni di arrampicata lungo una parete posta a nord. Mauro e io ci stringemmo forte forte le mani nonostante fossero doloranti e ringraziammo Iddio, che da lassù ci sembrava più vicino, per la buona riuscita dell'impresa. Festeggiammo l'avvenimento, non con lo champagne ovviamente, ma con l'ultima sigaretta, salvata proprio per l'occasione e, dimentichi di tutte le fatiche e dei rischi passati, ci guardammo attorno estasiati come se fossimo capitati lassù in seguito da un 9incantesimo e non dopo giorni e giorni di sforzi e di sofferenze seppur in parte calcolati e previsti.
Mentre assaporavamo insieme contentezza e sigaretta un richiamo attirò la nostra attenzione. Era l'<<oplop>> di due nostri amici che stavano salendo velocemente verso di noi.
Scomparsa miracolosamente la stanchezza ci buttammo giù per i pendii ghiacciati, le cenge e i canalini come se fossero sentieri piani. Erano Piero e Tulio che ci abbracciarono e ci riempirono le mani di caramelle e pastiglie rifocillanti e ci sollevarono dal peso dei sacchi. Veloci e leggeri come piume scendemmo sino alla forcella dove ci attendeva una sorpresa: Walter, Silvano, Stelio, Ermanno, partiti da Trieste la mattina presto. Ancora abbracci, pacche sulla schiena, scherzi, vino, cognac, caffè, una valanga di feste e di generi di conforto assai graditi. Poi tante domande sull'impresa appena compiuta. Così si arrivò a fondovalle ed era pomeriggio. In macchina andammo a prendere il pulmino a Col di Prà nella valle collaterale e poi tutti assieme a Taibon a festeggiare. Finalmente una cena dopo giorni e giorni di pasti energetici sì, ma scombinati.

Giorgio Costa (sezione XXX Ottobre, Trieste)



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                              BUONE ARRAMPICATE
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mercoledì 22 novembre 2017

SOGNARE DI FAVOLE E DI AVVENTURE (INVERNALE ALLA GRIVOLA 1970)



Un Alpinismo senza tempo, vicino al tempo di chi ha poco tempo, di chi il tempo lo vive nel fine settimana, Gianni Calcagno è stato l'alpinismo di noi tutti  ... un non professionista nel professionismo.




INVERNALE ALLA GRIVOLA 1970

Tratto da: Stile Alpino Un decennio di scalate  di Gianni Calcagno
Collana I Licheni  Vivalda Editori
pag:70/75


" ...Il giorno successivo, salendo alle Baite del Nomenon, cercammo di conoscerci meglio. Ognuno parlò di sé, della propria vita, delle proprie esperienze.
Il paesaggio era splendido, gli sci solcavano lo strato di neve polverosa tra pini e abeti: qualche baita ogni tanto. C'era di che vibrare di felicità, sognare di favole e di avventure, perdersi tra lo scintillio dei cristalli nevosi, tuffarsi tra gli aghi di pino che arrossavano lo strato superficiale, sciogliersi nel torrente che fremeva di vita.
Ma io non ero in forma, le gambe erano arrugginite da mesi di inattività, la schiena doleva per lo zaino pesante e la testa era altrove. Salendo comunicai ai compagni il mio stato d'animo, le mie paure, sperando di riuscire a commuoverli e a indurli a una "sana" rinuncia, ma non venni preso sul serio.
Alle Baite ci fermammo qualche ora per rifocillarci. Nell'inazione la mia incertezza aumentò. Sperai vigliaccamente nel brutto tempo: non ero preparato per un invernale. Mi ero trovato coinvolto da un momento all'altro senza avere avuto il tempo di pensarci a fondo, senza avere avuto il coraggio di rifiutare.
Perché avevo accettato? Per evadere da un lavoro diventato opprimente, per il piacere della compagnia, per questa montagna che è splendida, per la necessità di respirare una boccata d'aria pura?
Era stata una fuga, ma allo scopo di trovare un rifugio, un posto dove risollevare lo spirito, un'oasi dove dimenticare i miei guai.
Calò la notte. La parete, sotto le sciabolate della luna, tra le nuvole vaganti, mi opprimeva. Anche la speranza del brutto tempo era naufragata.
Lasciammo le Baite alle dieci di sera e solo alle sette del mattino successivo, stravolti dalla fatica, raggiungemmo la crepaccia terminale.
Sei ore di salita per le Baite e altre nove per la crepaccia terminale mi avevano spezzato le gambe. Freddo. Vento e nevischio turbinavano assieme a pensieri di rinuncia.
Non era ancora chiaro quando ci infilammo nei sacchi piuma per riposarci una mezz'ora.
Il vento rinforzò e il corpo non riuscì a scaldarsi. La neve imperversò con maggiore violenza, i propositi di rinuncia si fecero più convinti e forse li espressi anche ad alta voce. Ma per quante argomentazioni atte a giustificare un rientro formulassi, le confutavo io stesso, rendendomi conto che si tratta di pretesti. E' assurdo intraprendere una via per audaci e poi fuggire davanti alle prove che essa impone. Ma perché abbandonare? Per scegliere una vita che si dipani all'interno dei canoni cosiddetti normali, per annullarsi nell'apatia delle masse anonime senza paure né esaltazioni, senza lotte e sofferenze, ma anche senza le palpitanti emozioni dei momenti vissuti intensamente?
Perché temere un confronto diretto con quella montagna e quegli uomini? Per timore di apparire inferiore, più vuoto e banale?
Per paura di incontrare se stessi quando il carattere viene messo a nudo dalle difficoltà della prova, sconvolto dalla bufera, schiacciato dalla fatica, frustrato dal freddo, torturato dal pericolo?
Perché avere paura di guardare dentro di sé?
Guido si stava legando con Alessandro. La sua voce mi distolse dai miei pensieri: era ora di muoversi..
Carmelo e Leo mi guardarono, e allora capii che non sarei tornato indietro: intuii che, in seguito, tanti altri mi avrebbero guardato in quello stesso modo interrogativo, in attesa di una mia decisione. Compresi che per molti sarei stato un capo, che avrei dovuto decidere per me stesso e per loro, che non avrei potuto deludere coloro che cercavano in me la loro forza.
Poco dopo eravamo tutti aggrappati allo scivolo ghiacciato, battuto dalla tormenta. Guido aprì la strada fino al termine del pendio gelato, fin dove la via piega a destra e si fa più difficile.
Mi invitò a passare in testa in quel punto, con quel suo fare quasi canzonatorio: <<Non vorrai mica fare il cliente?>>.
Io non mi ero ancora scaldato, i muscoli non erano fluidi, le gambe indurite dalla stanchezza. Passando al comando mi sentii osservato, scrutato: dove avrei trovato la forza? Provai la sensazione di essere schiacciato dalle difficoltà. Cercai di recuperare la calma riflettendo, richiamando alla mente le motivazioni di quanto stavo facendo. Quando mi mossi, lo feci con sicurezza. Ero solo. Io con un metro di quella montagna poi un altro metro e un altro ancora ...finché la corda finì. Gli altri seguirono. Continuai ancora in testa. Ero più tranquillo.
Nelle difficoltà  stavo affogando i miei problemi, vincendo la battaglia con me stesso, e questo mi diede una sensazione di sicurezza.
Oltre metà parete c'era una fascia di rocce verticali coperte di verglas e neve fresca: un tratto veramente impegnativo. Dal basso Guido urlò che non era il caso di fare del sesto grado, ma ormai ero oltre.
Il vento non smise di soffiare un solo istante sulla parete gelata, portando con sé, cristalli di ghiaccio affilato che smerigliavano ogni cosa. La furia aumentò ancora nel pomeriggio, che stava morendo in una serata fredda e nuvolosa.
Avevo gli occhi socchiusi, come lo sono quando ti frusta la tormenta, quando Guido mi passò accanto. Uno sguardo, una smorfia che voleva essere un sorriso: <<Bravo!>>.
Lo osservai attentamente mentre percorreva l'ultimo tratto verso la vetta: la sua sembrava la marcia di un dominatore. Non gli staccai gli occhi di dosso neanche un momento: sentivo una strana attrazione verso di lui, come se le onde del nostro cervello fossero entrate in sintonia.
Pensai anche agli altri: Alessandro, il compagno di tutta la mia vita alpinistica; Leo, piccolo e forte, che si stupiva sempre di come riuscissi a superare certi passaggi, ma che si muoveva con destrezza anche su difficoltà estreme; Carmelo, chiuso e cocciuto, duro, caparbio. Pensai che fossimo tutti preda di una forza superiore che ci guardava. Captai anche lo strano senso di rispetto, quasi di timore, che ci legava. Quel giorno, in un'atmosfera cristallina, ognuno trovò il suo posto come raramente lo trova nella vita.
Bivaccammo poco oltre la punta e il tempo peggiorò. Durante la notte nevicò e al mattino era ancora nuvoloso. Più tardi il vento ci sorprese in discesa sulla cresta est. Un vento teso e terribile che strappava le corde dalle mani e le scagliava nel cielo disegnando ampi archi tesi. Al colle giungemmo a pomeriggio inoltrato e trovammo il piccolo bivacco freddo come una ghiacciaia.

Quella sera parlammo di tante cose, anche di alpinismo.
Parlammo di prime ascensioni e di pareti nord ..."



" ..Il mattino successivo scendemmo lungo il canale che porta sul ghiacciaio di Belleface. Sulla parete ghiacciata il vento e la neve avevano cancellato le nostre tracce.
Sopra i casolari del Nomenon ritrovammo gli sci .."

lunedì 20 novembre 2017

LA SPALLA E IO



Che strano che oggi sia qua, strano ma non più di tanto. Il dottore che mi ha visitato facendomi eseguire banali movimenti, con  una ecografia ed una risonanza tra le mani a facilitare il verdetto, ha sentenziato "Non opererei, deve tener duro e non fare il duro, niente più sforzi in verticale". 
Credo che la sentenza verso la montagna e il mio andare in montagna sia stata prodotta soltanto quando ho dichiarato la mia passione al riguardo. Strano che il dottore non abbia escluso assolutamente il Lavoro, alzare pannelli, e montare strutture, crea solo beneficio!!!
Io sono qui, davanti e sopra di me una cresta che ben conosco. Lei, che cambia sempre a seconda delle stagioni e delle “condizioni” . Io, che amo questa galoppata classica verso il cielo, oggi più che mai. Oggi che il dottore non c’è, posso fare di testa mia, perché solo lei, la mia testa può guarire la mia spalla, la mia voglia e quello che sono.
Un paio di ramponi nuovi: li ho comprati non perché mi servissero realmente, ma perché con quelli posso guardare avanti; una sola picozza in mano, ma forse oggi con questo ghiaccio sottile appena incollato alla roccia, il buon senso avrebbe potuto consigliarmene due. Ormai sono qui e tornare indietro  è complicato.
Che bello salire, leggero e attento, che belli questi ramponi dal prezzo economico … io sono un Alpinista, e se anche avessi ramponi più costosi credo che mi comporterei da Alpinista, stessa fatica, stessa paura, stesso godimento.
Il freddo entra e esce dalla punta delle dita. La conosco questa strana sensazione, l’aria è leggera, pungente e quel cielo limpido, difficile da colorare, da sporcare …

Sulla Cima c’è altra gente, ma io saluto poco, oggi è così, niente saluti, niente di niente, oggi sono io e la mia spalla che mentre scendiamo si fa sentire pungendomi, si fa sentire e mi sussurra: “Ivo, mi ci vorrà un po’, ma ti prometto che guarirò, però tu, devi portarmi in montagna, sulle tue, sulle nostre montagne!”

PROMESSO!
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domenica 19 novembre 2017

GRAN DIEDRO D'INVERNO



Testo di MICHELE CISANA detto "IL CISA"


IL TEMPO CANCELLA I RICORDI?
Estate 2015: in questa torrida estate mi ritrovo a salire lungo un bel diedro svasato, povero di appigli, su una parete orobica solitaria. In sosta, mentre recupero il compagno, penso a questa montagna, il Pizzo del Salto, della quale fino a qualche anno fa non conoscevo quasi nulla. Sapevo qualcosa per aver letto avidamente il libro “Orobie, 88 immagini per arrampicare” e sapevo anche che due amici, nel lontano 1987, avevano salito una via lungo i suoi diedri centrali. Punto. La mia conoscenza si fermava lì. Ora mentre salivo proprio la via aperta dai due amici godevo metro dopo metro questa fantastica e alpinistica ascensione, un piccolo capolavoro di logica sulla selvaggia parete nord est della montagna.

Inverno 2015: un sasso sotto la schiena mi tormenta e mi sveglio dal torpore. I piedi sono freddi. Dove sono e, soprattutto, cosa ci faccio qui? Cos’è questa luce che mi illumina? Chi dei miei compagni è sveglio e mi punta contro la frontale? Tolgo la testa dal sacco e assisto ad uno spettacolo fantastico, emozionante! La luna piena illumina tutta la parete e la valle sotto di me. Ora è tutto chiaro...

Stiamo bivaccando ormai da 13 ore, su quella parete di cui avevo goduto pienamente quest’estate. Anche se il freddo non è intenso, mi sento anchilosato, gambe e schiena dolgono per la scomoda posizione. Alzo lo sguardo e, nella penombra, individuo le sagome dei miei compagni che sono appollaiati come me a poca distanza.
La testa ritorna indietro di qualche ora e ripercorre la giornata appena trascorsa, una giornata piena, iniziata prestissimo, al limite dello ieri... con un lungo avvicinamento al buio, continuata con un’impegnativa scalata su roccia resa insicura dal freddo, dallo zaino e dalla presenza di ghiaccio e conclusa su questi cinquanta centimetri quadrati di terrazzino appesi sul baratro. Sono tornato qui per salire la montagna nel periodo meno adatto, l’inverno; sono qui con due Amici, con i quali condividere pienamente le emozioni e le paure.
Sono qui perché volevo a tutti i costi essere qui. Senza comodità, senza cibo, senza affetti: quelli li abbiamo lasciati a casa, ad aspettarci. Forse è proprio in queste situazioni che la montagna ci insegna ad apprezzare maggiormente la nostra vita. E forse è anche per questo che noi alpinisti continuiamo ad andare e tornare.
E’ quasi giorno e la voce di Ivo mi riporta alla realtà: oggi è il giorno decisivo, oggi si esce. Il nostro “Desmaison della bassa”, appellativo con il quale ieri abbiamo soprannominato Ivo, è carico e si sta riscattando per un’invernale sfumata qualche giorno prima. “Bello, bello Cisa! Questa sì che è una signora invernale, impegnativa!” esclama.

Alle 6.30 siamo già fuori dal sacco; senza nemmeno fare colazione, ci prepariamo ed attacchiamo decisi il diedro ghiacciato. Qui Ivo dà prova delle sue grandi capacità: attacca il diedro con una grinta da far paura, un diedro di trenta metri intasato di ghiaccio che gli richiederà oltre due ore di sforzi intensi per essere superato, senza piccozze, con l’adrenalina a mille per la difficoltà e la pericolosità. Un tiro da far rabbrividire chiunque non abbia grande esperienza di scalate invernali. I chiodi sono coperti dalla neve e sostiamo su due massi incollati al ghiaccio...
Il tiro successivo ci dà ancora del filo da torcere; quello che d’estate è un tranquillo tiro di V grado si sta rivelando insuperabile; Ivo sale, scende, bestemmia, risale... Maledice la parete. Solo dopo immensi sforzi fisici e soprattutto mentali esce dal diedro e raggiunge il chiodo; sotto tiriamo un sospiro di sollievo. La tensione, gestita perfettamente il giorno prima, ora è alta: la parete si sta difendendo con le unghie ma noi non molliamo... Il pensiero di non riuscire a passare si fa vivo.

Due ore dopo ci ritroviamo tutti e tre su un terrazzino innevato alla base dei diedri finali; quattro tiri ci separano dalla vetta ma ormai sappiamo che usciremo. La stanchezza ci assale; il freddo, lo zaino, il poco cibo ci stanno un po’ provando. Ma teniamo duro, come diceva qualcuno: “non siamo qui per divertirci!”
Sugli ultimi tiri togliamo i ramponi e, scalando con gli scarponi sulla roccia più pulita, riusciamo a goderci anche l’arrampicata. Un ultimo muro, un traverso, la cresta e la tanto agognata vetta! Un urlo di gioia, forti strette di mano e pacche sulle spalle. Bravi, siamo stati bravi ci diciamo. Ora, al caldo del sole, sorridiamo e sdrammatizziamo dopo la tensione accumulata.

“Domani non ci ricorderemo già più nulla della tensione passata” dice Ivo. Forse è vero, il tempo cancella i ricordi. Quello che è certo, e rimarrà sicuramente in noi, sono le due stupende giornate che abbiamo passato insieme, le emozioni e le paure vissute cercando poco alla volta di corteggiare la nostra montagna. Due giornate piene di vita!





IO MICA CI CAPISCO TANTO!
Non ho mai capito se provo godimento o delusione. Eppure non è la prima volta che “partecipo” a salite scomode! Due Amici mi “offrono” un'occasione da non lasciarsi scappare, un viaggetto al fresco della Nord-Est del Pizzo del Salto, Montagna Orobica dall’imponenza accentuata. Sono passati quasi trent'anni da quando, giovane e con i capelli lunghi, salivo completamente slegato in compagnia dei miei pensieri il Gran Diedro... ed ora, come sarà? Accetto volentieri e colgo al volo l’occasione!
Scarponi, scarpette, ramponi, roccia sana e pilastri in bilico, neve e ghiaccio ad intasare fessure. Una progressione lenta, dettata dal dover cercare l’appiglio, il movimento e l’adrenalina giusta, un bivacco scomodo, ma fuori dal proprio letto, tutto è scomodo!
Sono contento mentre i raggi solari illuminano il mio viso sulla cima, contento di essere uscito dall’ombra, contento di non avere sbagliato appiglio, movimento o attimo. Godimento? Delusione? Non mi è dato saperlo, un istante prima era nausea, un attimo dopo felicità! Questo è il mio alpinismo, vecchio, scontato... classico! Buon anno a tutti e che arrivi la neve a seppellire altre malsane idee!
ivo

via del Gran Diedro, parete Nord-Est, Pizzo del Salto (2665m) Orobie Valtellinesi
1° salita: Achille Nordera e Guido Riva 13 agosto 1987
1° invernale: Michele Cisana, Michele Pezzoli e Ivo Ferrari il 27-28 dicembre 2015













GRAZIE AI DUE "MICHELE" ...UNA BELLA ESPERIENZA CHE MI è RIMASTA DENTRO.
GRAZIE