lunedì 25 dicembre 2017

SOLO SULLA NORD DEL PELMO




SULLA PARETE NORD DEL PELMO
IN PRIMA INVERNALE SOLITARIA

                                   Di Renato Casarotto

L'imponenza di questo gigante mi aveva colpito fin dal giorno della invernale effettuata agli inizi del '74 con Diego e Pierino allo spigolo Strobel della Rocchetta Alta di Bosconero. E in effetti l'innevamento ne rendeva ancor più impressionante la sua compatta mole.
Nel settembre mi si era presentata l'occasione di poterne affrontare la parete nord con due amici feltrini; ma il cattivo tempo ce l'aveva impedito.
A questo punto, a qualcuno verrà spontaneo di chiedermi perché mai mi sia deciso a compiere la salita da solo. Quali i motivi?
Eccoli: forse il desiderio di essere a vivo contatto con la natura, libero di affrontare difficoltà sempre superiori in piena intima unione con l'aspra e selvaggia natura, pur sempre insidiosa... Forse l'impegno di quei quattro giorni già lontani nel tempo, ma ancora ben presenti nella mia mente, che mi avevano fatto riconsiderare le vere dimensioni dei valori che la cosiddetta civiltà ha reso piuttosto labili: la vera amicizia, la solidarietà verso i meno fortunati e più bisognosi, la bellezza del creato, la sua armonia... E per contrapposizione ne scaturiva il confronto con la vita della città, così affannosa e nella quale il fluire armonico delle varie epoche,bruscamente è stato spezzato da realizzazioni ardite e perfette nella tecnica, ma che comprimono lo spirito, soffocandone ogni slancio.
Per praticare l'alpinismo solitario, occorre innanzitutto essere carichi psicologicamente; essere convinti di ciò che si sta per affrontare; avere un morale alto, anche perché gli scoramenti non sono infrequenti. Indispensabili una buona conoscenza delle insidie della montagna ed un adeguato allenamento.
                                            ***************
Ritornando alla salita che sto per intraprendere, mi accorgo che il perdurare del bel tempo non ha -come mi sarei aspettato- ripulito in parte la parete, che si presenta fortemente innevata. La marcia di avvicinamento è lunga e faticosa; l'amico Ugo Simeoni, fortunatamente, mi fornisce un valido aiuto nel trasporto del materiale, eppure spesso dobbiamo sostare un po' per riprendere fiato, e per la rapidità del pendio e per l'inconsistenza della neve che non riesce a sostenere il nostro peso. Approfitto così delle soste per scattare alcune fotografie dell'ambiente che mi circonda: alla mia destra dove si staglia il Pelmetto, un po' in là, dove il sole illumina il versante sud est della Civetta. Quel sole non è che una illusione lontana: dapprima grossi nuvoloni; poi un cielo sempre più plumbeo incombe minaccioso sulla nostra marcia. Non è che mattina!
Mi consulto con Ugo, ma decido di non desistere: la mia perseveranza sarà, verso sera, premiata; un forte vento da nord ripulirà quasi completamente il cielo.
Siamo giunti all'inizio della via e Ugo si ferma, mi dà l'arrivederci e, prima di divallare per il ritorno, mi scatta una foto all'inizio della traversata lunga circa 400 metri che mi terrà impegnato tutto il pomeriggio ed il successivo giorno (all'inizio uso forse più prudenza del necessario, ma il terreno è davvero malsicuro).
Solamente al terzo abbandono la cengia e, nel corso della giornata, mi innalzo di circa 300 metri. Sono molto teso nel superamento delle difficoltà. Il freddo è intenso, ma mi rassicura, essendo apportatore di bel tempo. Come i due precedenti, anche questo bivacco lo devo trascorrere sulla neve. Devo pertanto assicurarmi con cura nel timore di un improvviso cedimento della bianca coltre. Assicuro ad alcuni chiodi anche il sacco e tutta l'attrezzatura, alla quale è legato il buon esito della salita.
E' l'aurora del quarto mattino! La primissima luce illumina freddamente l'imponente gruppo delle Tofane. Molto nette, si stagliano la Tofana di Rozes e quella di Mezzo; più vicino i Lastroni di Formin, la Croda da Lago, il Becco di Mezzodì.
Il forte innevamento mi costringe spesso a ricorrere a varianti dettate dalla logica del momento. Non è tanto la neve, infatti, a preoccuparmi ( con la spazzola, che davvero non è stato un peso inutile, riesco a liberare gli appigli), è invece il ghiaccio di fusione a rendere insidiosi alcuni tratti della via originale. Uno sguardo a valle mi fa pensare al tragitto percorso e mi fa ritenere di avere superato circa metà parete. All'imbrunire, con una lunga traversata, mi porto alla ricerca di un possibile terrazzino al riparo degli enormi strapiombi. (La neve inconsistente mi fa sempre temere in un cedimento). Alla fine, dopo averlo accuratamente ripulito, mi sistemo alla meglio su un <<altarino>> in leggera pendenza.
Sono ormai giunto al quinto giorno. Dovendo risalire uno stretto cunicolo innevato, per la prima volta debbo procedere al recupero del sacco usando il cordino. Fino a quel momento infatti, e nonostante il notevole peso, avevo sempre arrampicato con il sacco sulle spalle per abbreviare i tempi di salita. Ma, ora, sono costretto alla manovra, anche perché il canalino è strapiombante ed il peso tende a spostarsi in fuori ed a sbilanciarmi. Per limitare gli effetti, aggancio il cordino di recupero al cinturone con l'ausilio di un moschettone e di un altro cordino e procedo alla bisogna.
 Ecco che il sacco è ormai vicino! E' enorme (pesa oltre venti chili) e, nonostante tutta la mia cura, striscia sulle sporgenze della roccia. In qualche punto occhieggiano alcuni strappi e ciò desta in me comprensibile preoccupazione. Cosa succederebbe se il suo contenuto scivolasse fuori? Meglio non pensarci!
Sono ora alle prese con questo diedro che fa parte della via originaria. Benché le difficoltà siano maggiori, lo supero sulla destra; ne sono costretto dalla neve e dal ghiaccio che lo intasano. Supero i successivi strapiombi aggirandoli secondo l'opportunità.
La mia autoassicurazione è così congegnata: Il sacco bloccato con due chiodi al punto di sosta: due Prusik, inseriti sulla corda ancorata e fissata al mio cinturone, mi consentono di sfilare mano a mano la lunghezza necessaria mantenendo una costante assicurazione. Terminata la lunghezza dell'intera corda, la blocco ad un chiodo e ne annodo il capo con quello di una seconda; una volta esaurita anche quella, ridiscendo a recuperare sacco e materiale. Posso così progredire con tratti molto lunghi (sempre assicurato) e guadagno quindi tempo. Il tutto procede con fluidità ed estrema coordinazione.
                                                   *********
Ho fretta ed intendo uscire in giornata. A volte, aggiungo anche il cordino di 50 metri, raddoppiato. E con l'ultima tratta, esco finalmente in vetta. Non ho tempo di guardarmi attorno e di assaporare la vittoria: il giorno è ormai al termine e so di non disporre che di un'ora di luce. Scendere a recuperare, significa dover effettuare un ulteriore bivacco e la prospettiva non è per nulla allettante (accuso un intenso freddo ai piedi, dovuto al fatto che nell'ultimo bivacco non mi sono tolto gli scarponi). Decido quindi di scendere direttamente per il versante sud e via, di gran carriera, verso il rifugio Venezia.
La preoccupazione di arrivare subito a valle è comprensibile, ma accentuata dal pensiero che da cinque giorni i miei sono in ansia. 
E non conosco la via di discesa!
Nella fretta, giunto alla fine del canalone (zeppo di neve) non mi avvedo della cengia della normale che lo taglia e continuo decisamente a calarmi per salti, canalini e cengette. Giunto ad un certo punto, mi trovo nell'impossibilità di proseguire. Qualche corda doppia avrebbe risolto ogni cosa, ma ne sono impedito essendo ogni cosa rimasta in parete!
Sono costretto a risalire. Obliquando a destra rimonto febbrilmente paretine piuttosto impegnative e mi riporto su terreno più sicuro. Le difficoltà sono ormai al termine e in breve sono alla base.
Sprofondando nella neve, raggiungo il rifugio Venezia. Mi fermo un attimo: è passata solo un'ora ed un quarto dalla mia uscita in vetta ed è già notte!
Ormai scaricato dalla tensione, proseguo nella notte chiara sulla mulattiera, ora ricoperta di neve farinosa ora ghiacciata, e raggiungo infine Villanova di Borca di Cadore.
Mi attacco al primo telefono...
Dopo qualche giorno, con alcuni amici, torno a recuperare il materiale lasciato in prossimità della vetta.



martedì 19 dicembre 2017

30 DICEMBRE '82 - 9 GENNAIO '83 DIEDRO COZZOLINO


Nel dicembre 1982 altra impresa di altissimo livello, ripetizione del diedro Cozzolino sul Piccolo Mangart di Coritenza, ovviamente in solitaria invernale, con temperature rigidissime ed un innevamento eccezionale tanto da nascondere completamente il diedro obbligando a procedere in una sorta di tunnel verticale dentro la neve. Le difficoltà continue ed in forte esposizione parlano di V+ e VI con variante Strobel in uscita di VII, con l’attrezzatura dell’epoca roba per pochi in estate, per pochissimi in inverno, solo per lui in solitaria invernale. Per non incorrere nell’uso di superlativi e capire di cosa si sta parlando: all’epoca nessuna via nel gruppo del Mangart era stata percorsa in inverno, neppure le più facili, Casarotto è stato in parete 11 giorni e, considerando che aveva già affrontato salite come il Pilone Centrale, ebbe a dire “Dal punto di vista tecnico oserei dire che d’inverno la parete nord del Piccolo Mangart di Coritenza è la più dura delle Alpi".

da <<http://www.caisesto.it/?p=1949>>

L'indimenticato Renato Casarotto


DIEDRO NORD DEL PICCOLO MANGART DI CORITENZA PRIMA INVERNALE      di RENATO CASAROTTO

Delle salite invernali ho una mia concezione ben precisa, alla quale mi attengo con fedeltà: non deve essere un modo per far scrivere il mio nome su una scalata che si effettua in un mese diverso da quelli in cui si sale normalmente la montagna.
L'invernale, per essere veramente tale, deve avere una sua peculiarità, cioè essere una salita nuova per chi l'affronta, e di conseguenza non già conosciuta in precedenza, durante la stagione estiva. Solo così l'invernale diventa diversa dalla semplice ripetizione e conserva il fascino del rischio unito alle difficoltà che si esprimono nel grado più alto. L'invernale richiede all'alpinista tutta la sua esperienza ed un allenamento costante sia sotto l'aspetto fisico che sotto quello psicologico.
Scalo d'inverno solo se mi sento coerente con questa opinione, con la convinzione che solo in questo modo si può trovare la soddisfazione di una prima assoluta, come l'inverno scorso sul Bianco.
Non potevo quest'anno cercare di meno, tanto più che già da tempo mi maturava in mente il progetto forse fin troppo ardito: il gran diedro Nord del Piccolo Mangart di Coritenza, una montagna che 4 anni fa avevo intravisto attraverso le nebbie.
Il Piccolo Mangart, 2393 metri, costituisce una delle cime più note delle Alpi Giulie, assieme al Jof Fuart, Jof di Montasio, Véunza e tante altre.
A torto le Alpi Giulie sono trascurate dall'alpinismo classico, perché in esse esistono eccezionali attrattive alpinistiche e l'accesso è relativamente comodo. Le scalate sono molto severe ed impegnative, perché si svolgono su roccia compatta, roccia con fessure cieche, scarse, dove pochi chiodi possono essere utilizzati.
L'inverno presenta un ambiente isolato con le più rigide temperature: infatti l'alpinismo invernale nelle Alpi Giulie rimane un fatto sporadico.
Tutte queste componenti mi attirano. C'è particolarità, originalità, ignoto.
Sul Piccolo Mangart esiste il più grandioso diedro delle Alpi.
Questa via ha una storia di tentativi che vede interessanti nomi illustri.
Questo diedro, imponente, alto ben 800 metri, venne salito per la prima volta dal triestino Enzo Cozzolino nel 1971.
Da quattro anni il diedro del Piccolo Mangart rimane nella mia mente. Ed ora vi sono finalmente di fronte.
Quello che sento non è una impressione di impotenza, ma il desiderio di potermi cimentare con questo colosso.
Confermate le condizioni metereologiche favorevoli per il mio tentativo, il 30 dicembre 1982 inizio la scalata.
La montagna mi è del tutto nuova, e per tanto non posso prevedere i punti di bivacco.
Parto con fiducia, ma non convinto di poter portare vittoriosamente a termine il mio tentativo.
Dalla Capanna del Cacciatore all'Alpe Vecchia, a quota 1500 metri, mia moglie Goretta seguirà con il binocolo la mia lunga fatica che durerà ben 11 giorni, con dieci bivacchi.
Il primo giorno è veramente promettente, perché mi consente di guadagnare 150 metri degli 800 del diedro.
Poi la scalata si fa sempre più impegnativa ed i metri si riducono a 80, a 50, fino ad arrivare a soli 20,  il sesto giorno. 
Bivacco normalmente sul fianco della montagna, mentre intorno a me la temperatura scende a volte notevolmente sotto zero fino a -25° ed a -28°.
Mi consolo che da queste parti negli anni peggiori il mercurio segna anche -35°!
Senza dubbio è una delle zone più fredde delle Alpi. Al termine del sesto giorno posso riposarmi più comodamente in una piccola piazzuola che ho ricavato sgomberando, dopo alcune ore di lavoro, a colpi di piccozza, la parete dalla neve ghiacciata.
La neve ostacola la mia ascesa: in alcuni punti si accumula incrostata per mezzo metro, devo toglierla con il martello da ghiaccio per poter progredire nel gran diedro che si articola in camini e pareti.
Al nono giorno sono talmente impegnato e concentrato che a fatica mi accorgo grazie ad un chiodo lasciato in parete di essere arrivato alla variante Della Mea.
Su tutta la via ho incontrato soltanto quattro chiodi. Il penultimo giorno della salita nevica. Il brutto tempo non mi disorienta. Ormai avverto che la cima è vicina: infatti alle ore 9.30 del giorno seguente la raggiungo.
Mi sento finalmente appagato. 
Undici giorni sono lunghi da affrontare in solitudine su un percorso difficile e con il freddo che ne aumenta la durezza fino ai limiti del possibile.
Ho dovuto lottare anch'io contro la tentazione di lasciare perdere e di ritornare al comodo di una casa e di un po' di calore.
Il mio bagaglio di circa 50 kg comprendeva: 2 corde da 50 m ognuna, di 11 mm di diametro, 20 chiodi, alcuni moschettoni, ramponi, piccozza, martello da ghiaccio, scarponi doppi di plastica, tendina da bivacco in Gore-Tex; più gli alimenti e l'abbigliamento.
Verso le 10.30 del 9 gennaio 1983 inizio a scendere, in territorio jugoslavo, con tre magnifiche doppie.
La sera stessa sono a Tarvisio.
Vengo eletto cittadino onorario da quella gente che in numero sempre crescente ha seguito la mia salita. Mi sentono uno di loro ed anch'io sono contento di essere riconosciuto per tale.
Sono grato a loro, in particolare a Silvano, a Nazzareno, a Roberto, a tutti coloro che hanno sacrificato volentieri del loro tempo.
Questa magnifica gente mi entra nel cuore e non la dimenticherò più.
Voglio ritornare presto tra loro per parlare, per sentirmi tra amici, e per salire le pareti delle loro belle montagne.



domenica 17 dicembre 2017

UN LIBRO E TANTE STORIE D'AMORE


Un regalo ... sì, questo libro è un regalo per chi ama l'alpinismo e le Montagne. Amo leggere, passo parecchio del mio tempo a leggere e, se, chiudendo gli occhi la sera rivivo quel che ho letto, vuol dire che il libro mi ha colpito ...questo di Giancarlo, è riuscito letteralmente ad affondarmi! Bello e unico, diverso e sincero. Non conosco di persona Giancarlo, ma ho un desiderio ... mi piacerebbe passare un giorno tra le sue Montagne, lungo un canale ovattato, insieme a Lui ... 
Sarebbe un altro regalo.
L'inizio del libro è già una storia fantastica, vera e genuina, una cresta tra il cielo e la terra...dove si viene rapiti, dove la mia immaginazione è scappata al di là, dove le parole stampate e facilmente leggibili escono dal foglio ... e, la sua cresta diventa la mia, un altra cresta, tantissime creste. Le pagine poi, scorrono velocemente, perché il lettore, in questo caso parlo di me stesso, non riesce a staccare gli occhi, pagine di vita e sensazioni, a volte simili alle mie, a volte distanti e diverse. Quando voglio mi è "abbastanza" facile scrivere e raccontare, ma, dopo aver riposto il libro, dopo essere salito e ridisceso con le parole di Giancarlo, sono rimasto spiazzato, vorrei scrivere ma non ci riesco, non serve... basta leggere le sue.
Grazie Giancarlo per questo bellissimo dono che rimarrà nel mio cuore e nella mia libreria, nel reparto "questi non si possono toccare".

Mio figlio quando vuole "ricattarmi" per qualche piccola cosa, mi dice sempre <<Papa, se non lo fai, ti tocco i libri!>>.

https://www.youtube.com/watch?v=Vehz4VMYDEo

http://gguzzardi.interfree.it/index1.htm


venerdì 15 dicembre 2017

UNA CRESTA SENZA FINE PARTE 4



MERCOLEDI 19 AGOSTO

Mi alzo tardi. Ho aspettato che i raggi del sole inondassero completamente la montagna. Mi preparo una piccola colazione liofilizzata, ma non la trovo di mio gusto. Ripiego su alcune fette di pan pepato, bevo molto, e mastico una pastiglia di Turbodiet. Filo verso l'Arete des Rochassiers immergendomi nell'ombra.
La parte superiore del couloir della Brèche des Rochassiers è sbarrata da un crollo. Immensi blocchi instabili sono incastrati di traverso al diedro. Esito. I polpacci si scaldano rapidamente sui grattons. Non c'è spazio in cui posare lo zaino, e mi rifiuto di perdere tempo a ridiscendere. Opto per una serie di dulfer atletiche sul lato sinistro del couloir. Fa caldo. Mi raddrizzo su una piccola piattaforma, depongo lo zaino e preparo con cura la corda per potermelo tirare dietro una volta superate le difficoltà. Attraverso per rimettermi sull'asse della breccia. Procedo su tacche minuscole e roccia friabile. Trovo la scalata davvero aleatoria.
L'Arete des Rochassiers è aerea e frastagliata; brecce e punte si susseguono a ritmo serrato. Commento della Vallot <<roccia cattiva, per niente simpatica>>. Laconico. Dal mio punto di vista, trovo il luogo straordinario. Fino al momento in cui sistemo la corda doppia per arrivare alla breccia, alla base della Punta 3607.
La neve, finalmente. Attraverso il ghiacciaio e raggiungo la Punta Isabella. E' la prima volta da quando sono partito che cammino lasciando vagabondare i pensieri. Sto per cambiare asse geografico e avanzare in direzione del Monte Bianco. La Punta Isabella è sormontata da un promontorio roccioso dove nasce una interminabile linea di cresta: la Pointe des Papillons, l'Aiguille de Savoie, l'Aiguille de Telèfre, l'Aiguille de l'Eboulement. Subito dopo, la cresta si fa ancora più stretta per alzarsi verso l'Aiguille de Leschaux. La distanza mi sembra enorme: la configurazione del terreno non lascia sperare in un percorso rapido. Punte, guglie e torri si succedono; profonde brecce ritmano la frastagliatura. Volevo arrampicare? Eccomi servito. Scalare, scendere, inerpicarsi su per una anticima, scendere in doppia, trovare una cengia, traversare, risalire a un passo, cambiare versante, ritornare talvolta per trovare il percorso migliore. Le ore passano. Affronto spesso dei passi esposti, per evitare di cambiare la via scelta o per risparmiare le manovre di una discesa in doppia. Raggiungo la vetta dell'Aiguille de l'Eboulement poco prima della notte. Per fortuna, mi ero fermato al Col de Pierre Joseph per riempire la borraccia, poiché la cima è degna del nome e assomiglia a un enorme mucchio di ciottoli. La bufera gira vorticosa su di me. Immensi bagliori precedono rovesci mostruosi. Un po' più lontano, la parete nord delle Grandes Jorasses è sprofondata nella notte. Frane impressionanti risuonano da qualche parte verso la Walker. Non smetteranno mai del tutto durante nella notte. Mi sistemo su un'incerta terrazza alla meglio. Allontano la "chincaglieria" metallica e mi rifugio nel sacco-piuma. Il sonno arriva subito, interrotto regolarmente dal baluginio provocato dai lampi.  Sul mio quadernetto annoto semplicemente: <<La Leschaux mi spia e fa da parafulmine alle tempeste che girano. I lampi illuminano. Non mi piace troppo>>.

http://ivoferrari.blogspot.it/2017/10/una-cresta-senza-fine-parte-3.html

https://ivoferrari.blogspot.it/2017/07/una-cresta-senza-fine-parte-due.html

http://ivoferrari.blogspot.it/2017/07/una-cresta-senza-fine-1992.html

martedì 12 dicembre 2017

sabato 2 dicembre 2017

DIEDRO di MEFISTO PARETONE DEL GRAN SASSO D'INVERNO


Una salita "straordinaria", lungo una linea entrata nella leggenda. Un posto isolato, tetro, grandioso...freddo! Due Uomini, due AMICI e un idea, un sogno che pian piano diventa realtà. Un'invernale da Antologia ed un bellissimo ricordo di vera Amicizia.


DIEDRO DI MEFISTO D'INVERNO  di Franchino Franceschi

"... Arrivammo alla base della via alle prime luci dell'alba, modificammo il carico degli zaini facendone uno leggero per il primo di cordata e uno pesante per il secondo. Tiziano si sarebbe tirato i primi tre tiri, io i tre successivi e così via.
Il diedro di Mefisto alla base non è ancora un diedro, ma una parete non proprio invitante, verticale, nera, con blocchi squadrati che obbligano a dei movimenti strani, diversi rispetto alle altre vie che stanno lì attorno, ma quella mattina d'inverno, col ghiaccio che colava da tutte le parti, era veramente impressionante e non ci voleva molto per capire che non sarebbe stato facile averne ragione.
Nonostante ciò, Tiziano aveva, lentamente, con circospezione, ma avanzava, cercava di evitare colate di ghiaccio quando poteva, altre volte puliva, a vederlo tutto sommato non sembrava neanche troppo difficile e d'estate li è 6°.
Arrivato in sosta mi chiamò, ed io iniziai a salire, riuscii a fare non più di due metri e fui costretto a scendere: con quello zaino sulle spalle, era impossibile arrampicare, per cui mi sciolsi una corda e la legai allo zaino.
Ricomincia a salire, dopo 5 o 6 metri mi feci bloccare da Tiziano, comincia a tirare lo zaino fino a me e così via. Quando arrivai alla sosta ero molto affaticato e quello era il 1° tiro. Proseguimmo con questo sistema, non si poteva fare altrimenti: se avessimo lasciato lo zaino in sosta e lo avessimo tirato in due dalla sosta successiva, a causa della conformazione della roccia si sarebbe sicuramente incastrato. Non c'erano alternative, era dura, ma ormai eravamo dentro e dovevamo proseguire così.
Il secondo tiro fu peggio del primo perché lo zaino si incastrava continuamente ed ero costretto ad issarlo tenendolo affianco a me. Lo sforzo con le braccia era indescrivibile. In sosta ci mettemmo un attimo ad analizzare la situazione: la mia proposta era di abbandonare il materiale da bivacco; Tiziano non era dello stesso parere, non si fidava della parte superiore del diedro vero e proprio.
<<Se troviamo molto ghiaccio che ci rallenta, poi che facciamo? Una notte qui con queste condizioni senza piumino non la passi vivo>>, diceva. Io avrei preferito invece tentare la carta della leggerezza, ma mi rendevo conto che era molto rischioso, però continuavo a ricordagli che anche sul Camicia avevamo portato il materiale da bivacco per gli stessi motivi, ma che col senno di poi, senza, saremmo usciti tranquillamente in giornata.
Eravamo fermi sulle nostre posizioni e la situazione era in stallo: per me dovevamo lasciare tutto lì e per lui dovevamo portarci tutto dietro con la tecnica adottata fino a quel punto. Poi la svolta; mi disse <<facciamo così, faccio un altro tiro io, poi vai avanti tu per altri 3-4 tiri o quanti te ne pare e poi vediamo>>. Accettai.
Il terzo tiro fu esattamente come gli altri due: un calvario! Passai davanti io: con lo zaino leggero salivo molto velocemente, nonostante il ghiaccio nelle fessure, sulle tacche, nei buchi e in ogni dove. Era difficilissimo proteggersi, per cui bisognava fare molta attenzione. Ricordo in particolare un passaggio in placca con una larga fessura sulla sinistra.
La placca era tutta incrostata di vetrato così come la fessura, dentro un friend con le camme che lavoravano sul ghiaccio, una mano che afferrava quel poco di pulito che c'era e nell'altra la piccozza, che lavorava in punta di becca su minimi appoggi consentiva una lenta e accorta salita.
Prosegui per altri tiri fin quando Tiziano, anche lui stanco, non mi chiese di ripassare davanti. Lo zaino si era strappato in diversi punti e per paura di perdere il materiale fummo costretti a sprecare qualche cordino per rinforzarlo. Da primo di cordata Tiziano saliva come un treno, ed anche se le difficoltà erano elevatissime e le protezioni insufficienti, eravamo perfettamente in grado di gestire la salita cin un certo margine di sicurezza. Il secondo arrancava stimolato dalla consapevolezza che poi sarebbe passato davanti.
L'affiatamento era ai massimi livelli, tanto che tutte le difficoltà che ci si ponevano dinanzi venivano superate con naturalezza.
Nel diedro vero e proprio l'arrampicata si fece estrema, ma esteticamente strabiliante: fessura ghiacciata con le pareti a destra e a sinistra vetrate per non meno di 70 centimetri, spesso anche di più. Progressione tutta in spaccata per tutto il diedro che al povero Tiziano toccò da secondo.
Prima dell'ultimo tiro del diedro, la luce si fece quasi improvvisamente insufficiente e decidemmo di bivaccare. C'era una cengia larga non più di 50 centimetri che dovevamo spianare, ma non lunga abbastanza  per potercisi sdraiare, per cui potevamo solo stare seduti con le gambe nel vuoto.
Non fu facile quella sera prepararsi da mangiare: era tutto in equilibrio precario, poi quando fu la volta di provare a dormire ci rendemmo conto che il ghiaccio sotto la stuoia, sciogliendosi, inclinava il piano del terrazzino per cui più di una volta ci siamo svegliati di soprassalto che eravamo già scivolati giù, rimanendo appesi alla corda di sicurezza.
Mi venne in mente di legare alla sosta un cordino in cui infilare le gambe, pensando che mi avrebbe tenuto in una posizione più comoda. Mi addormentai e la stanchezza accumulata non mi fece rendere conto che il cordino mi stava bloccando la circolazione. Svegliandomi per i brividi di freddo, mi resi conto che avevo i piedi già insensibili. Comincia a massaggiarli, ma tutto era faticoso e difficile a causa della posizione precaria.
Poi pian piano la circolazione si riattivò e il dolore lanciante era segno che forse riuscivo a salvarli. Non riuscimmo più a dormire per il resto della notte.
Alla prima luce mettemmo qualcosa sotto i denti, ma senza usare il fornello in quanto quel posto era troppo scomodo, ci aveva stufato e volevamo lasciarlo il più presto possibile, quindi ci mettemmo subito in movimento.
Sopra di noi c'era ancora un mezzo tiro per uscire dal diedro, ma aveva un aspetto poco invitante: il ghiaccio era assente soltanto dove la roccia strapiombava.
Partì Tiziano, con larghe spaccate, riuscì a superare la prima parte di parete aggettante, poi scomparì alla mia vista, ma si muoveva velocemente. Infatti, poco dopo arrivò il comando di mollare tutto e andare. Superai faticosamente quel tratto, issai lo zaino, feci qualche altro metro verticalmente, poi la roccia si coricava e vidi in alto Tiziano: eravamo fuori dalle difficoltà. Lo raggiunsi e decidemmo di ridistribuire il contenuto dello zaino. Proseguimmo ed in breve eravamo fuori: erano circa le 10 del mattino, il Paretone era tutto sotto di noi, ci stringemmo la mano facendoci reciprocamente i complimenti.
La giornata splendida ci invitò a sederci nella neve e prepararci un tè. Era stata una salita tecnicamente molto difficile, e a causa dello zaino anche molto faticosa, ma era fatta..."

http://ivoferrari.blogspot.it/2017/11/i-quattro-pilastri-dinverno.html


martedì 28 novembre 2017

LA SCIARPA DEL PECCATORE



LA MIA SCIARPA

Noi non eravamo preparati, loro non l’avrebbero mai pensato, tutto è successo in un attimo, niente è diventato TUTTO. Io con i miei sette anni e pochi mesi pensavo solo al gioco: l’oratorio era Amicizia e spensieratezza, era quello che doveva essere. Un pomeriggio ci hanno chiamati, l’agitazione era nell’aria. Al telegiornale della sera precedente, mentre seduto composto a tavola attendevo con i miei fratelli che la mamma ci servisse la cena, ho visto volti disperati, case distrutte, polvere e macerie: era il Terremoto. Da piccolo com’ero non conoscevo il significato di “Terremoto”, l’unica cosa che tremava per me era la faccia quando prendevo delle sberle per aver combinato qualche cosa che non avrei dovuto fare.
Era maggio, l’estate molto vicina, ci radunarono nell’immenso cortile assolato ed il prete disse che dei nostri fratelli avevano bisogno d’aiuto … a casa chiesi a mia madre quanti fratelli avessi.
Per diversi giorni ho passato pomeriggi a smistare e dividere vestiti, cibi, attrezzatura. Tutto veniva ordinatamente accatastato in appositi cartoni, tutto imballato alla perfezione, tutto sotto la guida di persone adulte, tutto pronto per essere spedito in Friuli. Io ero un bambino e sarei diventato adulto parecchio tempo dopo ….mio malgrado.

Tra i vestiti, tanti, tantissimi, vidi lei: lunga e stropicciata, ma bella e unica al mio sguardo, fu un amore a prima vista, un amore per sempre. Sapevo, con i miei sette anni e poco più, che se l’avessi fatto, sarei diventato un peccatore: sottrarre ai bisognosi è ancora adesso ritenuto un peccato…almeno credo e spero.
La misi in un angolo, in disparte e continuai ad imballare un’infinità di vestiti. La sera tornai a casa con i soliti Amici. Noi non avevamo regole fisse e se ce le avessero imposte, ci sentivano talmente liberi da non rispettarle. Erano anni dove si poteva essere veramente liberi, non come ora dove la mamma porta il figlio fino al banco di sQuola!!!

Nello zainetto porta merenda c’era Lei, il mio unico amore, una sciarpa destinata ai terremotati del Friuli, donata da un buono e sottratta da un peccatore, Lei era con me, mia per sempre …
Chissà dove sarebbe finita, se sarebbe stata apprezzata, quale bambino o Mamma avrebbe riparato? chissà... Da allora ho “rubato” altra roba, sottraendola al “mercato”, a chi deve spendere per avere, ma Lei, la MIA Sciarpa è rimasta per sempre …Un giorno la regalerò a Mio Figlio, un giorno di vento e freddo, così si potrà riparare, come ha riparato me in questi 41 anni.

Un giorno, ma non ora …..

sabato 25 novembre 2017

LUNGO UN DIEDRO PERFETTO "STORIA DI UNA GRANDE INVERNALE"

http://www.paolocolombera.it/fotografie-dolomiti/pale-di-san-martino/

A volte mi piace fare "paragoni", servono da sempre per semplificare un qualcosa.
Per descrivere il Gran Diedro sulla parete ombrosa dello Spiz Nord nel gruppo del Gigante Ombroso, a chi me lo chiede, uso sempre  dire che è come la "Canzone di Marinella" di Fabrizio De Andre, un opera poetica accompagnata da una musica e una voce Unica ".
Il Diedro è la perfezione naturale vinto da due "Poeti" della verticale.
L'ho scalato da solo tanto tempo fa e ne sono rimasto innamorato, ma attenzione, ad ognuno il suo giudizio, io non sono poi così affidabile, soffro da sempre di un'inguaribile "cosa" che prende il nome dall'ultimo album del Poeta http://www.fabriziodeandre.it/portfolio/mi-innamoravo-di-tutto/ .

Questo è il racconto della prima salita invernale ...

Ho molte foto dello Spiz Nord, in tutte le stagione dell'anno, ma visto che sto raccontandovi di "opere e poeti", la prima me l'ha "inviata" ( e appesa in casa) un altro artista  ... http://www.paolocolombera.it/ che con i suoi scatti permette anche ai miei occhi di vedere cose abitualmente invisibili.


http://www.ilblogdelgrezo.it/2010/05/giorgio-costa/


SPIZ  AGNER NORD
GRAN DIEDRO DETASSIS-CASTIGLIONI
 di Giorgio Costa
tratto dalla Rivista mensile Cai

Durante tutto il 1975 ho arrampicato soprattutto con ragazzi, giovani. Mauro (18 anni, Mauretto per gli amici) è uno di questi. Ci siamo affiatati in quella esemplare palestra di roccia che è la Val Rosandra, lungo molte e difficili vie del Crinale e della Ferrovia. Abbiamo poi arrampicato, in cordata con altri due amici, alcune <<classiche>> della Civetta, della Tofana e della Roda di Vaèl e altre meno famose, ma non per questo meno belle. Alla fine della scorsa estate, dopo questo sudato tirocinio, l'affiatamento era si può dire completo e tale da poter fare progetti anche impegnativi per l'inverno. Fu Mauretto che per primo mi parlò del gruppo dell'Agnèr e dello Spiz Nord (2550 m) soprattutto in relazione alle difficoltà dell'ascensione; ma lasciai perdere, ritenendo l'impresa molto difficile. Dopo qualche tempo Mauretto ritornò alla carica: si poteva fare questa "prima invernale" -mi disse- con un terzo di cordata, Roberto. Ne parlammo con Roberto, che fu favorevole. Iniziammo allora ad assumere più informazioni possibili sulla via Castiglioni-Detassis allo Spiz d'Agnèr Nord ed a preoccuparci del materiale, dei viveri, dell'equipaggiamento e a seguire giorno per giorno le condizioni metereologiche, determinanti per la scelta del periodo migliore. Durante le feste di novembre facemmo una puntata di ricognizione alla parete. Per andare all'attacco dello Spiz bisogna passare per il bivacco Cozzolino, da qui inerpicarsi per lo Spiz Verde, una montagnola di circa 500 metri fra mughi e paretine anche notevolmente impegnative, fra le quali, in estate, passano delle esilissime cenge che in alcuni punti si interrompono per giungere infine ad un intaglio, dal quale ci si cala o in arrampicata o in corda-fissa per una quarantina di metri, giungendo così nel grande anfiteatro ghiaioso che sta alla base dello Spiz Nord.
Partiamo da Trieste in tre, Mauretto, Adriano, un amico che ci aiutava a portare i sacchi, ed io. Le condizioni del tempo erano pessime, ma avevamo tre giorni di tempo per compiere la ricognizione e confidavamo in un tempo migliore.
Al bivacco Cozzolino la prima mattina passò sotto la pioggia. Appena questa cessò partimmo. Ci alzammo per il canalone tra l'Agnèr e lo Spiz e ci portammo sotto lo Spiz Verde. Gli appigli erano coperti di neve e di ghiaccio; riprese a piovere, la montagna scaricava pietre in continuazione. Iniziammo con moltissima prudenza l'ascensione, ma dovemmo rinunciare per l'impossibilità di raggiungere in giornata la base della parete.
Ritornammo al bivacco Cozzolino sotto l'infuriare del temporale e con il pericolo di essere colpiti da qualche pietra. Raggiungemmo il bivacco sani e salvi nonché bagnati. L'indomani, continuando il maltempo, rientrammo a Trieste.
Mauretto e io intensificammo gli allenamenti. Nel frattempo Roberto, sul quale contavamo moltissimo, rinunciava all'impresa e questo ci obbligava a mutare radicalmente il nostro piano tattico e ad esasperare l'allenamento che non mi sembrava mai sufficiente. A tirarci su il morale c'era poi la speranza di avere un aiuto da parte del gruppo per il trasporto dei materiali fino alla base della parete. Alcuni amici rocciatori poi ci avrebbero raggiunti in vetta dalla via comune per darci una mano nella discesa.
Stabilimmo di compiere l'impresa la settimana prima di Natale, cioè la prima settimana dell'inverno, ma il tempo che fino all'ora aveva tenuto bene si guastò. Dovevamo rimandare. Di conseguenza gli amici del gruppo, fino allora disponibili, cominciarono a non esserlo più per le settimane future causa i loro impegni cittadini. Mauretto e io eravamo molto scoraggiati, ma non rinunciatari. Intensificammo ulteriormente gli allenamenti e rivedemmo il piano tattico punto per punto. I viveri erano importanti. Dopo un attento vaglio di alimenti puntammo decisamente sugli zuccheri (cioccolato, caramelle, mandorlato, frutta secca), sul parmigiano e sullo speck, per le proteine. Ma era ovviamente la via che impegnava tutte le nostre discussioni. Nella trascorsa stagione io avevo già effettuato con Silvano Sinigoi una via Castiglioni-Detassis sulla Pala Canali (nel gruppo delle Pale di San Martino) una via di notevoli difficoltà tecniche, ma bella ed elegante. Ritenevo quindi che la via sullo Spiz Nord, che fa pure parte delle Pale, dovesse avere le stesse caratteristiche.
Josè Baron il nostro capogruppo rocciatori, ci fornì molti particolari avendo egli effettuato la seconda ascensione estiva dello Spiz Nord, illustrandoci dettagliatamente le difficoltà del diedro, soprattutto nella parte superiore della via e della grande caverna che lo sovrasta, con uno strapiombo a tetto che esce per circa 10 metri dal fondo della stessa e che presumibilmente, in inverno, sarebbe stato ghiacciato. Molto arduo quindi.
<<Mah, pensai, se ci sarà ghiaccio vuol dire che staremo anche tutto il giorno per ripurirlo ed uscire dal tetto. Fatto questo, anche se le condizioni della parete fossero brutte non dovrebbe essere impossibile proseguire per gli altri circa 150-200 metri di camini e fessure di quarto grado per raggiungere la vetta>>. E lo dissi a Josè Baron che sorrise e ci augurò buona fortuna.
E il giorno tanto atteso giunse. In prospettiva, il tempo sembrava quello buono. <<Si va>>, ma da soli, Mauretto e io, senza nessun appoggio tranne quello di Nino e Claudio che sarebbero giunti alla base della montagna in fondovalle per controllare la nostra posizione e poi eventualmente salire per la via comune in cima ad attenderci per fare la discesa insieme.
Era venerdì 16 gennaio di pomeriggio. Tutti gli amici ci salutarono a Trieste e ci fecero i migliori auguri per la riuscita dell'impresa. La notte fra venerdì e sabato dormimmo in pulmino a fondovalle a lato della strada che porta a Col di Prà. Sabato pensammo di fare un'abbondante colazione alla locanda Col di Prà; la strada e tutto intorno era ghiacciato e le ruote dell'automezzo scivolavano. Decisi allora di mettere le catene e mentre le estraevo inavvertitamente mi tirai addosso su un piede un grosso tabellone di ferro. Dolore atroce e tremendo dubbio di aver compromesso per quel banale incidente tutta l'impresa. Mi massaggiai piano piano e mossi le articolazioni, lentamente e gradualmente il dolore scomparve. Alla locanda la proprietaria ci augurò una buona permanenza in parete.
Imboccammo il sentiero; i sacchi erano pesantissimi e numerose le soste. Nel pomeriggio raggiungemmo il bivacco Cozzolino, per metà sepolto dalla neve. Aprimmo il portellone superiore ed entrammo. Prendemmo subito il libro del bivacco e lo aprimmo. Con stupore, leggemmo che due alpinisti avevano effettuato una ricognizione sulla parete nord dello Spiz. Ci sorse il dubbio che la prima invernale dello Spiz fosse già stata fatta. Fa niente, decidemmo, andremo lo stesso.
Domenica 18 gennaio. Dopo una veloce colazione riscaldata da un po' di tè ci avviammo su per il canalone ghiacciato, che si innalza con una forte pendenza fino sotto le gole della parete dell'Agnèr; da qui ci spostammo a sinistra per prendere le sfuggenti cenge che portano verso lo Spiz Verde. Per le varie difficoltà della salita ci sorprese la sera e dovemmo fermarci. Bivaccammo dentro una nicchia con il fondo coperto di neve. Fu una notte tranquilla. Rispetto alla tabella di marcia eravamo però in ritardo. Avevamo infatti previsto di raggiungere già il primo giorno la base della via, ma i sacchi pesanti, il sacco colmo di materiale, che dovevamo recuperare a braccia dopo ogni lunghezza di corda, e le difficili condizioni di avvicinamento ci avevano fatto rallentare di molto il cammino.
Lunedì 19 gennaio. Era il giorno previsto per l'attacco ed eravamo invece a metà strada fra il bivacco e la base della via. Dovevamo superare una lunga placca, una esilissima cengia ed un diedro di 40 metri, tutto abbastanza impegnativo. Giunti finalmente alla sommità del diedro potemmo vedere per la prima volta tutta la vastità della parete dello Spiz Nord alta 800 metri. Ci calammo con una corda doppia di 40 metri nel centro dell'anfiteatro, dove cercammo, data l'ora inoltrata, un bivacco per la notte. Trovammo una buona cavernetta, spicozzammo la neve per fare un piano e ci accomodammo. Era abbastanza tranquillo ed il freddo non ci tormentava troppo. Quasi dormimmo quella notte.
Martedì 20 gennaio. Finalmente si sferrava l'assalto allo Spiz Nord. Come prestabilito Mauretto avrebbe condotto la prima metà della salita, poi sarei passato in testa io. Iniziammo l'attacco nel punto più accessibile della parete, che si svolge in seguito con una serie di fessure che solcano la sua prima metà. Ma se tutto poteva sembrare semplice da lontano, in parete non era così e certi passaggi che sembravano inclinati, si rivelavano invece strapiombanti e facevano perdere tempo prezioso. Il sacco da recupero poi ad ogni minimo appiglio si incastrava e costringeva il primo di cordata ad un lavoro di braccia estenuante, che portava all'esasperazione. Decidemmo allora che scambiarci le parti. Avrei fatto io il tratto iniziale come capocordata essendo più robusto, Mauretto quello finale. Dopo alcune lunghezze di corda, sempre sopra il quarto grado di difficoltà, ci spostammo un po' a sinistra dove incontrammo alcuni cordini di ritirata in corda doppia, lasciati da nostri predecessori. L'oscurità come al solito ci obbligò a trovare un luogo per il nostro primo bivacco in parete. Uno scalino scavato nel ghiaccio alla base di un diedro,  per niente comodo, ma sempre meglio che penzoloni sulla parete. La notte fredda ci costrinse a muoverci spesso con grossi rischi perché l'assicurazione era precaria. Per fortuna il tempo passava velocemente e il cielo sembrava sereno.
Mercoledì 21 gennaio. La mattina era molto fredda, un impetuoso vento da ovest portava verso di noi delle pesanti nubi foriere di neve. Nonostante tutto decidemmo di muoverci. Dopo poco nevischiava ed il vento ci sferzava il viso e ghiacciava le mani. Fermarsi era grave, perché ci si intirizziva immediatamente, ma era necessario per recuperare il solito sacco e fare sicurezza alla salita di Mauretto. Come sempre, il sacco creava grossi problemi nel recupero incastrandosi spessissimo e questo portava via tempo. Durante tutta la giornata il vento soffiò instancabilmente; ma verso sera la tramontana riuscì a rasserenare il cielo. Cercammo un bivacco, possibilmente più accogliente della sera prima. Intravvedemmo sopra noi, due nicchie, una sopra l'altra, la prima piccola, bassa, ma con il fondo piano, l'altra più su leggermente più profonda ma inclinata verso il basso. Riuscii anche a sonnecchiare un po', dopo esserci sistemati.
Giovedì 22 gennaio. Faceva sempre più freddo ed il cielo si era annuvolato. Come al solito, non ci facemmo il tè per non perdere troppo tempo e mangiammo cioccolato e fichi secchi. Quello che la parete ci avrebbe riservato durante la giornata non lo sapevamo con esattezza, certamente roccia, camini, fessure e diedri e forse qualche placchetta, insomma <<tutto>>.
Partii dal bivacco e mi ghiacciai all'istante, ma questo ormai era risaputo. Mi avventurai per uno stretto camino diedro inclinato verso destra, lo superai e feci salire il resto della cordata, cioè il sacco e Mauretto. Tutto proseguiva abbastanza bene, anche se molto lentamente. Solo faceva freddo. Per fortuna però il cielo accennava a rasserenarsi. La giornata continuò senza sorprese, la via si snodava con una certa logica e non si pensava ad altro che alla meta finale, la vetta. Quella notte fummo ospitati da un terrazzo sopra uno spuntone. Come al solito, tutto era angusto e per accoccolarci dovevamo fare mille acrobazie; dopo il rituale e benefico tè della sera tentammo di dormire.
Venerdì 23 gennaio. Nel pomeriggio precedente avevo fissato, nella lunghezza di corda successiva, una corda fissa che ci avrebbe agevolato la salita la mattina dopo. Tolto il bivacco e rimessi i sacchi in schiena ci avventurammo sulla corda con i salitori Dresler. Per me fu una fatica notevole, perché era la prima volta che li adoperavo e non usavo la tecnica giusta. Giunsi sano e salvo su un terrazzino superiore e notai Mauretto, più esperto di quella tecnica, saliva con molta facilità. Grazie alla tramontana della notte, il tempo era buono. Dinanzi a noi la Marmolada risplendeva con la sua parete sud coperta di neve e di ghiaccio; a destra spiccava la Civetta con le Torri Venezia e Trieste, lo spigolo della Busazza appena ripetuto in prima invernale da Gadotti di Trento con altri rocciatori, ed il Giazzèr. Tutte queste cime assolate emanavano quasi calore, ma il riflesso del sole non riscaldava molto. La parete che ci sovrasta era piuttosto complessa con placche lisce e strapiombanti, con diedri da superare in bavarese che ci opponevano una dura resistenza (l'arrampicata si svolgeva sempre in estrema libera). Preferii allora poggiare a sinistra su per una fessura che mi portò (già lo sapevo) sullo spigolo nord est di Aste. Avevo fatto quella traversata supponendo che dall'alto dello spigolo avrei potuto osservare meglio la traversata che ci doveva portare alla base del diedro superiore, che da sotto non riuscivo a scorgere. Giunto infine sullo spigolo, la vista della parte superiore della parete mi indusse a tornare indietro. Ci calammo con due corde-doppie fino al punto inferiore a da qui cercammo di attraversare a destra. La traversata si presentava esposta, ma con buoni appigli ed in breve tempo ero sotto il gigantesco diedro-camino. Mauretto però aveva notevolmente rallentato il suo ritmo di arrampicata, perché le sue mani piene di vesciche per il freddo erano piagate e sanguinanti e doveva adoperarle con molta cautela. Aumentai al massimo l'attenzione per fargli sicurezza. A causa di questo doloroso inconveniente continuai a fare il capo-cordata, anche per il resto dell'ascensione; ma lo feci volentieri.
Il camino diedro che stavamo salendo è alto circa 400 metri e presenta difficoltà media di V grado; l'arrampicata era molto estenuante e dovevamo fare parecchie soste in spaccate molto aperte. Ma anche queste soste non erano riposanti, perché le gambe dovevano sopportare tutto il peso del corpo e quindi mi costrinsi a proseguire più celermente. Durante le lunghezze del camino, non mi resi conto che l'arrampicata era estremamente in libera e non passai la corda in nessun ponte naturale e tanto meno misi <<chiodi morali>>, ma quando giungevo a fine corda, e dovevo perciò assicurarmi per recuperare il sacco e Mauretto, non trovavo mai appigli per poterlo fare, ed i chiodi erano duri a entrare. Allora rimpiangevo quei ponti naturali o le fessure chiodabili.
Mauro lungo i camini procedeva più spedito, perché poteva impegnare meno le mani e spingersi invece in contrappeso.
Quel giorno ci alzammo parecchio, ma il bivacco fu peggiore. Salii ancora una lunghezza di corda e ormai nell'oscurità piantai un lungo chiodo dentro un buco, che sembrava abbastanza buono e su questo fissai la corda e mi calai in doppia fino a Mauretto che si trovava sopra alcuni massi incastrati dentro il camino, e qui bivaccammo la nostra quarta notte in parete.
Non dormimmo, il freddo era pungente e qualche lampo rischiarava l'oscurità. Alcuni massi sopra di noi precipitarono quasi sfiorandoci. Il sangue già freddo si ghiacciò. Riavutaci dalla paura ci spostammo ancora all'interno del camino, incastrandoci ben bene per non scivolare verso l'esterno.
La notte ci sembrò lunghissima. Verso mattina cominciò a nevicare e si alzò anche un forte vento da ovest. Il freddo era insopportabile.
Sabato 24 gennaio. Alle prime luci dell'alba togliemmo il bivacco e ci muovemmo subito. Su per la corda-fissa, come al solito, feci una fatica bestiale, ma almeno mi riscaldai. Mauro veniva su molto bene. Dopo la nevicata il tempo era di nuovo buono ed il morale pure. Dovevamo superare la parte alta del diedro e giungere alla fatidica caverna dalla quale con un passaggio difficilissimo si esce e si prendono i facili camini che portano alla cima. Confidammo sulla generosità della montagna per superare queste difficoltà in un buon tempo. Come speravo, l'ascensione era bella ed elegante anche se impegnativa; le fessure e i diedri molto ben provviste di appigli; tipico del gruppo delle Pale.
Con notevole soddisfazione giungemmo all'interno della caverna e trepidanti guardammo la parete soprastante. Niente ghiaccio: meraviglioso! Con un audace traversata da destra verso sinistra ci spostammo all'esterno del suo tetto e raggiungemmo la nicchia soprastante. Ora ci aspettava il passaggio più difficile della via con tutte le sue insidie. Era molto esposto, si doveva uscire dal tetto della nicchia verso destra sbilanciandosi del tutto per poter prendere poi uno spuntoncino; tutto questo con il piede sinistro assolutamente nel vuoto, tentando di tenere il destro in pressione sotto lo strapiombo. Questo comporta tutto il peso del corpo sulle braccia e sui minuscoli appigli, e non è facile fare tutto questo dopo quattro giorni di parete e di bivacchi scomodissimi. Comunque, bisognava andare avanti. Attimi eterni per entrambi. Trattenendo quasi il respiro con un estremo gioco di equilibrio al limite delle forze riuscii a prendere il desiderato spuntoncino, alla quale mi aggrappai con forza per issarmici sopra e dopo alcuni e buoni appigli potei finalmente rilassarmi. Il passaggio chiave stava finalmente sotto i miei piedi. Mauretto non ebbe problemi perché venne su per la corda fissa. Ora non rimaneva altro che la cima tanto sospirata. Sistemai l'ultima corda fissa per Mauro che mi raggiunse esultante. Guardammo in alto la vetta sospirata, anche se non era così; vedevamo l'anticima. Ci alzammo su per i camini cercando di evitare i tratti più faticosi con piccolissime traversate nelle quali però il saccone da recupero ci fece esasperare. Nel tardo pomeriggio ecco veramente la cima. Una piccola cuspide che offre posto solamente a due persone. Giusto per noi, Mauro e io. Era tardi e si presentava per l'ultima volta il problema del bivacco. La tramontana era tornata a farci compagnia e bisognava trovare quindi un posto che offrisse riparo dal vento. Non restava che scavare su una cresta di neve sotto la cima ed accovacciarci. La notte fu terribilmente gelida e non passava mai. Demmo fondo a quel poco che rimaneva dei nostri viveri e ci scaldammo con l'ultimo tè. Resistere al freddo era quasi impossibile. Avevamo indossato tutto quello che avevamo con noi. Sacco a pelo, sacco da bivacco; tendina invernale e non bastava. Fu la notte più gelida che lasciò i suoi segni con principi di congelamento alle mani e ai piedi.
Domenica 25 gennaio. Grande giornata. Anche se in cima eravamo giunti sabato, appena domenica, con il sole, godemmo veramente il compimento della scalata. Ci alzammo e ci riscaldammo alla meno peggio con esercizi ginnici, risalimmo in cima con i sacchi appesantiti ulteriormente dal materiale ghiacciato. Ed in cima c'era proprio il sole che ci illuminava dopo giorni e giorni di arrampicata lungo una parete posta a nord. Mauro e io ci stringemmo forte forte le mani nonostante fossero doloranti e ringraziammo Iddio, che da lassù ci sembrava più vicino, per la buona riuscita dell'impresa. Festeggiammo l'avvenimento, non con lo champagne ovviamente, ma con l'ultima sigaretta, salvata proprio per l'occasione e, dimentichi di tutte le fatiche e dei rischi passati, ci guardammo attorno estasiati come se fossimo capitati lassù in seguito da un 9incantesimo e non dopo giorni e giorni di sforzi e di sofferenze seppur in parte calcolati e previsti.
Mentre assaporavamo insieme contentezza e sigaretta un richiamo attirò la nostra attenzione. Era l'<<oplop>> di due nostri amici che stavano salendo velocemente verso di noi.
Scomparsa miracolosamente la stanchezza ci buttammo giù per i pendii ghiacciati, le cenge e i canalini come se fossero sentieri piani. Erano Piero e Tulio che ci abbracciarono e ci riempirono le mani di caramelle e pastiglie rifocillanti e ci sollevarono dal peso dei sacchi. Veloci e leggeri come piume scendemmo sino alla forcella dove ci attendeva una sorpresa: Walter, Silvano, Stelio, Ermanno, partiti da Trieste la mattina presto. Ancora abbracci, pacche sulla schiena, scherzi, vino, cognac, caffè, una valanga di feste e di generi di conforto assai graditi. Poi tante domande sull'impresa appena compiuta. Così si arrivò a fondovalle ed era pomeriggio. In macchina andammo a prendere il pulmino a Col di Prà nella valle collaterale e poi tutti assieme a Taibon a festeggiare. Finalmente una cena dopo giorni e giorni di pasti energetici sì, ma scombinati.

Giorgio Costa (sezione XXX Ottobre, Trieste)



http://www.ilblogdelgrezo.it/2010/05/giorgio-costa/

http://www.ilblogdelgrezo.it/2010/05/giorgio-costa/

http://www.ilblogdelgrezo.it/2010/05/giorgio-costa/
Per saperne di più: http://www.ilblogdelgrezo.it/2010/05/giorgio-costa/
                  
                              BUONE ARRAMPICATE
http://ivoferrari.blogspot.it/2016/10/freddo-vero.html
http://ivoferrari.blogspot.it/2016/10/inoltre-ho-gli-scarponi-molto-molto.html
http://ivoferrari.blogspot.it/2016/10/sorrisi-nel-silenzio.html
http://ivoferrari.blogspot.it/2016/09/il-gigante-di-pietra.html

mercoledì 22 novembre 2017

SOGNARE DI FAVOLE E DI AVVENTURE (INVERNALE ALLA GRIVOLA 1970)



Un Alpinismo senza tempo, vicino al tempo di chi ha poco tempo, di chi il tempo lo vive nel fine settimana, Gianni Calcagno è stato l'alpinismo di noi tutti  ... un non professionista nel professionismo.




INVERNALE ALLA GRIVOLA 1970

Tratto da: Stile Alpino Un decennio di scalate  di Gianni Calcagno
Collana I Licheni  Vivalda Editori
pag:70/75


" ...Il giorno successivo, salendo alle Baite del Nomenon, cercammo di conoscerci meglio. Ognuno parlò di sé, della propria vita, delle proprie esperienze.
Il paesaggio era splendido, gli sci solcavano lo strato di neve polverosa tra pini e abeti: qualche baita ogni tanto. C'era di che vibrare di felicità, sognare di favole e di avventure, perdersi tra lo scintillio dei cristalli nevosi, tuffarsi tra gli aghi di pino che arrossavano lo strato superficiale, sciogliersi nel torrente che fremeva di vita.
Ma io non ero in forma, le gambe erano arrugginite da mesi di inattività, la schiena doleva per lo zaino pesante e la testa era altrove. Salendo comunicai ai compagni il mio stato d'animo, le mie paure, sperando di riuscire a commuoverli e a indurli a una "sana" rinuncia, ma non venni preso sul serio.
Alle Baite ci fermammo qualche ora per rifocillarci. Nell'inazione la mia incertezza aumentò. Sperai vigliaccamente nel brutto tempo: non ero preparato per un invernale. Mi ero trovato coinvolto da un momento all'altro senza avere avuto il tempo di pensarci a fondo, senza avere avuto il coraggio di rifiutare.
Perché avevo accettato? Per evadere da un lavoro diventato opprimente, per il piacere della compagnia, per questa montagna che è splendida, per la necessità di respirare una boccata d'aria pura?
Era stata una fuga, ma allo scopo di trovare un rifugio, un posto dove risollevare lo spirito, un'oasi dove dimenticare i miei guai.
Calò la notte. La parete, sotto le sciabolate della luna, tra le nuvole vaganti, mi opprimeva. Anche la speranza del brutto tempo era naufragata.
Lasciammo le Baite alle dieci di sera e solo alle sette del mattino successivo, stravolti dalla fatica, raggiungemmo la crepaccia terminale.
Sei ore di salita per le Baite e altre nove per la crepaccia terminale mi avevano spezzato le gambe. Freddo. Vento e nevischio turbinavano assieme a pensieri di rinuncia.
Non era ancora chiaro quando ci infilammo nei sacchi piuma per riposarci una mezz'ora.
Il vento rinforzò e il corpo non riuscì a scaldarsi. La neve imperversò con maggiore violenza, i propositi di rinuncia si fecero più convinti e forse li espressi anche ad alta voce. Ma per quante argomentazioni atte a giustificare un rientro formulassi, le confutavo io stesso, rendendomi conto che si tratta di pretesti. E' assurdo intraprendere una via per audaci e poi fuggire davanti alle prove che essa impone. Ma perché abbandonare? Per scegliere una vita che si dipani all'interno dei canoni cosiddetti normali, per annullarsi nell'apatia delle masse anonime senza paure né esaltazioni, senza lotte e sofferenze, ma anche senza le palpitanti emozioni dei momenti vissuti intensamente?
Perché temere un confronto diretto con quella montagna e quegli uomini? Per timore di apparire inferiore, più vuoto e banale?
Per paura di incontrare se stessi quando il carattere viene messo a nudo dalle difficoltà della prova, sconvolto dalla bufera, schiacciato dalla fatica, frustrato dal freddo, torturato dal pericolo?
Perché avere paura di guardare dentro di sé?
Guido si stava legando con Alessandro. La sua voce mi distolse dai miei pensieri: era ora di muoversi..
Carmelo e Leo mi guardarono, e allora capii che non sarei tornato indietro: intuii che, in seguito, tanti altri mi avrebbero guardato in quello stesso modo interrogativo, in attesa di una mia decisione. Compresi che per molti sarei stato un capo, che avrei dovuto decidere per me stesso e per loro, che non avrei potuto deludere coloro che cercavano in me la loro forza.
Poco dopo eravamo tutti aggrappati allo scivolo ghiacciato, battuto dalla tormenta. Guido aprì la strada fino al termine del pendio gelato, fin dove la via piega a destra e si fa più difficile.
Mi invitò a passare in testa in quel punto, con quel suo fare quasi canzonatorio: <<Non vorrai mica fare il cliente?>>.
Io non mi ero ancora scaldato, i muscoli non erano fluidi, le gambe indurite dalla stanchezza. Passando al comando mi sentii osservato, scrutato: dove avrei trovato la forza? Provai la sensazione di essere schiacciato dalle difficoltà. Cercai di recuperare la calma riflettendo, richiamando alla mente le motivazioni di quanto stavo facendo. Quando mi mossi, lo feci con sicurezza. Ero solo. Io con un metro di quella montagna poi un altro metro e un altro ancora ...finché la corda finì. Gli altri seguirono. Continuai ancora in testa. Ero più tranquillo.
Nelle difficoltà  stavo affogando i miei problemi, vincendo la battaglia con me stesso, e questo mi diede una sensazione di sicurezza.
Oltre metà parete c'era una fascia di rocce verticali coperte di verglas e neve fresca: un tratto veramente impegnativo. Dal basso Guido urlò che non era il caso di fare del sesto grado, ma ormai ero oltre.
Il vento non smise di soffiare un solo istante sulla parete gelata, portando con sé, cristalli di ghiaccio affilato che smerigliavano ogni cosa. La furia aumentò ancora nel pomeriggio, che stava morendo in una serata fredda e nuvolosa.
Avevo gli occhi socchiusi, come lo sono quando ti frusta la tormenta, quando Guido mi passò accanto. Uno sguardo, una smorfia che voleva essere un sorriso: <<Bravo!>>.
Lo osservai attentamente mentre percorreva l'ultimo tratto verso la vetta: la sua sembrava la marcia di un dominatore. Non gli staccai gli occhi di dosso neanche un momento: sentivo una strana attrazione verso di lui, come se le onde del nostro cervello fossero entrate in sintonia.
Pensai anche agli altri: Alessandro, il compagno di tutta la mia vita alpinistica; Leo, piccolo e forte, che si stupiva sempre di come riuscissi a superare certi passaggi, ma che si muoveva con destrezza anche su difficoltà estreme; Carmelo, chiuso e cocciuto, duro, caparbio. Pensai che fossimo tutti preda di una forza superiore che ci guardava. Captai anche lo strano senso di rispetto, quasi di timore, che ci legava. Quel giorno, in un'atmosfera cristallina, ognuno trovò il suo posto come raramente lo trova nella vita.
Bivaccammo poco oltre la punta e il tempo peggiorò. Durante la notte nevicò e al mattino era ancora nuvoloso. Più tardi il vento ci sorprese in discesa sulla cresta est. Un vento teso e terribile che strappava le corde dalle mani e le scagliava nel cielo disegnando ampi archi tesi. Al colle giungemmo a pomeriggio inoltrato e trovammo il piccolo bivacco freddo come una ghiacciaia.

Quella sera parlammo di tante cose, anche di alpinismo.
Parlammo di prime ascensioni e di pareti nord ..."



" ..Il mattino successivo scendemmo lungo il canale che porta sul ghiacciaio di Belleface. Sulla parete ghiacciata il vento e la neve avevano cancellato le nostre tracce.
Sopra i casolari del Nomenon ritrovammo gli sci .."

domenica 19 novembre 2017

GRAN DIEDRO D'INVERNO



Testo di MICHELE CISANA detto "IL CISA"


IL TEMPO CANCELLA I RICORDI?
Estate 2015: in questa torrida estate mi ritrovo a salire lungo un bel diedro svasato, povero di appigli, su una parete orobica solitaria. In sosta, mentre recupero il compagno, penso a questa montagna, il Pizzo del Salto, della quale fino a qualche anno fa non conoscevo quasi nulla. Sapevo qualcosa per aver letto avidamente il libro “Orobie, 88 immagini per arrampicare” e sapevo anche che due amici, nel lontano 1987, avevano salito una via lungo i suoi diedri centrali. Punto. La mia conoscenza si fermava lì. Ora mentre salivo proprio la via aperta dai due amici godevo metro dopo metro questa fantastica e alpinistica ascensione, un piccolo capolavoro di logica sulla selvaggia parete nord est della montagna.

Inverno 2015: un sasso sotto la schiena mi tormenta e mi sveglio dal torpore. I piedi sono freddi. Dove sono e, soprattutto, cosa ci faccio qui? Cos’è questa luce che mi illumina? Chi dei miei compagni è sveglio e mi punta contro la frontale? Tolgo la testa dal sacco e assisto ad uno spettacolo fantastico, emozionante! La luna piena illumina tutta la parete e la valle sotto di me. Ora è tutto chiaro...

Stiamo bivaccando ormai da 13 ore, su quella parete di cui avevo goduto pienamente quest’estate. Anche se il freddo non è intenso, mi sento anchilosato, gambe e schiena dolgono per la scomoda posizione. Alzo lo sguardo e, nella penombra, individuo le sagome dei miei compagni che sono appollaiati come me a poca distanza.
La testa ritorna indietro di qualche ora e ripercorre la giornata appena trascorsa, una giornata piena, iniziata prestissimo, al limite dello ieri... con un lungo avvicinamento al buio, continuata con un’impegnativa scalata su roccia resa insicura dal freddo, dallo zaino e dalla presenza di ghiaccio e conclusa su questi cinquanta centimetri quadrati di terrazzino appesi sul baratro. Sono tornato qui per salire la montagna nel periodo meno adatto, l’inverno; sono qui con due Amici, con i quali condividere pienamente le emozioni e le paure.
Sono qui perché volevo a tutti i costi essere qui. Senza comodità, senza cibo, senza affetti: quelli li abbiamo lasciati a casa, ad aspettarci. Forse è proprio in queste situazioni che la montagna ci insegna ad apprezzare maggiormente la nostra vita. E forse è anche per questo che noi alpinisti continuiamo ad andare e tornare.
E’ quasi giorno e la voce di Ivo mi riporta alla realtà: oggi è il giorno decisivo, oggi si esce. Il nostro “Desmaison della bassa”, appellativo con il quale ieri abbiamo soprannominato Ivo, è carico e si sta riscattando per un’invernale sfumata qualche giorno prima. “Bello, bello Cisa! Questa sì che è una signora invernale, impegnativa!” esclama.

Alle 6.30 siamo già fuori dal sacco; senza nemmeno fare colazione, ci prepariamo ed attacchiamo decisi il diedro ghiacciato. Qui Ivo dà prova delle sue grandi capacità: attacca il diedro con una grinta da far paura, un diedro di trenta metri intasato di ghiaccio che gli richiederà oltre due ore di sforzi intensi per essere superato, senza piccozze, con l’adrenalina a mille per la difficoltà e la pericolosità. Un tiro da far rabbrividire chiunque non abbia grande esperienza di scalate invernali. I chiodi sono coperti dalla neve e sostiamo su due massi incollati al ghiaccio...
Il tiro successivo ci dà ancora del filo da torcere; quello che d’estate è un tranquillo tiro di V grado si sta rivelando insuperabile; Ivo sale, scende, bestemmia, risale... Maledice la parete. Solo dopo immensi sforzi fisici e soprattutto mentali esce dal diedro e raggiunge il chiodo; sotto tiriamo un sospiro di sollievo. La tensione, gestita perfettamente il giorno prima, ora è alta: la parete si sta difendendo con le unghie ma noi non molliamo... Il pensiero di non riuscire a passare si fa vivo.

Due ore dopo ci ritroviamo tutti e tre su un terrazzino innevato alla base dei diedri finali; quattro tiri ci separano dalla vetta ma ormai sappiamo che usciremo. La stanchezza ci assale; il freddo, lo zaino, il poco cibo ci stanno un po’ provando. Ma teniamo duro, come diceva qualcuno: “non siamo qui per divertirci!”
Sugli ultimi tiri togliamo i ramponi e, scalando con gli scarponi sulla roccia più pulita, riusciamo a goderci anche l’arrampicata. Un ultimo muro, un traverso, la cresta e la tanto agognata vetta! Un urlo di gioia, forti strette di mano e pacche sulle spalle. Bravi, siamo stati bravi ci diciamo. Ora, al caldo del sole, sorridiamo e sdrammatizziamo dopo la tensione accumulata.

“Domani non ci ricorderemo già più nulla della tensione passata” dice Ivo. Forse è vero, il tempo cancella i ricordi. Quello che è certo, e rimarrà sicuramente in noi, sono le due stupende giornate che abbiamo passato insieme, le emozioni e le paure vissute cercando poco alla volta di corteggiare la nostra montagna. Due giornate piene di vita!





IO MICA CI CAPISCO TANTO!
Non ho mai capito se provo godimento o delusione. Eppure non è la prima volta che “partecipo” a salite scomode! Due Amici mi “offrono” un'occasione da non lasciarsi scappare, un viaggetto al fresco della Nord-Est del Pizzo del Salto, Montagna Orobica dall’imponenza accentuata. Sono passati quasi trent'anni da quando, giovane e con i capelli lunghi, salivo completamente slegato in compagnia dei miei pensieri il Gran Diedro... ed ora, come sarà? Accetto volentieri e colgo al volo l’occasione!
Scarponi, scarpette, ramponi, roccia sana e pilastri in bilico, neve e ghiaccio ad intasare fessure. Una progressione lenta, dettata dal dover cercare l’appiglio, il movimento e l’adrenalina giusta, un bivacco scomodo, ma fuori dal proprio letto, tutto è scomodo!
Sono contento mentre i raggi solari illuminano il mio viso sulla cima, contento di essere uscito dall’ombra, contento di non avere sbagliato appiglio, movimento o attimo. Godimento? Delusione? Non mi è dato saperlo, un istante prima era nausea, un attimo dopo felicità! Questo è il mio alpinismo, vecchio, scontato... classico! Buon anno a tutti e che arrivi la neve a seppellire altre malsane idee!
ivo

via del Gran Diedro, parete Nord-Est, Pizzo del Salto (2665m) Orobie Valtellinesi
1° salita: Achille Nordera e Guido Riva 13 agosto 1987
1° invernale: Michele Cisana, Michele Pezzoli e Ivo Ferrari il 27-28 dicembre 2015













GRAZIE AI DUE "MICHELE" ...UNA BELLA ESPERIENZA CHE MI è RIMASTA DENTRO.
GRAZIE

martedì 14 novembre 2017

DONNE IN INVERNO



LEONESSE D’INVERNO di Wanda Rutkiewicz

1978. Quando ho letto questo scritto sono rimasto impressionato dalla determinazione. Nessun titolo potrebbe essere più appropriato: Leonesse


***


Per la prima volta le donne avevano superato d’inverno una difficile parete alpina, che fino ad allora era stata scalata solo da uomini. La parete non era diventata più facile soltanto perché noi l’avevamo scalata. Quattro di noi vennero a Zermatt nel febbraio 1978 con l’idea di essere la prima cordata femminile a scalare la parete nord del Cervino in inverno. Eravamo: Anna Czerwinska, Irena Kesa, Krystyna Palmowska e io, come leader. Il nostro programma era di fare un campo base al rifugio dell’Hörnli, 3260 metri, il quale però non era molto attrezzato per un soggiorno invernale. Ma da lì avremmo portato gli approvvigionamenti più in alto al rifugio Solvay, a 4003 metri sulla Cresta dell’Hörnli, dove ci saremmo acclimatate e avremmo fatto un’arrampicata di ricognizione, cosa importante visto che era la via da cui speravamo di scendere dopo aver raggiunto la vetta. Riuscimmo a fare tutto questo dal 21 al 28 febbraio, anche se le condizioni della montagna erano difficili e c’era un grande rischio di valanghe dopo lunghi periodi di pesanti nevicate. Sulle Alpi Pennine c’era bassa pressione, con venti provenienti da ovest. Ulteriori nevicate erano state previste, così ci trattenemmo a Zermatt per qualche giorno. Per assicurare buone comunicazioni dal rifugio dell’Hörnli e durante la scalata, prendemmo in prestito un radiotelefono e ci accordammo con l’eliporto locale per avere un rapporto continuo sulle condizioni del tempo.

Il 3 marzo ci arrampicammo ancora all’Hörnli, non con perfette condizioni meteorologiche, ma sperando che almeno si stabilizzassero. Il 7 marzo alle tre del mattino uscimmo dal rifugio, per cominciare ancora di notte la scalata della parete nord del Cervino. Verso la metà del primo pendio di neve, un uomo e una donna giapponesi ci raggiunsero. Avevano seguito le nostre tracce, e per un po’ arrampicammo insieme, cosa che aggravò il pericolo generale. Essendo in due, i giapponesi avrebbero dovuto superarci, ma non ne erano in grado. Accelerarono soltanto la notte del secondo giorno di arrampicata, grazie all’aiuto di un altro gruppo di tre giapponesi, che avevano superato entrambi i gruppi procedendo molto velocemente, e che erano in grado di portare con loro gli altri due. Giunte alla fine del pendio di ghiaccio della parte inferiore della parete, arrivammo a una parte intermedia molto difficile, un largo canalone roccioso, in parte ricoperto di ghiaccio e neve. Ma c’era meno neve di quanto ci aspettassimo, meno che d’estate, e il ghiaccio era molto duro perché la temperatura era ancora sotto zero. Sistemammo il primo bivacco dopo aver arrampicato per 500 metri, fin quasi a metà della parete; quello dopo fu alla fine del canalone, 250 metri più in alto, e venne raggiunto di notte con l’aiuto delle lampade frontali. Il terzo ed ultimo bivacco, l’unico davvero comodo, fu sistemato sulle nevi sommitali, a circa 250 metri dalla cima. Di notte avevamo giacche e pantaloni di piumino e coperte da bivacco. Dopo il secondo bivacco, dato che la roccia sopra il canalone era molto ghiacciata, scegliemmo un percorso alternativo, tecnicamente più difficile, ma più breve: una traversata esposta sulla destra su roccia friabile. Era spiacevolmente paurosa, e inoltre seguita da un breve tiro verticale di V grado. Dopo questo, il percorso era innevato, su terreno roccioso ma non troppo difficile, verso la Cresta di Zmutt, e portava proprio sotto la vetta. Sfortunatamente, si era alzato il vento, solo tempestoso all’inizio, poi sempre più forte il terzo giorno, finché non fu come un uragano. Non potevamo raggiungere la vetta come speravamo. Una volta giunte sulla Cresta di Zmutt, decidemmo di scendere per trovare un riparo da quel vento feroce. Quel giorno e il successivo, il vento costante e le temperature di -10°C provocarono a Irena Kesa congelamenti e ipotermia. Non appena capimmo le sue reali condizioni, il problema più urgente fu di trovare un riparo per proteggerla da un’ulteriore perdita di calore corporeo. La parete nord del Cervino è nota per la scarsità di luoghi riparati dalle intemperie. L’unico punto che trovammo era sulla Cresta di Zmutt, solo 20 o 30 metri dalla vetta. Krystyna Palmowska salì sulla cima, mentre il resto di noi portò Irena al bivacco e la avvolse di coperte più velocemente possibile. Era il primo pomeriggio. Anche se non immaginavamo alcun tipo di salvataggio con quel vento e quella visibilità ridotta, avevamo già chiamato aiuto per radio durante una sosta temporanea a 80 o 100 metri dalla vetta. Non avendo nostre ulteriori notizie, i giornalisti a Zermatt pensavano che avessimo lasciato perdere il tentativo, anche se il percorso diventava ora abbastanza facile. Nonostante il buio e il vento a 120-130 km/ora, alle otto di sera arrivò un elicottero, guidato dal fantastico Toni Loetscher. René Arnold e Alfons Lerjen si calarono sulla corda per evacuare Irena, e anche Krystyna dalla vetta.
Anna Czerwinska ed io avevamo sperato, nella mattina, di scendere da sole giù verso la Cresta dell’Hörnli, ma gli uomini del salvataggio insistettero per l’abbandono dell’impresa causa le impossibili condizioni. Irena fu trasportata immediatamente dalla vetta alla clinica di Visp, dove rimase dal 10 al 14 marzo. Dopo passò dieci giorni in una clinica di Innsbruck specializzata in casi di congelamento. Grazie alle operazioni di salvataggio e alla cura immediata, non ci furono amputazioni e Irena si riprese completamente. La prima scalata invernale della parete nord del Cervino fatta solo da donne suscitò grande interesse in Svizzera e in altri paesi alpini. La radio, la televisione e la stampa riportarono ogni dettaglio con precisione. Erano state fatte delle fotografie durante l’ascesa, quando le condizioni lo permettevano, sia dall’elicottero sopra di noi, sia da lontano con un teleobiettivo da 500 mm. L’equipaggio dell’elicottero di soccorso corresse l’equivoco che avessimo abbandonato l’impresa quando avevamo segnalato per radio il problema di Irena e confermarono poi che in realtà avevamo raggiunto la vetta. Titoli di giornali e riviste acclamarono la nostra “Grande Vittoria” e “L’impresa magnifica delle donne polacche”. Il bollettino della sezione di Zermatt del Club Alpino Svizzero dedicò un’intera edizione alla nostra scalata, facendo notare che era la prova definitiva che le donne fossero in grado di raggiungere altissimi livelli nell’alpinismo e di sopravvivere anche nelle condizioni più sfavorevoli. “Le donne polacche hanno aggiunto un nuovo capitolo alla lunga storia della conquista del Cervino,” si disse, “dalla prima salita di Whymper nel 1865 e dalla prima scalata della parete nord nell’estate del 1931 da parte dei fratelli Franz e Toni Schmid.” E’ vero che ci furono altre voci, all’estero e in patria, che scelsero di mettere in questione l’adattabilità delle donne a questo tipo di sfide. E certamente rimane la questione perenne: perché l’alpinismo? Nessuno è stato capace di dare una risposta soddisfacente. Bisogna accettarne la validità senza una reale giustificazione. Nel nostro caso, i fatti stessi erano sufficienti. Per la prima volta le donne avevano superato d’inverno una difficile parete alpina, che finora era stata scalata solo da uomini. La parete non era diventata più facile soltanto perché noi l’avevamo scalata. A metà marzo di quell’anno, l’elicottero dovette salvare un gruppo di uomini austriaci sulla parete nord del Cervino, e pochi giorni dopo morirono quattro uomini tedeschi . Trovammo ripagante l’attenzione ricevuta in Svizzera. Durante la sua permanenza in ospedale, Irena fu circondata di gentilezza e simpatia da molti sostenitori. Il suo primo bouquet fu del pilota svizzero dell’elicottero di salvataggio: una delle più difficili operazioni di soccorso che tutti dicono abbia condotto. La storia di Irena
Irena Kesa era la più giovane delle quattro. In quel periodo era una studentessa di educazione fisica con idee rigide sulla dieta. Aveva ridotto il fabbisogno calorico evitando zuccheri e grassi e sostituendoli con latte, pesce e riso: una dieta insufficiente per un’impresa con un freddo invernale così estremo. Cominciò a soffrire di geloni il secondo giorno, anche se c’erano già state delle avvisaglie durante la ricognizione sulla Cresta dell’Hörnli, quando aveva perso i guanti nel bel mezzo di un tiro di corda e aveva continuato senza. Al rifugio Solvay si era lamentata della perdita di sensibilità di mani e piedi e noi altre facemmo a turno per massaggiarla. Sembrava tutto a posto, forse era solo un po’ tesa, quando eravamo pronte per la scalata principale. Irena ha scritto di quella sensazione di tensione prima della scalata: “Non è che avessi paura della Parete di per sé, visto che avevo fatto arrampicate ben più difficili tecnicamente, ma questa era più spossante dal punto di vista delle condizioni del tempo. Avevo paura che fosse troppo per noi e che avremmo dovuto tornare in Polonia a mani vuote. Il fatto che dovessimo sederci e aspettare presso l’Hörnli, senza fare niente, e che così tante persone stessero aspettando di salire, era uno stress con forte impatto su di me, anche se non dicevo nulla. Sentivo il fardello di responsabilità e un senso di obbligo nei confronti della missione. Tutto sembrava puntare nella direzione del fallimento, e io sentivo che tutto quello che avremmo raggiunto sarebbe stata una totale confusione.” In un articolo sulla rivista polacca Taternik, ha raccontato delle sue condizioni precarie durante la scalata: “Sentivo gli effetti del freddo accumularsi fin dal bivacco della notte precedente sulle parete nord del Cervino. Sforzandomi, cercai di controllare il terribile dolore nelle dita della mano destra, e solo allora capii che anche le gambe erano coinvolte. Il dolore delle dita non diminuiva, ma peggiorava e gradualmente apparvero delle vesciche. Tutto diventò un tremendo sforzo, persino preparare il bivacco o filtrare il tè. Cercai di addormentarmi. La mattina, il vento era calato un po’, anche se c’era un freddo terribile. Dovevamo comunque partire. Le altre erano forti e in forma, ma io mi sentivo sempre peggio. Verso mezzogiorno non ero più in grado di muovere le gambe. Avevo perso la sensibilità in tutte le articolazioni, non potevo neanche reggere la piccozza. Avevo difficoltà di respirazione. Sentivo che stavo lentamente perdendo la vita. Le ragazze decisero di chiamare aiuto via radio. Io mi misi nelle loro mani.”


Tratto dalla: “La Grande Montagna” Ed. DeAgostini