lunedì 30 gennaio 2017

L'INIMITABILE OPERA D'ARTE




I sogni se visti da sveglio non durano niente, ma da dentro sono lunghissimi

Fotografia di archivio Goretta Casarotto

Il Trittico del Freney

“...Di una cosa sono sicuro. Una cosa che ho sperimentato più volte nella mia lunga carriera di alpinista solitario: se si accetta la regola fondamentale di salire in modo semplice e pulito, senza barare con se stessi e senza imbrigliare con chilometri di corde fisse la montagna, le difficoltà, le preoccupazioni per il tempo che può cambiare da un momento all’altro, i dubbi di essere sulla via giusta e l’angoscia di una ritirata non sempre possibile arrivano piano piano a stemperarsi in una grande e appassionata partita con l’ignoto; una partita che trascende la dimensione normale dell’esistenza e rende l’arrampicata degna della più grande avventura umana, quella che ha affascinato gli uomini fin dai primi giorni della storia”.

Sono passati 35 anni, l’alpinismo e gli alpinisti sono cambiati, il materiale è cambiato, a volte anche le stesse montagne sono cambiate, il tempo... è cambiato! Ma, nessuno si è scordato quell’inverno, quel magico mese di febbraio, quell’uomo solo ed il suo enorme zaino, quell’avventura da sogno realizzata per farci sognare ancora adesso, 35 anni dopo!
Era una mattina, una fresca mattina, io, ragazzino, iniziavo i primi “giochi” verticali. Non ricordo come riuscii a raggiungere di buon ora la Cava di Nembro, allora punto di ritrovo dell’arrampicata in bergamasca. Era mattina e non c’era nessuno, solo io, mezzo spaventato dall’incapacità di salire e un uomo alto, robusto, un gigante... ai piedi portava scarponi bianchi in plastica, duri, pesanti, ma non sembrava facesse fatica attraversando a pochi metri da terra l’intero scuro ed umido androne della Cava. Quell’uomo era famoso, conosciuto ed importante nel mondo dell’Alpinismo, ma io, a quel tempo conoscevo poco e capivo ancor meno!
Fu solo qualche anno dopo che, ripetendo alcune superbe linee tracciate dall’uomo con gli scarponi bianchi, mi resi conto che, in quell’occasione, dinnanzi a me, non avevo avuto solo una persona alta di statura, ma avevo incrociato un Gigante dell’alpinismo, il più forte solitario di tutti i tempi.
1 Febbraio 1982, Renato Casarotto inizia il suo viaggio solitario. Quindici giorni di sforzi, salite e discese, sole e tormenta, quindici giorni per inventare e realizzare il “Trittico del Freney”. E qui, il tempo si ferma, si deve fermare, siamo obbligati a rallentare e pensare... quindici giorni nella più completa delle solitudini lungo tre delle linee più belle del versante italiano del Monte Bianco, fantascienza o realtà? Cosa è stato fatto poi di così puro, bello e duraturo? Molto, moltissimo, ma 35 anni fa Renato Casarotto usò la chiave magica della fantasia, della passione, regalandoci il “Sogno”.

Ho provato a dormire fuori nelle notti invernali, uno, due, poche altre notti, poi la testa ha detto basta, la fatica è andata oltre. Sì, perché per rimanere quindici giorni solo tra mille difficoltà bisogna essere diversi, forti, duri, decisi. Bisognava chiamarsi Renato Casarotto


“... La sommità del Bianco l’ho raggiunta il giorno dopo, quasi senza rendermene conto, nella nebbia fittissima. Erano le 12.10. In quel momento l’altimetro segnava 5000m. Da ovest stava arrivando il finimondo: ho scavato una buca nella neve e ho aspettato. Secondo la mia logica non c’era altro da fare. Ho bivaccato: è stata una delle notti più dure di tutta la mia carriera alpinistica. Sul Bianco, per la particolare posizione del massiccio, quando arrivano da occidente delle grosse perturbazioni sembra di essere nell’occhio del ciclone.”

Sono un ragazzo impaurito e quel gigante mi passa vicino, non c’è nessuno ed io ho paura, chi sarà? Cosa mi dirà? Non disse niente, solo un semplice sorriso che ricordo ancora. Non disse niente e continuò ad allenarsi a pochi metri da terra tirando prese rovesce, unte e umide... continuò usando i suoi pesanti scarponi bianchi!

Io non l’ho dimenticato e l’alpinismo non lo dimenticherà mai.






La lunga via verso l’infinito di Roberto Mantovani Rivista della Montagna n°51 Anno1982.

Febbraio 1982.
Parete ovest dell’Aiguille Noire de Peuterey per la via Ratti-Vitali, via Gervasutti-Boccalatte al Pic Gugliermina e il Pilone Centrale in quindici giorni esatti.
Un’impresa che sconcerta.
E non solo perché è appena concepibile, perché è il massimo per ora realizzabile sulle Alpi, o perché ancora è stata portata a termine in perfetto stile alpino e senza collegamenti con il fondovalle.
Siamo piuttosto in presenza di una concezione nuova, che in qualche modo sembra finalmente ricollegare l’alpinismo alla storia, annullando la frattura di significato venutasi da tempo a creare tra le prime salite e il fenomeno delle ripetizioni in serie delle grandi vie.
É il ritorno alla circolarità del tempo, che ripropone nuovamente sentieri appena imboccati e mai percorsi per intero.
Casarotto, ripercorrendo fino in fondo l’atto della creazione delle grandi vie e rivivendo in proiezione storica le esperienze di Gervasutti e dei primi salitori, sembra essersi riappropriato di un tenue filo conduttore da tempo perduto.
Profondi e sottili sono gli echi di Parsifal , che vagava per il mondo fino ai limiti del suo essere per ritrovare il Graal.
La trilogia realizzata quest’inverno sul Monte Bianco, frutto di una intuizione bellissima, è maturata nel lungo cammino di questi anni, che ha portato Casarotto a battere le strade solitarie delle Alpi e della Patagonia, e i picchi dell’Himalaya.
Siamo stati a trovare Renato pochi giorni dopo il suo rientro da Courmayeur.
Ciò che ci ha colpito in lui è stata la serenità, per nulla ingenua – come da più parti si vorrebbe – e un profondo equilibrio. Ma facciamo parlare i fatti.
Tutta la storia comincia lunedì 1 febbraio, con una faticosa marcia di avvicinamento durata poco più di sei ore, che lo conduce a bivaccare alla base della parete ovest dell’Aiguille Noire, dopo essere passato sotto l’Aiguille Croux e aver attraversato il ghiacciaio del Frèney.
Da questo punto ha di fronte a lui un cammino nuovo.

“Non conoscevo nessuna delle tre vie che ho percorso. L’idea del trittico l’avevo maturata ancor prima del febbraio dell’80, quando feci un tentativo alla sud della Noire. Nell’inverno scorso ho tentato altre tre volte, ma non sono mai riuscito a superare la sommità della torre Welzenbach. Quest’anno ho eliminato dal mio percorso la cresta sud perché volevo rimanere fedele a una precisa scelta, quella di non ripetere mai d’inverno una via già percorsa in precedenza in altre stagioni”.

Il 2 febbraio Renato sale un terzo della Ratti. I camini iniziali e i passaggi che d’estate sono relativamente facili, ora sono i più impiastrati di neve e di ghiaccio.
Il giorno successivo percorre la parte centrale della via e bivacca sotto il famoso tiro del secondo diedro strapiombante, il tratto più difficile della parete. Il 4 febbraio la salita si snoda su grosse difficoltà, lentamente, a causa del brutto tempo.

“Ho sempre arrampicato autoassicurandomi e, se escludiamo il difficile traverso del Gugliermina e i tre tiri in artificiale della Chandelle al Pilone, sono sempre salito con il sacco in spalla. Un sacco di 40 Kg. Di meno non ho potuto, anche perché avevo deciso di alimentarmi con viveri normali. Avevo 3 Kg di prosciutto crudo, 3 Kg di formaggio grana, e poi pane valdostano, miele, marmellata, the”.

Nonostante il maltempo che intanto si è letteralmente scatenato, Casarotto raggiunge la vetta della Noire e bivacca nella tendina di gore-tex. La mattina del 5 febbraio è un momento cruciale: si tratta di calarsi lungo l’impressionante versante nord dell’Aiguille Noire, una quindicina di doppie da iniziare sui chiodi. Gli ancoraggi, semisepolti dalla neve, sono spesso insicuri e, per effetto del gelo, “ballano” . Bisogna controllarli scrupolosamente uno per uno, ribattere i chiodi e sostituire quelli che non danno sufficienti garanzie.
Il giorno 6, Casarotto si trova a dover risalire il caotico ghiacciaio del Freney, il tratto forse oggettivamente più pericoloso di tutta la lunga cavalcata.

“Per sondare la neve avevo pensato di servirmi di un paio di bastoncini di quelli abitualmente usati per lo sci di fondo. Così potevo sondare il terreno per circa 140 centimetri di profondità”.

L’indomani lo zoccolo della via Gervasutti-Boccalatte al Pic Gugliermina si rivela – anche per la sfavorevole esposizione – carico di neve. Casarotto sale in giornata un terzo dei 700 m del percorso. Gli ultimi 400 m, i più difficili ed esposti per l’estrema verticalità della via – cosa eccezionale nel massiccio del Bianco -, vengono superati nei due giorni successivi, il primo dei quali nel pieno di una furiosa nevicata.

“II 9 febbraio, oltre il Gugliermina, la situazione, a causa della neve instabile, simile a quella che a volte si trova nelle Ande peruviane era veramente critica. Dalla sommità dell’Aiguille Blanche mi sono calato con tre doppie sul Col Peuterey. Là ho scavato una truna per riposarmi e bivaccare”.

Dopo la discesa, il giorno 11, è la volta del Pilone Centrale, l’ultima ciclopica fatica, oltre 600 m di granito, i più difficili dell’intero lungo percorso. D’inverno la scalata del Pilone è un avvenimento già eccezionale di per sé: le sue particolari condizioni di totale isolamento lo rendono una meta temuta da tutti gli alpinisti. Quest’angolo del Bianco, per la sua grandiosità, le sue caratteristiche e la sua morfologia, può sicuramente essere paragonato all’ambiente himalayano.
Casarotto attacca il Pilone dopo ben 11 giorni di durissime fatiche e di stress psichici continui. Nonostante le cattive condizioni della montagna Renato, in due giorni, arriva a bivaccare ai piedi della Chandelle, la superba stele di granito di 100 m su cui sono concentrate le difficoltà massime. Il giorno 13 l’appuntamento con il cattivo tempo è nuovamente inevitabile. Per uno strano quanto simbolico destino, l’ultima parte di ciascuna via, la più difficile, impegna sempre duramente lo scalatore vicentino.
Nell’ultimo tratto del Pilone, le possibilità di ripararsi sono praticamente nulle, il rischio di congelamento agli arti inferiori è fortissimo.

Dalla vetta con una doppia ho raggiunto la forcella e, all’inizio della cresta del Brouillard, ho montato velocemente la tendina. La sommità del Bianco l’ho raggiunta il giorno dopo, quasi senza rendermene conto, nella nebbia fittissima. Erano le 12.10. In quel momento l’altimetro segnava 5000 m. Da ovest stava arrivando il finimondo: ho scavato una buca nella neve ed ho aspettato. Secondo la mia logica non c’era altro da fare. Ho bivaccato: è stata una delle notti più dure di tutta la mia carriera alpinistica. Sul Bianco, per la particolare posizione del massiccio, quando arrivano da occidente delle grosse perturbazioni sembra di essere nell’occhio del ciclone”.

Il 15 febbraio inizia la discesa. Casarotto non ha mai percorso il versante francese del Monte Bianco. Sa che c’è la capanna Vallot, la raggiunge per istinto, ma questa non è utilizzabile. Fortunosamente, in mezzo a una quantità enorme di neve instabile e inconsistente, riesce a raggiungere il Goûter. Nella nebbia la situazione è drammatica. In giornata Renato in qualche modo scende a Chamonix.
La lunga via è finita. Sopiti i soliti echi che sempre accompagnano le grandi imprese alpinistiche, crediamo che la salita di Renato Casarotto, realizzata in puro stile alpino, nell’isolamento più completo, senza radio e senza far ricorso a depositi preliminari di cibo, finirà inevitabilmente per diventare la pietra miliare con cui il Grande Circo dell’Arrampicata dovrà fare i conti.





Un Grazie particolare a Roberto Mantovani

sabato 28 gennaio 2017

SENTIERI SELVAGGI "LA LINEA PERFETTA"


SENTIERI SELVAGGI  1° PARTE

" Se mai un giorno questa via verrà risistemata sarebbe bello che venissero sostituite le soste ma che non venga aggiunto nulla lungo i tiri. Perderebbe parte della sua bellezza"
http://www.sassbaloss.com/pagine/uscite/antimedale6/antimedale6.htm

Sono queste vere e sentite parole scritte dagli Amici dei Sass Baloss nel loro visitatissimo sito a riguardo della via più logica e naturale dell'Antimedale, Sentieri Selvaggi che hanno stimolato la mia voglia di andarci ...Michele e Angelo mi hanno detto che Sentieri è un capolavoro ... il capolavoro della perfezione.
Con Federica aspetto che la parete si scaldi un po' e mi porto tranquillamente all'attacco. Quando giungo all'inizio di Sentieri noto subito la qualità superlativa della roccia, la linea naturale e .... scaliamo su di una via perfetta, le soste sono originali e ... lungo le lunghezze ci si protegge a meraviglia con gli Amici costosi ...fantastica!
Una volta a casa scrivo al "creatore", e ...chissà che tra un po' le soste non tornino "soste".
Portate un poco di pazienza😉 

"Sono convinto che oggi, dove molto è facilitato, una linea come Sentieri Selvaggi che sale lungo una delle più belle pareti del Lecchese, circondata da altre fantastiche vie "sistemante" alla perfezione abbia tutto il diritto di essere rispettata e rimanere tale per come è ... pulita lungo i tiri, una linea dove si assapora l'arrampicata classica fatta dal sapersi proteggere nel momento giusto, a seconda del proprio momento .. Sono convinto che TUTTI ne siamo convinti"
buone arrampicate Ivoviz







SENTIERI SELVAGGI  2° PARTE
Passano pochi giorni e ... ritorno su "Sentieri" insieme ad un vecchio Amico, Lui, Chiccone scala davanti e io, dietro cerco di pulire quel che posso, ne esce un altra giornata all'insegna dell'arrampicata piacevole con una persona con cui non arrampicavo da un bel po' .. Chicco rimane entusiasta del genere di via ... bella e da scalare.











SENTIERI SELVAGGI  3° PARTE 
Mi trovo con Delfino, uno dei padri di Sentieri Selvaggi, Lui, il Delfo o Delfix, come tutti noi lo chiamano è lo scopritore e creatore delle più belle falesie del Lecchese, dove chioda Delfino non si arriva in terra, la sicurezza non sta solo nella bravura personale, ma in chi ci permette di scalare tranquilli, e Delfino è un artista nel suo genere, la sua passione è creare in verticale per chi come me vuole arrampicare in falesia per il gusto di arrampicare ...
Ci troviamo per "sostituire" le vecchie soste di Sentieri. Devo confessare che essere in compagnia dell'apritore mi rende orgoglioso, io salgo davanti e Delfo "elimina" alcuni sassi mobili, poi, come lui sa fare, sostituisce le vecchie soste con soste in inox, vedere come attrezza è spettacolo. I chiodi e gli spit catenati escono facilmente ( se ci si fosse saltati sopra credo che ... non avrebbero retto). In cima ci stringiamo la mano, bel lavoro Delfo, Grazie!
Tornerò ancora a breve, dall'alto calandomi pulirò ancora meglio la linea, segnerò il sentiero di discesa che richiede comunque la dovuta attenzione.
Per il resto .... un GRAZIE a DELFINO FORMENTI per quello e come lo fa, a Federica, Angelo Riva, Michele Cisana e Enrico Chicco Fassi.
BUON SENTIERI a tutti.

PS.in via sono presenti pochissimi chiodi e tre vecchi spit d'epoca ... forse è quello che contribuisce a rendere "unica" una linea come Sentieri Selvaggi ... ci si protegge a meraviglia con friends, cordoni e "testa".
Spero che cosi rimanga per chi un giorno vorrà salire il passato.
ivo















AGGIORNAMENTO: la linea è stata pulita e il sentiero segnato, poi  appena abbiamo un attimo di tempo provvederemo a sostituire i tre vecchi spit,  e "aggiustare" il pericoloso canale di raccordo con il sentiero di discesa. DUE FOTO per vedere ieri e oggi ...sperando in un DOMANI migliore ...

ieri

oggi

lunedì 23 gennaio 2017

QUASI TUTTI D'INVERNO ...

Miha Valič 

2006/2007

Fui subito affascinato dal "tentativo" portato a termine fuori tempo di salire tutti gli 82 quattromila in 82 giorni, da parte dello Sloveno Miha Valič  scomparso prematuramente al Cho Oyu nel 2008.
Quasi tutti d'inverno ...
Grande Alpinista e Grande Alpinismo.

A distanza di anni, dopo che il "concatenamento" è stato realizzato con preparazione e bravura in soli 60 giorni, dal 26 giugno al 24 agosto del 2008, dalle guide alpine Franco Nicolini e Diego Giovannini spostandosi esclusivamente a piedi, in bicicletta o con gli sci, io rimango meravigliato da quanto riuscì a fare l'alpinista Sloveno nella stagione delle "giornate corte". 



GLI 82 QUATTROMILA DELLE ALPI

di Miha Valič

Lo scorso inverno e nella prima parte della primavera, più precisamente dal 27 dicembre 2006 al 7 aprile 2007, mi sono impegnato nella salita di tutte le 82 cime oltre i 4000 metri delle Alpi, elencate nella lista ufficiale UIAA. L’obiettivo che mi ero prefissato era salirle tutte in 82 giorni, ma a causa delle brutte condizioni atmosferiche in 82 giorni sono riuscito a salirne 72, completando poi tutto il progetto in 102 giorni.

L’idea di salire tutte le 82 cime di 4000 metri delle Alpi in successione è stata per un pezzo una spina nel fianco degli alpinisti europei. Nell’estate del 1993, gli inglesi Martin Moran e Simon Jenkins salirono 75 cime in 52 giorni – la lista ufficiale UIAA di tutti i 4000 Alpini non esisteva ancora a quel tempo. Poi nella primavera del 2004 tentarono Patrick Berhault e Philipe Magnin, ma sfortunatamente furono fermati dal tragico incidente occorso a Berhault dopo 65 cime. Nella primavera del 2006 gli italiani Francesco Nicolini e Michele Compagnoni salirono 25 cime della lista e poi annullarono il progetto a causa del brutto tempo.
Io sono stato il primo a tentare la maratona d’inverno.
D’estate le vie classiche sulle cime più famose sono gremite di alpinisti, ma la situazione in inverno è completamente diversa. I rifugi alpini sono chiusi o non custoditi, e il solo raggiungerli è già molto faticoso. La combinazione di giornate brevi, freddo estremo, venti forti e ambiente selvaggio davano una sensazione di magnifica altezza, paragonabile a quella delle montagne in altri continenti lontani. Poi, nonostante l’inverno mite in valle, c’era molta neve sopra i 3000 metri e le condizioni in montagna erano lontane da essere miti.

Io volevo collegare e salire tante cime in meno tempo possibile, così ho scelto quasi sempre le vie più accessibili. Comunque non sono mancate prove impegnative come la traversata delle Aiguilles du Diable, la cresta di Rochefort con la cresta ovest delle Grandes Jorasses, il gruppo Mischabel, Schreckhorn- Lauteraarhorn, la cresta Brouillard del Monte Bianco…

Le brutte condizioni meteo e i venti forti hanno reso anche le cime “più semplici” una sfida seria. È stato fisicamente e logisticamente difficile, ma per lo più è stata una sfida di motivazione e resistenza psicologica.
Aspettare in un furgoncino le condizioni meteo migliori può tranquillamente essere paragonato ai molti giorni in uno dei campi base dell’Himalaya, se non fosse per le masse di turisti nei parcheggi.
Durante questi mesi sono stato accompagnato da Amici e colleghi Alpinisti, che hanno messo in campo il loro tempo e le loro finanze e ai quali attribuisco il successo del progetto: Rok Blagus, Alenka Klemencic, Blaz Grapar , Luka Kronegger, Boris Lorencic, Gasper Rak, Tina DiBatista, Miha Lampreht, Matevz Kramer, Tadej Debevec, Vesna Niksic, Miha Macek, Blaz Stres, Klimen Gricar and Tomaz Jakofcic. Gregor Sluga m’informava ogni giorno sulle previsioni del tempo.
Ma la sfida di salire le 82 cime in 82 giorni tutti d’inverno rimane ancora.


giovedì 19 gennaio 2017

NORD DEL PELMO IN INVERNO. UNA STORIA SOLO PER CONDOTTIERI



http://www.summitpost.org/monte-pelmo-group/151266

1983 - 2015. Mi sono fermato tante volte ad osservarla la parete Nord del Pelmo. Una di quelle volte... Fermo la macchina, scendo, devo scendere, qualcosa mi obbliga ad uscire fuori nel freddo dell’inverno, dal caldo dell’abitacolo posso solo immaginare ma non capire. Davanti qualcosa di meravigliosamente immenso, tetro e gelido, una parete storica fotogenica e bianca, bianchissima!
Nella storia dell’alpinismo invernale, la Nord è di Renato Casarotto in solitudine sulla Simon-Rossi, cinque gelidi giorni e un’immagine che lo ritrae con un enorme zaino alla base delle parete poco prima di partire... Nella storia dell’alpinismo invernale c’è una salita fantastica bella e genuina, una salita che il tempo ricorda a mala pena, nessuna immagine divenuta famosa, pochi scritti e pochissime parole. Una salita da considerare come una delle più grandiose ripetizioni nella stagione meno favorevole. Tre uomini, tre alpinisti preparati, un “condottiero” vero, l’unico italiano ad avere salito la parete sud dell’Annapurna: Soro Dorotei! (ndr: prima ripetizione, con Benoît Chamoux, della via Bonington).
Sono fermo appoggiato alla macchina, le mani in tasca e la testa riparata da un pesante cappello di lana, sono fermo al lato della strada... non riesco nemmeno ad avere voglia di scattare qualche foto, l’occhio è rapito ed io l’ho seguito nei sogni. Mi piacerebbe parlare con Soro di quella invernale, l’ho desiderato un sacco di volte, ma non sono un uomo coraggioso e rimango nascosto dalla mia timidezza, mi piacerebbe sentire le sue parole.

L’alpinismo invernale cambia con gli inverni, cambia con i versanti, con l’attrezzatura, l’alpinismo d’inverno sulla Nord del Pelmo, non è più cambiato, si è fermato in quei giorni gelidi e corti di tanti anni fa, dove un “condottiero” condusse fino in cima i suoi compagni.


Alessandro Masucci così descrive quella meravigliosa salita per 'Le Dolomiti Bellunesi':
“... Credo che soltanto i giornali locali ne abbiano dato allora qualche sobria notizia. A distanza di un quarto di secolo questo loro “exploit” forse merita di essere riconsiderato, se non altro perché i venti gradi sottozero sulla Nord del Pelmo d’inverno, non sono meno rigidi di quelli che si misurano sulla Nord del Cervino, o dell’Eiger o delle Jorasses. Si gettarono in quell’avventura prima Soro e Renato (Panciera ndr) da soli, risalendo e attrezzando il primo tratto di parete, fin quasi alla cengia Steger. Giuliano (De Marchi ndr) si aggregò in un secondo tempo. La parte bassa era tutta incrostata di neve umida, ghiacciata, cosicché il capo cordata Soro dovette risalire con i ramponi ai piedi. Benché i pesi fossero meglio distribuiti nella cordata di tre persone, impiegarono altri due giorni (26 e 27 gennaio) per trasferirsi con tutto il bagaglio all’estremità sinistra della cengia Steger. Qui bivaccarono per la terza volta, avendo trascorso le prime due notti in una caverna alla base della parete. Il giorno 28 fu speso per il tratto mediano della via, cioè altri 300 metri fino alla cengia alta, alla base del rosso camino bloccato. Dopo un quarto bivacco sulla cengia, il giorno 29 Soro condusse in vetta la cordata senza tentennamenti e a mani nude, perché, mi ha detto, “su quella difficoltà non si può arrampicare con i guanti”. Sull’ultimo molto ripido terzo di parete, stranamente le condizioni si presentarono diverse, avendo il vento dei 3000 metri spazzato dalla roccia la neve farinosa. Soro poté cosi togliersi i ramponi che aveva tenuto fino a quel momento. Dalla vetta scesero in fretta per il Vallon, ed evitarono in fine di percorrere la cengia di Ball, troppo lunga, calandosi dall’inizio di questa per la sottostante parete a corde doppie. Arrivarono cosi alla base del Pelmo prima che annottasse per la quinta volta."

Risalgo in macchina, il riscaldamento è al massimo, le catene sulle gomme mi danno sicurezza, parto verso casa, ho visto una parete unica, solo per “guerrieri” veri, solo per “condottieri”.


Grazie a Soro, Renato e Giuliano, io mi fermo spesso a guardare la parete d’inverno, la vostra invernale io la porto nel cuore.

domenica 15 gennaio 2017

CORONA IMPERIALE


http://www.andregeorges.ch/



L’alpinista è da sempre il più fantasioso sognatore, deve esserlo, altrimenti il gioco diventerebbe calmo e senza scopo. L’alpinista si alimenta con i sogni... A volte qualcosa si trasforma in realtà, ma niente in confronto a quello che il “sogno” ci vorrebbe far fare.
Penso che una delle massime espressioni dell’andare in Montagna, sia rimanerci il più possibile, cercando di cogliere tutti gli attimi del giorno, dei giorni, della notte, delle notti.

Concatenare ne è l’espressione!
Un tiro, due tiri, cento tiri, un'ora, due ore, cento ore... Vivere a pieno dall’alba al tramonto cercando quel limite che cerchiamo da sempre. I polmoni che scoppiano, le braccia che fanno male, senza pensieri esterni se non il pensiero interno, quello di essere lì a cento, mille all’ora!
Nella storia tra l’uomo e la Montagna, i concatenamenti esistono da sempre, lunghi e corti, su roccia e neve, lungo creste e spigoli... Come non ricordare il forte alpinista belga Claudio Barbier e la sua “giornata” sulle Cime di Lavaredo nei primi anni sessanta, o l’inventore dei concatenamenti moderni, Nicolas Jaeger, che nel 1975 salì in successione il Grand Pilier d’Angle ed il Pilone Centrale del Freney.
E poi Boivin, Profit, Berhault, Cominetti, Dumarest e Borgnet... tanti e molti altri nomi entrati nella “storia” con concatenamenti più o meno lunghi, tutti bellissimi e frutto di preparazione e idee meravigliose.

1986, Inverno, molta neve e tempo instabile, freddo, un’idea nata in tante teste si tramuta in realtà: due dei più forti alpinisti del momento, gli svizzeri André Georges ed
Erhard Loretan, riescono in diciannove giorni di sforzi a concatenare trentotto cime del Vallese, di cui trenta oltre i 4000 metri!

Diciannove giorni invernali senza mai scendere sotto i 3000 metri. Nel suo avvincente libro “Gli 8000 ruggenti” Loretan descrive con semplicità quelle giornate: tanta fatica ma tantissima Amicizia... A volte cerco d’immaginare quelle giornate, ma la mia immaginazione si ferma sempre ad un punto di domanda, non riesco ad andare oltre, troppo freddo, troppo faticoso, troppo impegnativo! Sfoglio i trafiletti di giornale ritagliati all’epoca della salita, meglio dire delle salite, visto che una cavalcata di quel genere era salire, scendere e risalire su cime difficili singolarmente... e in inverno!

Credo che la loro “galoppata” abbia alzato l’asticella dei sogni di tanti, molti alpinisti. Credo che tutti abbiano il loro concatenamento personale nella testa, in solitaria o in compagnia. Credo e auguro a tutti di portarlo a termine nel migliore dei modi, come fecero due grandi alpinisti, due formidabili Amici.

Buona Montagna... credo!


Loretan a sx e Georges a dx

venerdì 13 gennaio 2017

I SOLDI TE LI "PRESTO" IO


"Ma Papi, costano tanto gli spit?"

"Sì, abbastanza ...perché mi fai questa domanda?"

"A me e a Marinella piacerebbe trovare una via dove poter mettere un sasso colorato alla base con il nome, come ha fatto il Delfix in Disco..."

" Una bella idea ragazzi, andiamo a fare un giretto e cerchiamo qualcosa dove poter chiodare un paio di tiretti ... però poi dovete essere voi a salirli quando sono pronti!"


"Questa placchetta in disuso vi piace?"

"Sai Papi, l'ho vista anche l'altro giorno quando con la Mamma siamo andati alle placchette, sì, sì! questa va benissimo, ma dici che si può pulire e chiodare?"


"Penso di sì"

"Ok Papi, ma i soldi per comprare gli spit te li do io, ho messo via le mance di Natale"

"Vai tranquillo Dario, questa volta offro io 😉 "



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Ci sono una quantità indefinita di sassi caduti nel dimenticatoio, sassi facili che un tempo erano usati per imparare, sassi "disposti" ad essere puliti, sassi disposti ad insegnare.
Inizio subito nel tempo libero a tagliare rovi e ripulire dalla terra accumulatasi negli anni. Piante secche cadono sotto la lama della motosega, Giama mi aiuta nella pulizia...la base è importante, una base pulita e comoda è metà dell'opera ...o anche più!
Salgo e scendo diverse volte dalla piccola struttura per "capire" dove posizionare al meglio le protezioni, mi trasformo in un bambino di dieci anni, niente rischi, solo divertimento. Il trapano di Alberto lavora a pieno regime, venti fix e quattro viette sono il risultato ... due comode soste con catena, e il desiderio dei mie figli è realtà!


Per trovare i sassi  su cui scrivere il nome delle vie andiamo al Lago, l'acqua leviga tutto.
Il Pilastrino ora chiodato ovviamente e sicuramente sarà già stato salito in passato, ma tra l'oggi e il passato su quella piccola placca c'è in mezzo tanto tempo. Ho trovato due cordini intorno ad una pianta, ma sulle vecchie guide non ho trovato niente ... e mi sono, ci siamo permessi di darle un Nome sperando che altri Bambini possano giocare come noi.
Dimenticavo, i quattro monotiri sono all'estrema sinistra delle Placchette del San Martino di Sinistra, dove la gente di solito va (andava) a ....!
Ovviamente  ora grazie al decespugliatore e alla pulizia, quel bellissimo atto intimo non è più possibile ...almeno spero!👊.
Ora attendiamo che un poco di Pioggia possa ripulire dalla polvere a dal terriccio smosso ...e tutto diventerà ancora più bello.
Le difficoltà non esistono, il grado non serve per imparare ...
Buon divertimento!



PS: I sassi con i nomi le "incolleremo" a breve.😏
Un Grazie al Cai Lecco per avermi messo a disposizione il decespugliatore.