lunedì 27 febbraio 2017

IL CARNEVALE IMPAZZA!


" ...Viene Febbraio, e il mondo è a capo chino, ma nei convitti e in piazza
lascia i dolori e vesti da Arlecchino, il carnevale impazza, il carnevale impazza...
L'inverno è lungo ancora, ma nel cuore appare la speranza
nei primi giorni di malato sole la primavera danza, la primavera danza..."
da: Canzone dei dodici mesi    Francesco Guccini


Il Carnevale è la "scusa" per ritornare alle origini, ritornare a casa mia, nella mia Citta ...dove sono nato e dove è il mio cuore. I carri, i coriandoli, le stelle filanti e quelle strane bombolette spara schifezze ... il caos, lo zucchero filato, la festa del Miracolo, i bambini colorati, mamme invecchiate e papà sballottati. Dario che accompagna la nonna a trovare il "suo" Dario. Il Carnevale sono giornate dove unisco il travestimento con la verticalità ... dove mi soffermo a guardare il vecchio che una volta per noi ragazzacci era "la vita", la "normalità", spiego ai miei bimbi come e cosa era, come e cosa è.... il Carnevale è una giornata con Federica soli sulla roccia....

sabato 25 febbraio 2017

FUOCO VERO



" Il fuoco dell'anima è quella spinta interiore che permette a ognuno di seguire la strada, anche difficile e faticosa, che porta alla realizzazione di un sogno. L'importante è tenere questo fuoco sempre acceso"

Si Andrea, penso che tu abbia ragione, il fuoco va tenuto sempre acceso, un fuoco che ti fa iniziare da ragazzino e con alti e bassi scalda sempre ... Negli anni ho conosciuto tanta gente, ho visto fiamme alte spegnersi in poco tempo, fiamme "pazze" e "incontrollabili" che hanno raso al suolo tutto, bruciando tappe e scavalcando montagne .. e, fiamme "quasi" eterne, quelle vere, quelle che arrivano in alto e sono capaci di scendere in basso, senza avere timore e ansia di non scaldare come un tempo ... i fuochi più belli, più veri.
Aspettavo da tempo questo tuo libro ... immaginavo la copertina, la immaginavo come è!
grazie ...
ivo

"...Ed eccomi sotto la verticale dell'attacco della <<Zarathustra>>.
C'era ancora un residuo d'ombra. Me la presi comoda e aspettai il sole. Con quegli appigli e buchetti piccoli, era saggio avere le mani calde per sfruttare al massimo la sensibilità. Cominciò ad arrivare gente, escursionisti e arrampicatori che si accingevano ad attaccare le vie della parete. Non me ne curai..."
[...]
"Sapevo con certezza assoluta che la riuscita della salita sarebbe dipesa dalle scelte di quel preciso momento"
[...]
"Arrivai in uno stato di totale simbiosi con ciò che mi circondava"

Da IL FUOCO DELL'ANIMA  Andrea Di Bari con Luisa Mandrino
edizione CORBACCIO

http://www.andreadibari.it/

mercoledì 22 febbraio 2017

LA GRANDE CAVALCATA


 ...Non mi riesce di dimenticare ...

                                              LA GRANDE CAVALCATA
C'era una volta l'Himalaya e qualcuno pensò di portarvi la mentalità alpinistica del vecchio continente. Cominciarono così a salire quelle montagne nel cosiddetto stile alpino. A qualcun altro oggi è venuto in mente di fare proprio il contrario, cioè trasferire l'impegno, le difficoltà e soprattutto la durata di una salita himalayana sulle Alpi. Detto e fatto: Erhard Loretan e André Georges hanno prenotato tre settimane bianche consecutive, dal 14 febbraio al 4 marzo, alla "Corona Imperiale" di Zermatt. In settimana bianca, si sa, la più grande incognita restano le condizioni metereologiche: se fa brutto è proprio un grosso fastidio, bisogna essere fortunati nella scelta del periodo. Erhard e André non lo sono stati molto, per la verità: per ben undici giorni hanno avuto condizioni di tempo brutto per non dire pessimo, bilanciati da sole sette giornate di vero bel tempo.
La "Corona Imperiale" è la cerchia di montagne che contorna Zermatt. Molti problemi si ponevano per la realizzazione di un progetto di questo tipo, primo fra tutti quello del rifornimento di viveri, non essendo nelle intenzioni dei due scendere sotto i 3000 m di quota per tutta la durata dell'impresa. Ci hanno allora pensato gli sponsor, in particolare l'Air Zermatt, che per otto volte si è fatta carico di trasportare il necessario ai due nei punti prefissati. Si trattava poi di valutare la reazione psico-fisica allo sforzo prolungato nel tempo, in condizioni sfavorevoli e severe come quelle invernali: 10-20 ore giornaliere di fatica non sono cosa da poco. André, dal canto suo, ci aveva già provato due volte, in anni precedenti, trovando prima nel maltempo un ostacolo insuperabile, poi rischiando la vita, travolto con un compagno da una slavina.
L'itinerario è semplicissimo: seguire per intero le creste che vanno da Grachen a Zinal, superando in successione 38 cime, 30 delle quali al di sopra dei 4000 metri, tra cui quelle del Mischabels e del Monte Rosa, il Cervino e la Dent Blanche; in pratica tutte le cime più alte della Svizzera.
Come si diceva, l'ostacolo maggiore è stato il maltempo, cosa per altro prevista. Per dieci giorni ha nevicato abbondantemente, spesso con violente tempeste, tanto da costringere i due a restare per tre volte bloccati un'intera giornata in tre diversi bivacchi, almeno per far asciugare i vestiti! Oltre ad utilizzare le strutture fisse esistenti sul loro percorso, i due hanno affrontato sette bivacchi all'aperto!
Il 4 marzo l'avventura si è conclusa a Zinal. Racconta Loretan: <<Non abbiamo mai pensato neanche per un momento di abbandonare l'impresa; il nostro stato di forma migliorava di giorno in giorno: non c'era proprio motivo di ritirarsi. D'altra parte, il quotidiano "La Suisse", che era tra gli sponsor, usciva con titoli come "Quattromila, di fila", oppure "A tutta birra!" o ancora: "Fantastica Cavalcata". Con che faccia avremmo potuto presentarci in valle? ... Anche noi, però, che dall'alto delle nostre vette abbiamo visto l'affannarsi degli uomini, tuttavia siamo infine, scesi, per riprendere questa vita da formiche ...!>>

Da Alp n15 luglio 1986



lunedì 20 febbraio 2017

LIVANOS D'INVERNO


IL CONTO CON IL GRECO   di Ermanno Salvaterra

Che lavoro il maestro di sci! Programmare un'ascensione invernale e fissare la data di partenza 20 giorni prima, non preoccupandosi delle previsioni metereologiche, ma solamente della settimana in cui hai meno lavoro.
13 gennaio 1986, ci risiamo: ha inizio un'altra "passeggiata". Il tempo è bello anche se purtroppo c'è il nostro "amigo viento" e così, sempre più spesso, ci fermiamo ad attendere che termini la cascata di neve che ci viene addosso. Intanto Icio sale veloce e deciso con i ramponi su quei "terzi gradi" e...se va avanti di questo passo lo lasciamo tirare fino alla fine!
14 gennaio: siamo alle solite. Per tirar fuori quei due dai sacchi a pelo devo sempre urlare. <<Sì, lo so che è presto. Ma qui non siamo mica al Torre dove fa chiaro alle 9.30... tra un'ora dobbiamo ripartire>>.
Se non ci fosse la neve spinta dal vento che mi punge la faccia e le mani, quasi mi divertirei a salire lungo le prime lunghezze difficili della fascia centrale. Ogni passo ripenso allo scorso anno ... non avevamo le scarpette invernali e poi forse con quei -20, -30 non avremmo nemmeno potuto usarle. Prosegue Andrea e rivedo nella mia mente le sue dita congelate dopo quella rinuncia. Intanto è già buio e non siamo ancora alla seconda cengia, così, per il bivacco comodo, dobbiamo rimandare a domani sulla stessa rete.
15 gennaio. Magnifico! Non c'è un filo di ghiaccio nei colatoi d'uscita però la neve che ricopre le facili rocce che portano alla vetta ci obbliga ancora, ramponi ai piedi, a fare tiri di corda. Anche circa 7 mesi fa stava tramontando il sole quando giungevamo in cima a quella montagna a 15.000 chilometri da qui! Però lassù non c'era un bivacco Castiglioni ad aspettarci, e nemmeno questa succulenta cenetta.
16 gennaio, 19 ... ma senza un filo d'aria sembra persino caldo.
<<Dai, dai, che questo chiodo tiene!>>.
<<Però non saltiamoci sopra troppo>>.
<<Se alla prossima doppia non metti due chiodi...>>.
<<E dove vado a prenderli?>>
Intanto siamo già con gli sci ai piedi lungo la Val Brenta. Il conto col Greco è chiuso.

Sulla cima  ...Andrea Sarchi
(Prima salita invernale della via Livanos al Crozzon di Brenta : Maurizio Giarolli, Ermanno Salvaterra, Andrea Sarchi, gennaio 1986).



domenica 19 febbraio 2017

LA SVEGLIA LA COMANDI TU!


"Oggi hai arrampicato con i tuoi vecchi Amici, domani andiamo in Segantini, ho voglia di pestare neve a Nord?"

"Va bene, nessun problema, ad una Sega non si dice mai di no!"

Durante la notte il serpente del film "Dal tramonto all'alba" viene a farmi visita, con Salma Hayek inclusa ... la mattina la sveglia suona e, non mi trova impreparato, prima che Federica se ne accorga, la metto a tacere (la sveglia).
Il tempo passa come giusto che sia, troppo tardi per andare in Grignetta, il sole è già alto e io devo fare la colazione lentamente, i biscotti vanno gustati piano, devono assorbire per bene il bianco latte!
Oggi si potrebbe andare a fare una breve via in Antimedale ...
Frecce Perdute è una linea logica, mai banale e tutta da scalare, difficilmente negli ultimi anni si deve aspettare il proprio turno alla base. Tre lunghezze diritte con un ultima placca dove la scelta non manca in fatto di bellezza, originale e variante sono entrambe superbe ... io ho un debole per la variante!
Scendiamo velocemente e prima che venga smaltito totalmente il mio chilo di biscotti, sono seduto nuovamente davanti ad un piatto di polenta e coniglio!
Non sono vegetariano ne vegano, non me ne vogliate!😏

IL SOGNO DI QUESTA NOTTE








FRECCE PERDUTE: Dal sito degli Amici Balossi http://www.sassbaloss.com/pagine/uscite/antimedale4/antimedale4.htm

PS: la prima lunghezza di Frecce sarebbe da "pulire" un po', la vegetazione incomincia a disturbare l'arrampicata ...magari se c'è qualcuno disposto ad aiutarmi, una mezza giornatina appesi e tutto ritornerebbe ancor più bello ... fatevi avanti!

venerdì 17 febbraio 2017

XAVER


IL GRANDE VIAGGIO  di Xaver Bongard

Do per scontato che la storia della Via senza ritorno alla Grande Torre di Trango sia perfettamente nota. Dalla prima ascensione del 1984 di due norvegesi (Doseth e Dealhi), che morirono sulla via del ritorno, quest'itinerario è diventato uno dei miti "irraggiungibili" per gli amanti delle grandi pareti, a testimonianza del quale ci sono però fino a questo momento solo due ripetizioni di un gruppo giapponese (1990) e di uno spagnolo (1991).
Da parte nostra, pensavamo che fosse giunto il momento di scrivere un altro capitolo della storia delle grandi pareti, aprendo un itinerario nuovo sul versante est della montagna. La nostra équipe internazionale, formata dagli americani Ace Kvale -nostro fotografo-, e John Middendorf, e dagli svizzeri Ueli Buhler, Francois Studenmann e l'autore di queste righe, raggiunse con 45 portatori il campo base del ghiacciaio Dangue. A differenza della vicina Torre Senza Nome, sulla Grande Torre si scorgevano solo poche chiare fessure. Per di più, i pericoli oggettivi ci lasciavano ben poco spazio di manovra: pareva che l'unica via nuova possibile dovesse cominciare sulla parete est. La scelta dell'itinerario fu principalmente compito di John, in virtù della sua esperienza sulle grandi pareti statunitensi.
Seguimmo la parte inferiore sinistra della parete del pilastro dei norvegesi, minacciato da un seracco, attraverso l'Alì Baba's Couloir, sovente spazzato dalle valanghe. In realtà non aspiravamo particolarmente a risalire il colatoio, ma i pericoli oggettivi ci costrinsero a muoverci verso una fenditura distaccata, il Canapè, dove trovammo una posizione sicura al di sotto di un tetto. Da qui, John e io fissammo sei lunghezze di corda, 250 metri in tutto. Dopo l'avvio, nel quale era stata predominante l'arrampicata libera, la via si stava facendo molto più artificiale.
A partire da questo momento il nostro spirito di gruppo si incrinò per via delle forme diverse in cui ciascuno si era immaginato l'ascensione. Per Ueli e Francois l'ascensione risultava troppo artificiale e decisero di tentare in libera una via già aperta sulla Torre Senza Nome. Invece John e io, dopo un altro periodo di maltempo, ripartimmo il 13 luglio. Portammo il nostro carico di 120 kg fino al campo 1, situato alla quinta lunghezza. Il bagaglio era composto di 50 kg di provviste per 25 giorni, 40 litri d'acqua, 20 cartucce di gas, 3 litri di benzina per il fornellino e le tende da parete per bivaccare. A tutto ciò sì sommava ovviamente il materiale sufficiente per equipaggiare una parete di dimensioni medie, e 300 metri di corda.
Installammo il campo 2 all'inizio di Golum's Gully. Quando stava calando l'oscurità facemmo un primo tentativo di salire il canale, che fallì a causa di un crollo di una cornice di neve. Ne uscii con un occhio ed un braccio lividi. In tre notti, le cinque lunghezze ci condussero fino a Snowledge, raggiunta la quale si aprì la cortina di ferro. Finalmente la Torre Senza Nome era in vista. Era piacevole essere arrivati alla metà. Seguendo la stessa linea diretta giungemmo ai piedi della parete sommitale. Il bivacco successivo era posto su uno spigolo di neve di 200 metri di lunghezza: vi scavammo una trincea con la pala, l'unico bivacco non sospeso. L'inizio della parete era tanto liscio e levigato che anche l'uso di rurp, copperhead e Cliff fu inutile. Fummo dunque costretti a salire dal pilastro dei norvegesi per quattro tiri di corda. Mi spostai verso destra, oltre un tiro fantastico di 6b, per percorrere il tratto che risultò più difficile tecnicamente: si poteva sfiorare l'A5.
Quel giorno John cominciò a soffrire di crampi allo stomaco e dovette ridiscendere verso Snowledge.
Attrezzai così, in solitaria, uno splendido tiro in artificiale. Il 21 luglio John, che voleva riparare alla sua precedente inefficienza, fece da primo i vari tiri ed issò al contempo i sacconi verso l'alto, un'impresa da vero maestro. Partendo dal 19° tiro si poteva continuare in libera, tuttavia, per semplicità e per risparmiare tempo, utilizzammo le staffe.
Il più delle volte ci trovavamo sul versante nord; in ogni caso giungendo allo spigolo del pilastro potevamo sfruttare i raggi del sole per un breve lasso di tempo all'alba e nel tardo pomeriggio. Le fessure si fecero sempre più grandi e non ci restò altra alternativa che proseguire scalando in libera. Dovemmo anche operare con protezioni limitate, visto che avevamo lasciato i friend più grandi ai nostri compagni. La lunghezza 23 era sopra di me. Per poter fare assicurazione mi ero schiacciato dentro al camino come mai prima in vita mia. John, la cui corporatura è un po' più muscolosa della mia, non aveva nessuna possibilità di fare altrettanto. Mi stavo riposando dallo sforzo quando lo sentii gridare mentre guardava la sua mano insanguinata:" Merda, mi sono distrutto un dito". Mi aspettavo il peggio, ma esaminando più da vicino, vedemmo che era solo un piccolo graffio.
Il succedersi di camini e maltempo ci diede molto da fare. Le giornate cominciavano bene la maggior parte delle volte, però al sopraggiungere del mezzogiorno iniziava a piovere o a nevicare. Una volta cominciò a nevicare fortissimo sul campo 5 e dovetti passare tutta la notte a liberare la tenda-amaca dalla neve che si stava posando. John, immerso in un sonno molto profondo, non si accorse di nulla. In tre giorni avanzammo solo di un tiro e mezzo. Il 26 luglio ci svegliammo con la luce del sole e sopra di noi si stagliò la parete sommitale strapiombante, che era attraversata da varie fessure di un metro di ampiezza, prodotte dall'erosione e orribilmente lisce. Dopo Wormholes, un tiro corto e semplice: il pilastro era vinto. Ci sentimmo crescere la speranza. Scendemmo fino al nostro bivacco e aspettammo il giorno seguente. Proprio quando ci stavamo preparando per la scalata del misto sommitale sentimmo alcune grida che provenivano dalla Torre Senza Nome. Non erano le solite grida di saluto dei nostri compagni. La radio emetteva imprecazioni e lamenti contemporaneamente: "Merda, mi sono rotto la gamba". La situazione era drammatica ma non impossibile. Dopo aver parlato con Ace, il nostro riferimento radio a fondo valle, giungemmo alla conclusione che ci sarebbero voluti alcuni giorni per la discesa. Le due ore di cui avevamo bisogno per raggiungere la cima est non avrebbero cambiato molto le cose. Ace raggiunse a tutta velocità Payu, il punto di appoggio militare più vicino, per organizzare l'avvicinamento di un elicottero. In Pakistan gli elicotteri operano solo fino al campo base, comunque in soli due giorni i nostri amici riuscirono a ridiscendervi per di più con l'unico aiuto delle proprie forze. Scosso dall'incidente, scolpii nella neve e nel gelo il cammino verso la cima, pieno di sentimenti contraddittori.
Giorno sedicesimo, poco prima del tramonto, 6231 metri, cima est della Grande Torre di Trango. Un sogno che si è fatto realtà. John mi era accanto, emozionato. Ci abbracciammo. "Good job, fucker!".
Registrammo sulle nostre retine il panorama dalla cima. In mezz'ora il sole sarebbe calato, non restava nulla di meglio che mettersi in marcia. Un'ora dopo l'oscurità eravamo sul balcone sopra l'abisso, e due ore più tardi al riparo della nostra tenda. Il giorno seguente lanciammo nel vuoto il materiale più robusto. Il contenitore dell'acqua esplose dopo pochi metri.
Come dire che il mio progetto di discesa in parapendio non avrebbe avuto molte chance di riuscita ... 44 doppie più tardi eravamo in salvo.

PS: Il 15 aprile del 1994 Xavier è morto durante un base-jamp in Svizzera.
Bongard inizia giovanissimo ad arrampicare e nel 1986 raggiunge la cima del Mc Kinley per la via Cassin. Di ritorno dall'Alaska inizia la sua avventura nella Valle di Yosemite dove con Roman Vogler sale quattro vie: West Face, Salathé, Moratorium e Nose. Poi la sua attività si allarga alle solitarie, Super Couloir al Tacul e Jakson alla Nord delle Droites nel gruppo del Monte Bianco. Nella primavera del 1987 è all'Isola di Baffin, poi ancora in Yosemite dove sale la via Tecnos e Iron Hawk A4+.
Sempre da solo ripete poi Lost in America, Sea of dreams e Jolly Rogers ...tutte di A5.
In inverno con un compagno ripete la famigerata parete Nord dell'Eiger.

lunedì 13 febbraio 2017

L'ALTRA REALTA'


REALTA' SEPARATE  di Wolfgang Gullich

Ottobre 1986: solo pochi movimenti di arrampicata per arrivare all'appiglio dove inizia il tetto e poi " scaricare" in orizzontale; questi appigli costituiscono le posizioni chiave della sicurezza. Li mi sono sentito perso, immerso in altre realtà.
Ora non c'è più la paura che paralizza, che è come un'oppressione che ti circonda. Ho raccolto tutte le informazioni sulla via, conosco esattamente ogni movimento dettagliato e l'impegno che mi occorrerà. Oltre a tutto ciò c'è la dimensione psichica, che non è assolutamente da sottovalutare e deve essere adattata al passaggio da affrontare. Il Merced River dipinge bene questa situazione: lassù tutto diventa piccolo, alcune centinaia di metri più in basso. Lo so, devo affrontarla senza alcun compromesso: ho scelto questa via come una meta e intendo superarla nel modo più pulito, senza mezze misure.
Solo movimenti perfetti, non è ammesso nessuno sbaglio.
Le mani avvitate nella fessura del panico: questi tristi pensieri bloccano i riflessi e la flessibilità, sono senz'altro nocivi. Sono un duro fardello e una grossa responsabilità da portare con tranquillità, E ciò è possibile solo con grande concentrazione.
Questo tetto orizzontale di sei metri, Separate Reality, è diventato per me un simbolo dell'arrampicata. La scalata solitaria non è soltanto una prestazione sportiva, ma unisce la mente e l'animo in un concetto ideale. La mano agile e dinamica fa presa su un appiglio e i piedi penzolano nel vuoto; movimenti rapidi e precisi per superare il tetto e riuscire ad ancorarsi con le mani riunite insieme.
Tutto ciò è stato per noi sin dall'inizio inimmaginabile. Per questo, durante la preparazione, mi sono posto teoricamente nelle condizioni di sicurezza, ho programmato e automatizzato ogni movimento, senza trascurare alcun dettaglio. Sono tranquillo, un ultimo controllo prima della partenza e mi stacco.
La roccia fa una fredda accoglienza, le mani devono aderire perfettamente e non devono sudare. I nervi sono saldi, la concentrazione è totale. Inizio subito bene, trovo subito fessure adatte per inserire le mie dita, raggiungo una stabile posizione per arrampicare. Punto tutte le mie forze sulla concentrazione, ogni movimento, ogni metro è calcolato. Salendo mi trovo appeso nel vuoto, senza spinta, ma non mi arrendo e vado avanti.
Arrivo in cima e sono seduto sotto il caldo sole: "l'altra realtà" appartiene ormai al passato, e il pensiero della morte mi insegna che la vita è un tesoro da apprezzare.

PS: Lui e il tetto, Lui e quei pantaloncini leopardati, le prime foto mi lasciarono sbigottito, qualcosa di grandioso, un personaggio Unico, un innovatore ...probabilmente il più leggendario arrampicatore di quel millennio occupano da grandi interpreti della verticale ... e non solo!

giovedì 9 febbraio 2017

DOPPIA PERSONALITA'


PENSIERO CONFUSO di UNA MENTE  per niente CONFUSA ..
Roccia, tanti anni, tantissime vie, roccia che ti chiama, che ami in modo forte , roccia che ti piace salire, storia che ti piace conoscere ... programmi, allenamenti, idee e sogni . Roccia calda e roccia fredda, salite riuscite e salite fallite ... io Amo la roccia, la Amo di bestia!
Quarantotto anni e quel sentire una strana voglia, che stranamente non è solo roccia pura, verglassata o pulita, è la voglia di provare ad alzarmi un po', percorrere con il giusto allenamento qualche bella cresta sopra quella fantastica quota che è il 4000! Classiche, normali, traversate e pendii ... chissà! Senza inventarsi niente, salire e scendere, fotografare e riguardare ...stancarsi.
Un giorno a 6300metri ho guardato le montagne Grandi, io ero sul filo di una cornice, il mio compagno una decina di metri sotto ...io ero  .......
Roccia, come mi piace, ho già in testa le linee per questa estate, linee classiche e dimenticare, in amicizia e col gri-gri ... roccia e chissà che non mi riesca anche la soddisfazione di soddisfare quella strana voglia che è girata e rigirata nella testa da parecchio tempo e che ora, senza che la roccia si arrabbi devo, voglio soddisfare!
Se c'è qualche innamorato dei 4000 che vuole "tirarmi" addietro, prometto, farò il bravo e mi impegnerò con criterio e coscienza ...
Non posso scrivere il mio cellulare qui, ma voi se volete scrivete qui ...
La roccia però è la cosa più bella.


FIGLIO DEL CUORE


Uno degli scritti più favolosi di Reinhard Karl,  due libri fantastici che raccontano un "Personaggio" importante nel mondo dell'alpinismo e della passione per la Montagna.






di Reinhard Karl

SON OF HEART     

... I pensieri nel cervello incominciano a lavorare come un formicaio e a consumarti. Perché tu non vuoi salire per quella parete? Ma perché lo fai allora? Non sei obbligato a farlo, veramente volevi sposarti adesso, proprio adesso. Eva è a Heidelberg. Non avresti più tempo da perdere. Che razza di vita è quella di girovagare da soli nelle rocce, nelle pareti, nelle montagne? E' terribile essere da soli. Le montagne possono darti l'amore? Tu fuggi nella solitudine delle montagne solo perché non riesci a sopportare la tua solitudine in mezzo alla gente. Tu hai bisogno di una donna, ora lo so. Tu ami Eva e adesso ti vuoi sposare. Domani scendi in doppia, e dopodomani sbarchi a Francoforte. E mandi un telegramma che stai arrivando. Pian piano stai diventando duro come il granito su cui arrampichi sempre. Le tue emozioni si pietrificano. Cos'è El Cap paragonato con una donna? Ti ricordi ancora com'è, passare una notte con una donna? Reinhard, stai diventando vecchio, hai bisogno di una donna - Eva. Hai trascorso abbastanza notti sul ghiaccio e sulle pietre. Tu sai che ami Eva, lascia perdere queste montagne morte, cosa vuoi che ti diano! Immagina, tu giaci adesso vicino a Eva, nelle sue braccia e lei ti bacia. Non sei più un ragazzino. Tua madre non può più darti amore. Adesso hai bisogno di una tua donna - Eva.
Che razza di libertà è quella che ti lascia andare sempre in montagna? Da solo in montagna, diventi un solitario, forse anche un introverso, un eccentrico, una figura tragica. Quando sarai sposato potrai sempre ancora andare in montagna. E adesso hai una donna che ti ama, che puoi amare, e tu idiota stai qui a martellare le pietre. La libertà totale non è la libertà più grande. Rinuncia a qualcosa, e riceverai di più. Spiega domani agli altri che non puoi più arrampicare, scendi in doppia. Racconta che hai avuto presentimenti di morte, o mal di pancia, o semplicemente che non vuoi. Non sei poi obbligato!
Se gli altri vogliono continuare, possono farlo anche in due. Io voglio scendere domani e sposare Eva. Cosa me ne faccio del Cap quando voglio l'amore?
Domani scendo.
E' strano, tu lotti sulla montagna, condividi tutto con il partner, la paura, lo sfinimento, parli molto, però in fondo non sai nulla dell'altro, proprio nulla. Sai che arrampica bene e come si comporta quando è in difficoltà o quando vola. Qui siedono due figure accanto a me con cui arrampicherò domani. Non sai nient'altro di loro, come loro non sanno niente di te. In questo momento ambedue mi sono estranei come robot.
Il mattino successivo arriva puntuale come le ferrovie tedesche. Tutti e tre siamo seduti nei sacchi a piumini e mastichiamo svogliati la nostra colazione.. Allora Reinhard, adesso spiega loro che tu non ce la fai. Aspetto ancora di aver finito la colazione. Richard e Sonny si preparano.
(...) Sono stato un asino a non dirlo già prima di colazione, adesso sarei già giù.
<< Ecco, ascoltate, devo dirvi qualcosa >>vorrebbe pronunciare la mia bocca, ma non esce una sola parola << Ecco, qui c'è la corda di recupero, hai le tue Jumar? Su, da bravo >>.
Automaticamente aggancio le Jumar e salgo. Che merda, sono il più grande degli idioti. Sto salendo El Cap quando invece mi voglio sposare. Prima sosta su staffe con tre chiodi, tutti collegati ma poco buoni. Tiro il sacco come un dannato. Dio mio, che lavoraccio, quando invece mi voglio sposare! Richard segue lungo la corda. << Richard, per favore, aiutami, questo sacco pesa tonnellate, da solo non ce la farò mai >>.
Richard è in piedi sulle fettucce delle Jumar e tiriamo con tutto il peso del nostro corpo. Improvvisamente -peng- rumore di ferri - e voliamo, sono usciti i chiodi della sosta. Adeso non hai più bisogno di sposarti, adesso Eva sposa un altro - frazioni di pensiero in millesimi di secondo. Non basta per formulare parole. E' da meravigliarsi quanto veloci precipitiamo verso l'abisso. Di colpo - zac - tintinnio di ferraglia - e picchiamo duramente contro la roccia. Siamo sempre ancora appesi alla corda, Richard sotto di me nelle sue Jumar, in qualche moschettone. Non riusciamo asd articolare nessun suono. Allora è così in fretta che si può morire. Vedo la faccia terribilmente contratta dio Richard, pallidissima, con una barba ancor più nera del solito. Ieri sera avevo ancora collegato la corda fissa superiore con quella inferiore, e così noi tre elefanti siamo caduti appesi a quelle corde che sono peggio di un elastico.
<< Bella sorpresa questa mattina. Se continua così, va a finire male per noi >> dice Richard che si è ripreso per primo dallo spavento. Sale di nuovo i 6 metri con le Jumar fino alla sosta e pianta altri chiodi. <<Sonny, è meglio che tu stia giù fino a quando siamo ripartiti >>.
Sonny, che potrebbe essere l'inventore dell'altoparlante, è perfino ammutolito. Adesso, Reinhard, prudenza estrema. Questa volta i chiodi tengono e il sacco di cento chili è stato recuperato. Agganciare le Jumar alla prossima corda fissa, salire, fare il cambio delle maniglie e recuperare il sacco. Dallo spavento ho dimenticato la mia voglia di sposarmi. Finalmente il sacco è su, lo fisso, la sosta è buona e si può perfino stare in piedi; segue Richard, poi Sonny. Esaminiamo criticamente i chiodi di sosta. Un fatto simile non deve più accadere, se no è forse finita per sempre con noi. Richard si mette al lavoro. Sonny fa sicurezza, io sono libero.
Pari a formiche, ritornano i pensieri tormentosi e inconcludenti, assaltandomi come una mela marcia. Adeso puoi dirglielo, adesso, dopo quello che è successo, dì semplicemente che hai paura di morire, racconta qualcosa di una premonizione, che non te la senti più.

( ...)Ma ora mi è venuta l'idea! La Jumar! Senza la Jumar non posso continuare, senza Jumar devo ridiscendere. Normalmente è impossibile perdere le maniglie, perché sono fissate all'imbragatura con moschettoni a vite. Tuttavia rimettendole sulla corda fissa per risalire dopo aver recuperato il sacco bisogna toglierle dal moschettone. E perché non potrebbe sfuggirmi una Jumar dalla mano? Potrebbe succedere. E' raro, perché le Jumar rappresentano qualcosa come un biglietto ferroviario verso l'alto. Ma c'è anche gente che perde il biglietto in treno. Improvvisamente la Jumar mi sfugge di mano e con fettuccia al vento vola giù per la parete.
<< La mia Jumar, la mia Jumar, mi è volata giù la Jumar dalla parete, che sfortuna, adesso cosa faccio? >>. - Cretino, sta attento, è giù sulla cengia dove abbiamo bivaccato! - mi grida Richard dall'alto. Maledetta Jumar, perché non è volata giù per tutta la parete? Mi calo per due lunghezze fino al Heart. Sopra di me vedo Sonny e Richard piccolissimi nel grande cuore di granito. Eccola qua, la maledetta Jumar, potrebbe almeno essere rotta. Non ne posso più di questa storia di scendere per sposarmi. Se la Jumar è rotta, scendo, se no, risalgo. Sono stufo di quest'altalena di tensioni. Le mie mani afferrano le Jumar, questa meraviglia di alluminio, non è rotta. Respirare profondamente, non si è rotto nulla, funziona tutto, incredibile!
<<torno su>> grido. La decisione è presa.

martedì 7 febbraio 2017

SUD ANNAPURNA


LE BRACCIA ALZATE SULLA VETTA    di Soro Dorotei

Il giorno 6 maggio 1988 siamo al campo 2, il tempo non è stupendo ma regge un po' meglio. Il 7 maggio in 5 ore siamo al campo 3, montiamo una nuova tenda, così rimangono con noi due sherpa. Domani ci seguiranno con una tenda e dei viveri mentre noi attrezzeremo l'ultimo tratto fino al campo 4.
Benoit ci segue, è al campo 2. All'alba partiamo, il tempo non è eccezionale, ma dovrebbe lasciarci lavorare. Dobbiamo assolutamente istallare campo 4, e lo facciamo sotto la tormenta a 7300 metri, in un posto allucinate, al termine di una ripida e affilatissima cresta che muore contro una parete. Qui i giapponesi hanno avuto un morto. Raggiungendo il luogo, una corda spezzata mi lascia sospettare come possa essere accaduto. Caccio dalla mente questi pensieri e proseguo. La tenda viene montata dopo diverse ore di lavoro di sbancamento, il pianoro è così piccolo che dobbiamo piantare una pala e appoggiarvi parte della tendina. L'8 maggio è una giornata poco fortunata, prima lo sherpa Thirtha perde lo zaino, poi ci accorgiamo di essere anche senza pentolino, arrivare al campo 4 e dover rinunciare alla cima per una dimenticanza simile mi sembra assurdo, la soluzione la troviamo: useremo una bombola del gas, ne abbiamo quattro, possiamo sacrificarne una per farne un recipiente. Passiamo una notte infernale, il maltempo si scatena, la cresta è uno spartiacque, scendono valanghe a destra e sinistra, spesso siamo investiti, non sappiamo mai le dimensioni e nell'oscurità della notte commentiamo sotto voce timorosi anche delle nostre parole. All'alba una schiarita, decidiamo che in tre è impossibile fermarsi: lo spazio è insufficiente. Un altra notte così e saremo esausti. Steve ci abbandona, scende al campo 3 e si unisce al gruppo di Benoit. Intanto oggi la giornata è persa, commentiamo noi, questo tempaccio non ci da tregua. La giornata sarà invece positiva per il lavoro che riusciremo a portare a termine. Risaliamo un lungo canalone infossato, molto ripido e pieno di neve, avanziamo a tratti con la neve alla cintola su pendii di oltre 50°.
Al termine della giornata, tra un fitto nevischio che ci ha tenuto compagnia per gran parte del giorno, siamo quasi al termine del canale: mancheranno 100 metri, commentiamo. Li faremo domani mattina quando andremo in vetta. Rientrati al campo in due si sta meglio, riusciamo anche a riposare. Via radio ci accordiamo. Miracolosamente, anche le condizioni atmosferiche stanno migliorando, sento che domani si va in vetta.
<< O.K, allora voi dal campo 3 partite alle 22, noi dal campo 4 ci muoviamo alle 2. Se le cose vanno bene ci raggiungerete nel canale, sarà da rifare la traccia, perciò il rendez-vous è senza dubbio prima del suo termine >>.
Dormiamo poche ore, a mezzanotte iniziano i preparativi. Il fornellino, con il provvidenziale pentolino ha funzionato quasi tutta la notte. Alle 2 usciamo dalla tenda. Molto più in basso scorgiamo una luce, sono i nostri compagni, il tempo è meraviglioso. C'è un aria magica, si è anche un po' calmato il vento. Sto bene, mi sento in forma, devo rallentare, Joska non regge il mio ritmo, mi deve assicurare gli ultimo 100 metri di canale. Il couloir è più lungo del previsto e la neve fresca più profonda e inconsistente di quanto era sotto. La corda è finita e ancora non l'ho terminato. Grido a Joska che proseguo ugualmente, alle 6 sono sul plateau, il sole mia accoglie ed è come entrare in un mondo diverso. L a temperatura cambia e riesco anche a riscaldarmi un pochino. Il gruppo Benoit ancora non si vede, ho perso anche il contatto con Joska, proseguo, neve sempre altissima e inconsistente.
Pendenze inferiori mi permettono di forzare. Sono tutt'uno. Ho trovato il ritmo e la respirazione; quando mi fermo per recuperare osservo il gioco del vento sulle creste, è molto forte, da nord: il tempo, finché c'è questo vento, tiene. Già le valli si stanno riempiendo di nuvole però.
Gli ultimi 100 metri sono incredibilmente faticosi, la parete si raddrizza, diventa tecnicamente più difficile, Joska ha portato 50 metri di Kevlar: saranno provvidenziali poi per la discesa dalla cresta di vetta. Alle 9 sono in vetta, i miei compagni dal plateau sotto mi salutano mentre alzo le braccia in segno di vittoria. Dopo un ora Joska è con me sulla cima, alcune foto e propongo una immediata ritirata, mentre anche l'americano Steve sta salendo, seguito da Nicolas e da Benoit. Alle 11 sono al campo 4 e comunico via radio la nostra vittoria, che naturalmente era stata seguita dal campo base attraverso i binocoli e i teleobiettivi.
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Soro Dorotei il primo e unico italiano ad avere salito la parete sud dell'Annapurna

http://ivoferrari.blogspot.it/2017/01/nord-del-pelmo-in-inverno-una-storia.html

lunedì 6 febbraio 2017

GRIGNETTA TRA GLI AMORI



Passi ripetuti centinaia di volte. Lo stesso ripido sentiero conosciuto. Quella Cresta che chiama decine di persone ogni fine settimana, la più sicura con la neve ... il tempo è FINALMENTE diventato brutto, la neve FINALMENTE è caduta ed i colori sono scomparsi lasciando il desiderato bianco e nero.
L'acqua ha iniziato a cadere: mentre guardavo il buio della camera in piena notte, scaldato dal caldo piumone sentivo la pioggia rimbalzare in cortile ... beh...ogni tanto anche Federica russare...
E mi sono alzato con il primo chiarore del giorno ...acqua, nuvole ... scarponi, indumenti caldi e via verso quella cima che a volte mi annoia, ma che mi permette di essere dove mi piace essere ...
Cara Grignetta, lo sai che chi disprezza ama ed io, penso di amarti quasi come  Amo:
Penélope Cruz
Keira Knightley
Scarlett Johansson
.... e la Mamma dei miei bimbi.








sabato 4 febbraio 2017

TORRE VENEZIA IN CENTRO


TREDICI NOTTI SULLA DIRETTISSIMA BOB KENNEDY ALLA TORRE VENEZIA

Di: M.Enrico e M.Minuzzo

La Torre Venezia venne salita la prima volta dal versante Sud da Tissi e Andrich nel 1933, giudicata un classico itinerario degno del più ossequioso rispetto, per le difficoltà di arrampicata in libera veramente sottili nel suo genere. Nel 1936 Ratti e Panzeri segnano un'altra via sulla sinistra della parete Sud, questa venne detta "severissimo banco di prova" per gli arrampicatori di quei tempi.
L'idea di risalire il centro della parete della Torre Venezia fu di Mauro, mio caro amico e compagno, sempre pronto a dare tutto se stesso, per quel reciproco ideale che ci accomuna tenendoci legati dalla più spontanea amicizia. I giorni di preparativi al Breuil si susseguiranno alacremente gli uni agli altri.
Avevamo bisogno di un allenamento fisico e psicologico, sapendo che la Torre Venezia poteva essere un duro campo di battaglia, difendendo sino all'ultimo il suo vergine fianco. Pensavamo anche alla nostra adozione Valdostana, sentendoci orgogliosi di poter tenere in alto il valore delle nostre gloriose Guide, esprimendo un tema di massima attualità dell'Alpinismo. Chiodi, corde, staffe, sono sistemi usati soprattutto dagli arrampicatori dolomitisti. Con questa esperienza abbiamo dato prova di essere a conoscenza dei moderni sistemi studiati negli ultimi anni, per la progressione in artificiale puro, sulle lisce pareti delle Alpi Orientali. Fisicamente, già mesi prima, avevamo condotto un intenso allenamento con lunghi bivacchi in parete seduti su minuscole staffe. Avevamo studiato e realizzato sedili formati da una larga tavoletta di legno per rendere mono scomode le lunghe attese, imbragature speciali, scarponi d'arrampicata a suola estremamente rigida. Partimmo per la grande avventura il 5 giugno 1968, il tempo era inclemente, enormi nuvoloni si sovrastavano, nell'aria si sentiva un forte odore di pioggia, gli insetti erano molesti quasi sentissero l'incombente maltempo.
I primi tiri di corda si risolsero facilmente, due grossi sacchi ci seguivano trascinati dal cordino di recupero, contenevano viveri, materiale di progressione, equipaggiamento, sacchi piumini per bivacco; un carico complessivo di cento chilogrammi. La notte venne trovandoci su di un piccolo ballatoio, a cento metri dalla base, a malapena riuscimmo a scaldare un sorso d'acqua.
Pioggia, raffiche di vento, l'indomani accolsero la nostra seconda giornata sulla gialla parete Sud della Torre Venezia, la progressione continuava ostacolata dal tempo, rocce che a prima vista sembravano facili e sicure, diventando bagnate erano infide e pericolose, sulle corde scorreva un rigoletto di fredda acqua entrando poi attraverso la giacca a vento. Dopo la conformazione iniziale, tutta a placche lisce, la parte alta diveniva ricca di piccoli camini, diedri, che conducevano all'enorme placca gialla dove sicuramente avremmo dovuto ricorrere ai chiodi a pressione per superarla. La successione dei tiri di corda si fece spasmodica, enormi squame di rocce friabili rendevano i passaggi veramente rischiosi. Nove giorni passarono lentamente, lunghi bivacchi su staffe, una moltitudine di pensieri arrovellava il nostro cervello, eravamo stanchi di vivere sospesi nel vuoto, i movimenti potevano, talune volte, essere un lusso, i minuti trascorrevano lunghi come l'eternità. Solo tre quarti di parete era il bilancio conclusivo dopo undici esasperanti giorni in parete. Ma eravamo spinti da una vera passione, e decidemmo di continuare finché fisicamente avremmo retto. Un mattino uscendo dal mio piumino mi trovai circondato da uno spettacolo addirittura sconcertante: durante la notte l'acqua si era tramutata in neve ricoprendo così tutta la parete di un bianco manto. Il freddo pungente ci obbligo a rimanere inattivi per parecchie ore, facendoci così perdere tempo prezioso. La prolungata fatica, le sofferenze, le interminabili attese seduti su quei trespoli, le mani piagate, i giochi d'equilibrio, il lentissimo procedere stavano sopraffacendo la nostra resistenza e volontà. L'ultima notte in parete trascorse in mezzo a tuoni e lampi, il cadere della pioggia si faceva insistente raffreddandosi sempre più. Quando Mauro mi gridò dalla vetta di essere arrivato, il cuore mi si apri di gioia e commozione. Un meraviglioso arcobaleno coronava il nostro abbraccio, segno di vittoria, conquista con duri sacrifici. La montagna ci ha riconfermato di essere una nobile scuola di vita.

Tratto da: La Grande Civetta a cura di Alfonso Bernardi
Zanichelli editore 1971 pag:331/332