lunedì 27 febbraio 2017

IL CARNEVALE IMPAZZA!


" ...Viene Febbraio, e il mondo è a capo chino, ma nei convitti e in piazza
lascia i dolori e vesti da Arlecchino, il carnevale impazza, il carnevale impazza...
L'inverno è lungo ancora, ma nel cuore appare la speranza
nei primi giorni di malato sole la primavera danza, la primavera danza..."
da: Canzone dei dodici mesi    Francesco Guccini


Il Carnevale è la "scusa" per ritornare alle origini, ritornare a casa mia, nella mia Citta ...dove sono nato e dove è il mio cuore. I carri, i coriandoli, le stelle filanti e quelle strane bombolette spara schifezze ... il caos, lo zucchero filato, la festa del Miracolo, i bambini colorati, mamme invecchiate e papà sballottati. Dario che accompagna la nonna a trovare il "suo" Dario. Il Carnevale sono giornate dove unisco il travestimento con la verticalità ... dove mi soffermo a guardare il vecchio che una volta per noi ragazzacci era "la vita", la "normalità", spiego ai miei bimbi come e cosa era, come e cosa è.... il Carnevale è una giornata con Federica soli sulla roccia....

sabato 25 febbraio 2017

FUOCO VERO



" Il fuoco dell'anima è quella spinta interiore che permette a ognuno di seguire la strada, anche difficile e faticosa, che porta alla realizzazione di un sogno. L'importante è tenere questo fuoco sempre acceso"

Si Andrea, penso che tu abbia ragione, il fuoco va tenuto sempre acceso, un fuoco che ti fa iniziare da ragazzino e con alti e bassi scalda sempre ... Negli anni ho conosciuto tanta gente, ho visto fiamme alte spegnersi in poco tempo, fiamme "pazze" e "incontrollabili" che hanno raso al suolo tutto, bruciando tappe e scavalcando montagne .. e, fiamme "quasi" eterne, quelle vere, quelle che arrivano in alto e sono capaci di scendere in basso, senza avere timore e ansia di non scaldare come un tempo ... i fuochi più belli, più veri.
Aspettavo da tempo questo tuo libro ... immaginavo la copertina, la immaginavo come è!
grazie ...
ivo

"...Ed eccomi sotto la verticale dell'attacco della <<Zarathustra>>.
C'era ancora un residuo d'ombra. Me la presi comoda e aspettai il sole. Con quegli appigli e buchetti piccoli, era saggio avere le mani calde per sfruttare al massimo la sensibilità. Cominciò ad arrivare gente, escursionisti e arrampicatori che si accingevano ad attaccare le vie della parete. Non me ne curai..."
[...]
"Sapevo con certezza assoluta che la riuscita della salita sarebbe dipesa dalle scelte di quel preciso momento"
[...]
"Arrivai in uno stato di totale simbiosi con ciò che mi circondava"

Da IL FUOCO DELL'ANIMA  Andrea Di Bari con Luisa Mandrino
edizione CORBACCIO

http://www.andreadibari.it/

venerdì 24 febbraio 2017

IL REGALO PER MIO FIGLIO



Oggi apre un negozio di Amici, dove lavorano Amiche, mio figlio tra due settimane compie 11 anni, quale occasione migliore per "cercare" il regalo adatto.

"Dario, cosa ti serve che te lo regalo io?"
"Uno zaino nuovo Papa, anche quest'anno faccio il corso di alpinismo giovanile!"

Io lo zaino l'ho trovato, ma la cosa bella è che ci ho aggiunto le scarpe e un bel il Pile ... la cosa ancora più bella, è che la Mamma di Dario, ora vorrebbe uno zaino anche lei!

Il negozio è a Monza, fateci un salto che se volte "spendere" lì, ci sono le occasioni.








mercoledì 22 febbraio 2017

LA GRANDE CAVALCATA


 ...Non mi riesce di dimenticare ...

                                              LA GRANDE CAVALCATA
C'era una volta l'Himalaya e qualcuno pensò di portarvi la mentalità alpinistica del vecchio continente. Cominciarono così a salire quelle montagne nel cosiddetto stile alpino. A qualcun altro oggi è venuto in mente di fare proprio il contrario, cioè trasferire l'impegno, le difficoltà e soprattutto la durata di una salita himalayana sulle Alpi. Detto e fatto: Erhard Loretan e André Georges hanno prenotato tre settimane bianche consecutive, dal 14 febbraio al 4 marzo, alla "Corona Imperiale" di Zermatt. In settimana bianca, si sa, la più grande incognita restano le condizioni metereologiche: se fa brutto è proprio un grosso fastidio, bisogna essere fortunati nella scelta del periodo. Erhard e André non lo sono stati molto, per la verità: per ben undici giorni hanno avuto condizioni di tempo brutto per non dire pessimo, bilanciati da sole sette giornate di vero bel tempo.
La "Corona Imperiale" è la cerchia di montagne che contorna Zermatt. Molti problemi si ponevano per la realizzazione di un progetto di questo tipo, primo fra tutti quello del rifornimento di viveri, non essendo nelle intenzioni dei due scendere sotto i 3000 m di quota per tutta la durata dell'impresa. Ci hanno allora pensato gli sponsor, in particolare l'Air Zermatt, che per otto volte si è fatta carico di trasportare il necessario ai due nei punti prefissati. Si trattava poi di valutare la reazione psico-fisica allo sforzo prolungato nel tempo, in condizioni sfavorevoli e severe come quelle invernali: 10-20 ore giornaliere di fatica non sono cosa da poco. André, dal canto suo, ci aveva già provato due volte, in anni precedenti, trovando prima nel maltempo un ostacolo insuperabile, poi rischiando la vita, travolto con un compagno da una slavina.
L'itinerario è semplicissimo: seguire per intero le creste che vanno da Grachen a Zinal, superando in successione 38 cime, 30 delle quali al di sopra dei 4000 metri, tra cui quelle del Mischabels e del Monte Rosa, il Cervino e la Dent Blanche; in pratica tutte le cime più alte della Svizzera.
Come si diceva, l'ostacolo maggiore è stato il maltempo, cosa per altro prevista. Per dieci giorni ha nevicato abbondantemente, spesso con violente tempeste, tanto da costringere i due a restare per tre volte bloccati un'intera giornata in tre diversi bivacchi, almeno per far asciugare i vestiti! Oltre ad utilizzare le strutture fisse esistenti sul loro percorso, i due hanno affrontato sette bivacchi all'aperto!
Il 4 marzo l'avventura si è conclusa a Zinal. Racconta Loretan: <<Non abbiamo mai pensato neanche per un momento di abbandonare l'impresa; il nostro stato di forma migliorava di giorno in giorno: non c'era proprio motivo di ritirarsi. D'altra parte, il quotidiano "La Suisse", che era tra gli sponsor, usciva con titoli come "Quattromila, di fila", oppure "A tutta birra!" o ancora: "Fantastica Cavalcata". Con che faccia avremmo potuto presentarci in valle? ... Anche noi, però, che dall'alto delle nostre vette abbiamo visto l'affannarsi degli uomini, tuttavia siamo infine, scesi, per riprendere questa vita da formiche ...!>>

Da Alp n15 luglio 1986



lunedì 20 febbraio 2017

LIVANOS D'INVERNO


IL CONTO CON IL GRECO   di Ermanno Salvaterra

Che lavoro il maestro di sci! Programmare un'ascensione invernale e fissare la data di partenza 20 giorni prima, non preoccupandosi delle previsioni metereologiche, ma solamente della settimana in cui hai meno lavoro.
13 gennaio 1986, ci risiamo: ha inizio un'altra "passeggiata". Il tempo è bello anche se purtroppo c'è il nostro "amigo viento" e così, sempre più spesso, ci fermiamo ad attendere che termini la cascata di neve che ci viene addosso. Intanto Icio sale veloce e deciso con i ramponi su quei "terzi gradi" e...se va avanti di questo passo lo lasciamo tirare fino alla fine!
14 gennaio: siamo alle solite. Per tirar fuori quei due dai sacchi a pelo devo sempre urlare. <<Sì, lo so che è presto. Ma qui non siamo mica al Torre dove fa chiaro alle 9.30... tra un'ora dobbiamo ripartire>>.
Se non ci fosse la neve spinta dal vento che mi punge la faccia e le mani, quasi mi divertirei a salire lungo le prime lunghezze difficili della fascia centrale. Ogni passo ripenso allo scorso anno ... non avevamo le scarpette invernali e poi forse con quei -20, -30 non avremmo nemmeno potuto usarle. Prosegue Andrea e rivedo nella mia mente le sue dita congelate dopo quella rinuncia. Intanto è già buio e non siamo ancora alla seconda cengia, così, per il bivacco comodo, dobbiamo rimandare a domani sulla stessa rete.
15 gennaio. Magnifico! Non c'è un filo di ghiaccio nei colatoi d'uscita però la neve che ricopre le facili rocce che portano alla vetta ci obbliga ancora, ramponi ai piedi, a fare tiri di corda. Anche circa 7 mesi fa stava tramontando il sole quando giungevamo in cima a quella montagna a 15.000 chilometri da qui! Però lassù non c'era un bivacco Castiglioni ad aspettarci, e nemmeno questa succulenta cenetta.
16 gennaio, 19 ... ma senza un filo d'aria sembra persino caldo.
<<Dai, dai, che questo chiodo tiene!>>.
<<Però non saltiamoci sopra troppo>>.
<<Se alla prossima doppia non metti due chiodi...>>.
<<E dove vado a prenderli?>>
Intanto siamo già con gli sci ai piedi lungo la Val Brenta. Il conto col Greco è chiuso.

Sulla cima  ...Andrea Sarchi
(Prima salita invernale della via Livanos al Crozzon di Brenta : Maurizio Giarolli, Ermanno Salvaterra, Andrea Sarchi, gennaio 1986).



domenica 19 febbraio 2017

LA SVEGLIA LA COMANDI TU!


"Oggi hai arrampicato con i tuoi vecchi Amici, domani andiamo in Segantini, ho voglia di pestare neve a Nord?"

"Va bene, nessun problema, ad una Sega non si dice mai di no!"

Durante la notte il serpente del film "Dal tramonto all'alba" viene a farmi visita, con Salma Hayek inclusa ... la mattina la sveglia suona e, non mi trova impreparato, prima che Federica se ne accorga, la metto a tacere (la sveglia).
Il tempo passa come giusto che sia, troppo tardi per andare in Grignetta, il sole è già alto e io devo fare la colazione lentamente, i biscotti vanno gustati piano, devono assorbire per bene il bianco latte!
Oggi si potrebbe andare a fare una breve via in Antimedale ...
Frecce Perdute è una linea logica, mai banale e tutta da scalare, difficilmente negli ultimi anni si deve aspettare il proprio turno alla base. Tre lunghezze diritte con un ultima placca dove la scelta non manca in fatto di bellezza, originale e variante sono entrambe superbe ... io ho un debole per la variante!
Scendiamo velocemente e prima che venga smaltito totalmente il mio chilo di biscotti, sono seduto nuovamente davanti ad un piatto di polenta e coniglio!
Non sono vegetariano ne vegano, non me ne vogliate!😏

IL SOGNO DI QUESTA NOTTE








FRECCE PERDUTE: Dal sito degli Amici Balossi http://www.sassbaloss.com/pagine/uscite/antimedale4/antimedale4.htm

PS: la prima lunghezza di Frecce sarebbe da "pulire" un po', la vegetazione incomincia a disturbare l'arrampicata ...magari se c'è qualcuno disposto ad aiutarmi, una mezza giornatina appesi e tutto ritornerebbe ancor più bello ... fatevi avanti!

sabato 18 febbraio 2017

GIORNATE STRANE MA VERE











Ci sono delle giornate in cui il caos regna sovrano, appuntamento alle 8.30 e "ritrovo" alle 11.00!😊  Dei tre partecipanti alla gita uno ha fatto festa la sera prima, una festa molto ben "innaffiata". Programma, andare a vedere Tutto di traversoSentieri selvaggi sperando che la pioggia della scorsa settimana abbia fatto in po' di pulizia ...   Verso le 11 e 30 siamo all'attacco, tira Flavietto e il Nonno e lo Zio stanno dietro😊. Velocemente saliamo le 5 lunghezze, gli appigli sono puliti, la roccia calda... Sull'ultimo tiro un nuovo aggeggio di ferro e' stato piantato da chi probabilmente non era in forma o preparato per arrampicare tra un vicinissimo spit e l'altro ( verrà levato a breve😈). Spostamento in Antimedale...tira il Nonno e lo Zio e il Bocia seguono. Sembra in altra via, niente pericolosi ciuffi d'erba e una scalata libidinosa. La mezza giornata finisce a casa di Federica ovviamente senza discorsi sconci ... Quelli fanno parte della mezza giornata tra rocce calde😋

venerdì 17 febbraio 2017

XAVER


IL GRANDE VIAGGIO  di Xaver Bongard

Do per scontato che la storia della Via senza ritorno alla Grande Torre di Trango sia perfettamente nota. Dalla prima ascensione del 1984 di due norvegesi (Doseth e Dealhi), che morirono sulla via del ritorno, quest'itinerario è diventato uno dei miti "irraggiungibili" per gli amanti delle grandi pareti, a testimonianza del quale ci sono però fino a questo momento solo due ripetizioni di un gruppo giapponese (1990) e di uno spagnolo (1991).
Da parte nostra, pensavamo che fosse giunto il momento di scrivere un altro capitolo della storia delle grandi pareti, aprendo un itinerario nuovo sul versante est della montagna. La nostra équipe internazionale, formata dagli americani Ace Kvale -nostro fotografo-, e John Middendorf, e dagli svizzeri Ueli Buhler, Francois Studenmann e l'autore di queste righe, raggiunse con 45 portatori il campo base del ghiacciaio Dangue. A differenza della vicina Torre Senza Nome, sulla Grande Torre si scorgevano solo poche chiare fessure. Per di più, i pericoli oggettivi ci lasciavano ben poco spazio di manovra: pareva che l'unica via nuova possibile dovesse cominciare sulla parete est. La scelta dell'itinerario fu principalmente compito di John, in virtù della sua esperienza sulle grandi pareti statunitensi.
Seguimmo la parte inferiore sinistra della parete del pilastro dei norvegesi, minacciato da un seracco, attraverso l'Alì Baba's Couloir, sovente spazzato dalle valanghe. In realtà non aspiravamo particolarmente a risalire il colatoio, ma i pericoli oggettivi ci costrinsero a muoverci verso una fenditura distaccata, il Canapè, dove trovammo una posizione sicura al di sotto di un tetto. Da qui, John e io fissammo sei lunghezze di corda, 250 metri in tutto. Dopo l'avvio, nel quale era stata predominante l'arrampicata libera, la via si stava facendo molto più artificiale.
A partire da questo momento il nostro spirito di gruppo si incrinò per via delle forme diverse in cui ciascuno si era immaginato l'ascensione. Per Ueli e Francois l'ascensione risultava troppo artificiale e decisero di tentare in libera una via già aperta sulla Torre Senza Nome. Invece John e io, dopo un altro periodo di maltempo, ripartimmo il 13 luglio. Portammo il nostro carico di 120 kg fino al campo 1, situato alla quinta lunghezza. Il bagaglio era composto di 50 kg di provviste per 25 giorni, 40 litri d'acqua, 20 cartucce di gas, 3 litri di benzina per il fornellino e le tende da parete per bivaccare. A tutto ciò sì sommava ovviamente il materiale sufficiente per equipaggiare una parete di dimensioni medie, e 300 metri di corda.
Installammo il campo 2 all'inizio di Golum's Gully. Quando stava calando l'oscurità facemmo un primo tentativo di salire il canale, che fallì a causa di un crollo di una cornice di neve. Ne uscii con un occhio ed un braccio lividi. In tre notti, le cinque lunghezze ci condussero fino a Snowledge, raggiunta la quale si aprì la cortina di ferro. Finalmente la Torre Senza Nome era in vista. Era piacevole essere arrivati alla metà. Seguendo la stessa linea diretta giungemmo ai piedi della parete sommitale. Il bivacco successivo era posto su uno spigolo di neve di 200 metri di lunghezza: vi scavammo una trincea con la pala, l'unico bivacco non sospeso. L'inizio della parete era tanto liscio e levigato che anche l'uso di rurp, copperhead e Cliff fu inutile. Fummo dunque costretti a salire dal pilastro dei norvegesi per quattro tiri di corda. Mi spostai verso destra, oltre un tiro fantastico di 6b, per percorrere il tratto che risultò più difficile tecnicamente: si poteva sfiorare l'A5.
Quel giorno John cominciò a soffrire di crampi allo stomaco e dovette ridiscendere verso Snowledge.
Attrezzai così, in solitaria, uno splendido tiro in artificiale. Il 21 luglio John, che voleva riparare alla sua precedente inefficienza, fece da primo i vari tiri ed issò al contempo i sacconi verso l'alto, un'impresa da vero maestro. Partendo dal 19° tiro si poteva continuare in libera, tuttavia, per semplicità e per risparmiare tempo, utilizzammo le staffe.
Il più delle volte ci trovavamo sul versante nord; in ogni caso giungendo allo spigolo del pilastro potevamo sfruttare i raggi del sole per un breve lasso di tempo all'alba e nel tardo pomeriggio. Le fessure si fecero sempre più grandi e non ci restò altra alternativa che proseguire scalando in libera. Dovemmo anche operare con protezioni limitate, visto che avevamo lasciato i friend più grandi ai nostri compagni. La lunghezza 23 era sopra di me. Per poter fare assicurazione mi ero schiacciato dentro al camino come mai prima in vita mia. John, la cui corporatura è un po' più muscolosa della mia, non aveva nessuna possibilità di fare altrettanto. Mi stavo riposando dallo sforzo quando lo sentii gridare mentre guardava la sua mano insanguinata:" Merda, mi sono distrutto un dito". Mi aspettavo il peggio, ma esaminando più da vicino, vedemmo che era solo un piccolo graffio.
Il succedersi di camini e maltempo ci diede molto da fare. Le giornate cominciavano bene la maggior parte delle volte, però al sopraggiungere del mezzogiorno iniziava a piovere o a nevicare. Una volta cominciò a nevicare fortissimo sul campo 5 e dovetti passare tutta la notte a liberare la tenda-amaca dalla neve che si stava posando. John, immerso in un sonno molto profondo, non si accorse di nulla. In tre giorni avanzammo solo di un tiro e mezzo. Il 26 luglio ci svegliammo con la luce del sole e sopra di noi si stagliò la parete sommitale strapiombante, che era attraversata da varie fessure di un metro di ampiezza, prodotte dall'erosione e orribilmente lisce. Dopo Wormholes, un tiro corto e semplice: il pilastro era vinto. Ci sentimmo crescere la speranza. Scendemmo fino al nostro bivacco e aspettammo il giorno seguente. Proprio quando ci stavamo preparando per la scalata del misto sommitale sentimmo alcune grida che provenivano dalla Torre Senza Nome. Non erano le solite grida di saluto dei nostri compagni. La radio emetteva imprecazioni e lamenti contemporaneamente: "Merda, mi sono rotto la gamba". La situazione era drammatica ma non impossibile. Dopo aver parlato con Ace, il nostro riferimento radio a fondo valle, giungemmo alla conclusione che ci sarebbero voluti alcuni giorni per la discesa. Le due ore di cui avevamo bisogno per raggiungere la cima est non avrebbero cambiato molto le cose. Ace raggiunse a tutta velocità Payu, il punto di appoggio militare più vicino, per organizzare l'avvicinamento di un elicottero. In Pakistan gli elicotteri operano solo fino al campo base, comunque in soli due giorni i nostri amici riuscirono a ridiscendervi per di più con l'unico aiuto delle proprie forze. Scosso dall'incidente, scolpii nella neve e nel gelo il cammino verso la cima, pieno di sentimenti contraddittori.
Giorno sedicesimo, poco prima del tramonto, 6231 metri, cima est della Grande Torre di Trango. Un sogno che si è fatto realtà. John mi era accanto, emozionato. Ci abbracciammo. "Good job, fucker!".
Registrammo sulle nostre retine il panorama dalla cima. In mezz'ora il sole sarebbe calato, non restava nulla di meglio che mettersi in marcia. Un'ora dopo l'oscurità eravamo sul balcone sopra l'abisso, e due ore più tardi al riparo della nostra tenda. Il giorno seguente lanciammo nel vuoto il materiale più robusto. Il contenitore dell'acqua esplose dopo pochi metri.
Come dire che il mio progetto di discesa in parapendio non avrebbe avuto molte chance di riuscita ... 44 doppie più tardi eravamo in salvo.

PS: Il 15 aprile del 1994 Xavier è morto durante un base-jamp in Svizzera.
Bongard inizia giovanissimo ad arrampicare e nel 1986 raggiunge la cima del Mc Kinley per la via Cassin. Di ritorno dall'Alaska inizia la sua avventura nella Valle di Yosemite dove con Roman Vogler sale quattro vie: West Face, Salathé, Moratorium e Nose. Poi la sua attività si allarga alle solitarie, Super Couloir al Tacul e Jakson alla Nord delle Droites nel gruppo del Monte Bianco. Nella primavera del 1987 è all'Isola di Baffin, poi ancora in Yosemite dove sale la via Tecnos e Iron Hawk A4+.
Sempre da solo ripete poi Lost in America, Sea of dreams e Jolly Rogers ...tutte di A5.
In inverno con un compagno ripete la famigerata parete Nord dell'Eiger.

mercoledì 15 febbraio 2017

INCONTRO CON FULVIO SCOTTO


Io abito lontano e finisco tardi con il lavoro, altrimenti un pensiero ce lo farei ... Fulvio è Un Alpinista di quelli che possono "insegnare", con un'attività che spazia dalle invernali alle vie nuove, dalle solitarie alla conoscenza della "storia". Sicuramente una serata da non perdere, per chi può!

http://www.scuolagervasutti.it/articoli/82-incontro-con-fulvio-scotto.html

INVERNO 1968



Da “Pareti d’inverno”

Inverno 1968  TORRE TRIESTE

…“Da cinque giorni ormai viviamo circondati dal vuoto ed a pensarci bene ci meravigliamo di non sentirne l’avversione. La nostra attrezzatura è quel che è: sacco a pelo e piede d’elefante ce li hanno prestati; gli indumenti del giorno sono anche quelli della notte. “Li procureremo in seguito“, abbiamo detto e dopo questa esperienza, poco alla volta, adeguando i desideri, tanti ai soldi, pochi, ci provvederemo del necessario. Comunque, della presente penuria non ci lamentiamo: se i polpastrelli non ci facessero tanto male!
Al contatto con la roccia gelida, l’epidermide si è cotta; talvolta si sentiva la punta delle dita attaccarsi al sasso e, levando la mano, sul sasso restava un leggero strato di pelle. Si sono anche formate lunghe setole e tra queste e le spellature, le nostre povere dita sembrano quelle di un lebbroso. Con la differenza che è carne viva e spesso il contatto con la roccia è doloroso. Mentre ero intento a piantare un chiodo, mi sono concesso l’ingenuità di mettere un moschettone in bocca: subito la lingua si è attaccata al ferro ed ora ha come un anello rosso intorno alla punta. Ad Antonio cominciano ad ingrossarsi le labbra screpolate; la parte destra del mio naso si sta ingrossando; questi inconvenienti anziché attenuarsi assumeranno forme sempre più fastidiose e si aggiungerà per me un principio di congelamento ai piedi. Sono passati quattro anni e, stando ai medici, non me la sono ancora cavata del tutto. Tanto per conformarsi al ritmo di questa parete, il diedro giallo che ci sovrasta, strapiomba.
Più ci alziamo, più le difficoltà aumentano. Il sole ci ha raggiunto, batte implacabile sulla roccia nuda: l’aria diventa secca. Un’arsura crescente ci infastidisce; con il trascorrere delle ore il disagio aumenta, la gola è arsa, la lingua si gonfia al punto da non poterla muovere; limitiamo al massimo le scarse parole che ci scambiamo, perché proviamo difficoltà a pronunciarle, e dolore. Nel superare un’ennesima pancetta, un chiodo messo come si suole dire con le mani, esce. Mi trovo tre o quattro metri più sotto: dondolo con in mezzo alle gambe l’immenso vuoto, sino ai ghiaioni sotto l’attacco:non è sensazione allettante, credetemi.
Che cosa accade in simili frangenti? Si pensa troppo e si pensa niente. Non è un gioco di parole, il mio: con velocità supersonica, impressioni d’ogni genere si sovrappongono in serie infinita e nello stesso tempo la volontà e l’istinto suggeriscono i movimenti da compiere; non è concesso un attimo di titubanza e se ne ha la piena certezza. Per fortuna ho potuto dare in tempo l’avvertimento ad Antonio, che stava sul chi vive, seguendo le mie mosse; l’immediata manovra delle corde ha contenuto la caduta e tutto si è risolto senza gravi inconvenienti. Non ho mai sentito battere così forte il cuore! Con mosse da gatto, imponendomi di vincere un tremito che tutto mi percorre -eppure le mani non tremano – risalgo aiutato da Antonio, ed il suono delle mie parole mi sembra estraneo. Sono attimi, ma si incidono nella carne e non solo nella memoria. Forse vale la pena di viverli: comunque, non sono affatto un esaltatore del rischio. Eccomi ritornato in posizione normale, con i piedi appoggiati sulla roccia – anche se non con l’intera superficie della suola – e con le mani aggrappate ad appigli sicuri. Le parole di Antonio hanno il potere di ridarmi la calma: parla del chiodo, dello scorrimento della corda, di una certa staffa; “è stato un bel volo”, conclude, e così – l’animo tornato tranquillo – riparto. Il terreno è decisamente ostile: solo dopo più di un’ora di continui sforzi riesco a superare quel passaggio che sembrava volermi impedire il proseguimento della salita. Aggiro un masso incastrato ed al termine di questo tiro di corda arrivo al punto dove, di comune accordo, decidiamo di fermarci. É troppo tardi per proseguire; il buio si annuncia ed il passaggio tra il giorno e la notte sarà breve assai. Bivaccheremo seduti sui seggiolini.”


Dopo sette bivacchi i fratelli Gianni e Antonio Rusconi raggiunsero la vetta della Torre Trieste ... altri tempi, altro alpinismo  ...Vero Alpinismo.

lunedì 13 febbraio 2017

L'ALTRA REALTA'


REALTA' SEPARATE  di Wolfgang Gullich

Ottobre 1986: solo pochi movimenti di arrampicata per arrivare all'appiglio dove inizia il tetto e poi " scaricare" in orizzontale; questi appigli costituiscono le posizioni chiave della sicurezza. Li mi sono sentito perso, immerso in altre realtà.
Ora non c'è più la paura che paralizza, che è come un'oppressione che ti circonda. Ho raccolto tutte le informazioni sulla via, conosco esattamente ogni movimento dettagliato e l'impegno che mi occorrerà. Oltre a tutto ciò c'è la dimensione psichica, che non è assolutamente da sottovalutare e deve essere adattata al passaggio da affrontare. Il Merced River dipinge bene questa situazione: lassù tutto diventa piccolo, alcune centinaia di metri più in basso. Lo so, devo affrontarla senza alcun compromesso: ho scelto questa via come una meta e intendo superarla nel modo più pulito, senza mezze misure.
Solo movimenti perfetti, non è ammesso nessuno sbaglio.
Le mani avvitate nella fessura del panico: questi tristi pensieri bloccano i riflessi e la flessibilità, sono senz'altro nocivi. Sono un duro fardello e una grossa responsabilità da portare con tranquillità, E ciò è possibile solo con grande concentrazione.
Questo tetto orizzontale di sei metri, Separate Reality, è diventato per me un simbolo dell'arrampicata. La scalata solitaria non è soltanto una prestazione sportiva, ma unisce la mente e l'animo in un concetto ideale. La mano agile e dinamica fa presa su un appiglio e i piedi penzolano nel vuoto; movimenti rapidi e precisi per superare il tetto e riuscire ad ancorarsi con le mani riunite insieme.
Tutto ciò è stato per noi sin dall'inizio inimmaginabile. Per questo, durante la preparazione, mi sono posto teoricamente nelle condizioni di sicurezza, ho programmato e automatizzato ogni movimento, senza trascurare alcun dettaglio. Sono tranquillo, un ultimo controllo prima della partenza e mi stacco.
La roccia fa una fredda accoglienza, le mani devono aderire perfettamente e non devono sudare. I nervi sono saldi, la concentrazione è totale. Inizio subito bene, trovo subito fessure adatte per inserire le mie dita, raggiungo una stabile posizione per arrampicare. Punto tutte le mie forze sulla concentrazione, ogni movimento, ogni metro è calcolato. Salendo mi trovo appeso nel vuoto, senza spinta, ma non mi arrendo e vado avanti.
Arrivo in cima e sono seduto sotto il caldo sole: "l'altra realtà" appartiene ormai al passato, e il pensiero della morte mi insegna che la vita è un tesoro da apprezzare.

PS: Lui e il tetto, Lui e quei pantaloncini leopardati, le prime foto mi lasciarono sbigottito, qualcosa di grandioso, un personaggio Unico, un innovatore ...probabilmente il più leggendario arrampicatore di quel millennio occupano da grandi interpreti della verticale ... e non solo!

sabato 11 febbraio 2017

SOLDI, FATICA, FORTUNA E BRAVURA


http://www.corbaccio.it/generi/azione_e_avventura/volevo_toccare_le_stelle_9788867002238.php

"... Solo due italiani fanno accezione fra tutti questi invasati di montagna. Mario e Mario se ne stanno da soli, incuranti del resto del mondo. Fumano sigarette, bevono caffè e, con il naso per aria, guardano le montagne. Non sembrano avere fretta, hanno tutto il tempo del mondo, saliranno con il proprio ritmo. Anche loro hanno scelto lo stile più puro, senza portatori né ossigeno né corde fisse. Se il meteo volge al brutto, poco importa: scenderanno e aspetteranno una schiarita. Non sono qui per realizzare un'impresa ma per il puro piacere della salita. E' il loro modo di essere. "

https://it.wikipedia.org/wiki/Ottomila#Lista_delle_14_montagne_superiori_a_8000_metri

Chissà come è l'aria sottile, cosa prova il cervello, come scorre il sangue ...chissà! Un sogno irrealizzabile, che alimento con letture "sottili" ... Un bel libro, scritto in tempi "moderni" ...Oggi piove, ma so per certo che anche sopra il mio celo, ci sono le Stelle.

giovedì 9 febbraio 2017

DOPPIA PERSONALITA'


PENSIERO CONFUSO di UNA MENTE  per niente CONFUSA ..
Roccia, tanti anni, tantissime vie, roccia che ti chiama, che ami in modo forte , roccia che ti piace salire, storia che ti piace conoscere ... programmi, allenamenti, idee e sogni . Roccia calda e roccia fredda, salite riuscite e salite fallite ... io Amo la roccia, la Amo di bestia!
Quarantotto anni e quel sentire una strana voglia, che stranamente non è solo roccia pura, verglassata o pulita, è la voglia di provare ad alzarmi un po', percorrere con il giusto allenamento qualche bella cresta sopra quella fantastica quota che è il 4000! Classiche, normali, traversate e pendii ... chissà! Senza inventarsi niente, salire e scendere, fotografare e riguardare ...stancarsi.
Un giorno a 6300metri ho guardato le montagne Grandi, io ero sul filo di una cornice, il mio compagno una decina di metri sotto ...io ero  .......
Roccia, come mi piace, ho già in testa le linee per questa estate, linee classiche e dimenticare, in amicizia e col gri-gri ... roccia e chissà che non mi riesca anche la soddisfazione di soddisfare quella strana voglia che è girata e rigirata nella testa da parecchio tempo e che ora, senza che la roccia si arrabbi devo, voglio soddisfare!
Se c'è qualche innamorato dei 4000 che vuole "tirarmi" addietro, prometto, farò il bravo e mi impegnerò con criterio e coscienza ...
Non posso scrivere il mio cellulare qui, ma voi se volete scrivete qui ...
La roccia però è la cosa più bella.


FIGLIO DEL CUORE


Uno degli scritti più favolosi di Reinhard Karl,  due libri fantastici che raccontano un "Personaggio" importante nel mondo dell'alpinismo e della passione per la Montagna.






di Reinhard Karl

SON OF HEART     

... I pensieri nel cervello incominciano a lavorare come un formicaio e a consumarti. Perché tu non vuoi salire per quella parete? Ma perché lo fai allora? Non sei obbligato a farlo, veramente volevi sposarti adesso, proprio adesso. Eva è a Heidelberg. Non avresti più tempo da perdere. Che razza di vita è quella di girovagare da soli nelle rocce, nelle pareti, nelle montagne? E' terribile essere da soli. Le montagne possono darti l'amore? Tu fuggi nella solitudine delle montagne solo perché non riesci a sopportare la tua solitudine in mezzo alla gente. Tu hai bisogno di una donna, ora lo so. Tu ami Eva e adesso ti vuoi sposare. Domani scendi in doppia, e dopodomani sbarchi a Francoforte. E mandi un telegramma che stai arrivando. Pian piano stai diventando duro come il granito su cui arrampichi sempre. Le tue emozioni si pietrificano. Cos'è El Cap paragonato con una donna? Ti ricordi ancora com'è, passare una notte con una donna? Reinhard, stai diventando vecchio, hai bisogno di una donna - Eva. Hai trascorso abbastanza notti sul ghiaccio e sulle pietre. Tu sai che ami Eva, lascia perdere queste montagne morte, cosa vuoi che ti diano! Immagina, tu giaci adesso vicino a Eva, nelle sue braccia e lei ti bacia. Non sei più un ragazzino. Tua madre non può più darti amore. Adesso hai bisogno di una tua donna - Eva.
Che razza di libertà è quella che ti lascia andare sempre in montagna? Da solo in montagna, diventi un solitario, forse anche un introverso, un eccentrico, una figura tragica. Quando sarai sposato potrai sempre ancora andare in montagna. E adesso hai una donna che ti ama, che puoi amare, e tu idiota stai qui a martellare le pietre. La libertà totale non è la libertà più grande. Rinuncia a qualcosa, e riceverai di più. Spiega domani agli altri che non puoi più arrampicare, scendi in doppia. Racconta che hai avuto presentimenti di morte, o mal di pancia, o semplicemente che non vuoi. Non sei poi obbligato!
Se gli altri vogliono continuare, possono farlo anche in due. Io voglio scendere domani e sposare Eva. Cosa me ne faccio del Cap quando voglio l'amore?
Domani scendo.
E' strano, tu lotti sulla montagna, condividi tutto con il partner, la paura, lo sfinimento, parli molto, però in fondo non sai nulla dell'altro, proprio nulla. Sai che arrampica bene e come si comporta quando è in difficoltà o quando vola. Qui siedono due figure accanto a me con cui arrampicherò domani. Non sai nient'altro di loro, come loro non sanno niente di te. In questo momento ambedue mi sono estranei come robot.
Il mattino successivo arriva puntuale come le ferrovie tedesche. Tutti e tre siamo seduti nei sacchi a piumini e mastichiamo svogliati la nostra colazione.. Allora Reinhard, adesso spiega loro che tu non ce la fai. Aspetto ancora di aver finito la colazione. Richard e Sonny si preparano.
(...) Sono stato un asino a non dirlo già prima di colazione, adesso sarei già giù.
<< Ecco, ascoltate, devo dirvi qualcosa >>vorrebbe pronunciare la mia bocca, ma non esce una sola parola << Ecco, qui c'è la corda di recupero, hai le tue Jumar? Su, da bravo >>.
Automaticamente aggancio le Jumar e salgo. Che merda, sono il più grande degli idioti. Sto salendo El Cap quando invece mi voglio sposare. Prima sosta su staffe con tre chiodi, tutti collegati ma poco buoni. Tiro il sacco come un dannato. Dio mio, che lavoraccio, quando invece mi voglio sposare! Richard segue lungo la corda. << Richard, per favore, aiutami, questo sacco pesa tonnellate, da solo non ce la farò mai >>.
Richard è in piedi sulle fettucce delle Jumar e tiriamo con tutto il peso del nostro corpo. Improvvisamente -peng- rumore di ferri - e voliamo, sono usciti i chiodi della sosta. Adeso non hai più bisogno di sposarti, adesso Eva sposa un altro - frazioni di pensiero in millesimi di secondo. Non basta per formulare parole. E' da meravigliarsi quanto veloci precipitiamo verso l'abisso. Di colpo - zac - tintinnio di ferraglia - e picchiamo duramente contro la roccia. Siamo sempre ancora appesi alla corda, Richard sotto di me nelle sue Jumar, in qualche moschettone. Non riusciamo asd articolare nessun suono. Allora è così in fretta che si può morire. Vedo la faccia terribilmente contratta dio Richard, pallidissima, con una barba ancor più nera del solito. Ieri sera avevo ancora collegato la corda fissa superiore con quella inferiore, e così noi tre elefanti siamo caduti appesi a quelle corde che sono peggio di un elastico.
<< Bella sorpresa questa mattina. Se continua così, va a finire male per noi >> dice Richard che si è ripreso per primo dallo spavento. Sale di nuovo i 6 metri con le Jumar fino alla sosta e pianta altri chiodi. <<Sonny, è meglio che tu stia giù fino a quando siamo ripartiti >>.
Sonny, che potrebbe essere l'inventore dell'altoparlante, è perfino ammutolito. Adesso, Reinhard, prudenza estrema. Questa volta i chiodi tengono e il sacco di cento chili è stato recuperato. Agganciare le Jumar alla prossima corda fissa, salire, fare il cambio delle maniglie e recuperare il sacco. Dallo spavento ho dimenticato la mia voglia di sposarmi. Finalmente il sacco è su, lo fisso, la sosta è buona e si può perfino stare in piedi; segue Richard, poi Sonny. Esaminiamo criticamente i chiodi di sosta. Un fatto simile non deve più accadere, se no è forse finita per sempre con noi. Richard si mette al lavoro. Sonny fa sicurezza, io sono libero.
Pari a formiche, ritornano i pensieri tormentosi e inconcludenti, assaltandomi come una mela marcia. Adeso puoi dirglielo, adesso, dopo quello che è successo, dì semplicemente che hai paura di morire, racconta qualcosa di una premonizione, che non te la senti più.

( ...)Ma ora mi è venuta l'idea! La Jumar! Senza la Jumar non posso continuare, senza Jumar devo ridiscendere. Normalmente è impossibile perdere le maniglie, perché sono fissate all'imbragatura con moschettoni a vite. Tuttavia rimettendole sulla corda fissa per risalire dopo aver recuperato il sacco bisogna toglierle dal moschettone. E perché non potrebbe sfuggirmi una Jumar dalla mano? Potrebbe succedere. E' raro, perché le Jumar rappresentano qualcosa come un biglietto ferroviario verso l'alto. Ma c'è anche gente che perde il biglietto in treno. Improvvisamente la Jumar mi sfugge di mano e con fettuccia al vento vola giù per la parete.
<< La mia Jumar, la mia Jumar, mi è volata giù la Jumar dalla parete, che sfortuna, adesso cosa faccio? >>. - Cretino, sta attento, è giù sulla cengia dove abbiamo bivaccato! - mi grida Richard dall'alto. Maledetta Jumar, perché non è volata giù per tutta la parete? Mi calo per due lunghezze fino al Heart. Sopra di me vedo Sonny e Richard piccolissimi nel grande cuore di granito. Eccola qua, la maledetta Jumar, potrebbe almeno essere rotta. Non ne posso più di questa storia di scendere per sposarmi. Se la Jumar è rotta, scendo, se no, risalgo. Sono stufo di quest'altalena di tensioni. Le mie mani afferrano le Jumar, questa meraviglia di alluminio, non è rotta. Respirare profondamente, non si è rotto nulla, funziona tutto, incredibile!
<<torno su>> grido. La decisione è presa.