venerdì 31 marzo 2017

IL PILONE D'INVERNO

http://www.topo-montagne.fr/romans-montagne/4677-livre-flemattissime-de-robert-flematti-editions-guerin.html


1967. Una delle più belle salite invernali negli anni delle grandi invernali, nel cuore del Monte Bianco, lungo una linea fantastica lontana da tutti e visibile da molti. Una solida e forte cordata, due alpinisti, due uomini, due amici che hanno reso grande la Grande storia dell’Alpinismo.

IL PILONE CENTRALE DEL FRENEY      di Robert Flematti

Son già passati dodici anni dall’invernale del Pilone Centrale del Freney. La mia più bella salita invernale, sicuramente. E, malgrado il tempo trascorso che mi separa da quegli istanti privilegiati, più che le parole, che vanno a cadere anonimamente su queste pagine, come piccoli punti di riferimento su una parete, ancora mi resta il ricordo di sensazioni incomparabili. È un ricordo di gioie e di sofferenze per la conquista dell’inutile, della pienezza fisica che scaturisce dalla pace dello spirito e, forse di un assoluto eterno intuito non fosse altro che per qualche secondo … Tutto ha inizio infatti martedì 8 febbraio 1967. Da otto giorni siamo discesi a valle, da otto giorni attendiamo vanamente che il cielo si liberi dalle nubi.

Ma questa mattina, qualcosa sembra promettere un cambiamento. Lunghi squarci azzurri cominciano a dividere le nubi. Potrebbe essere buon segno … Nel cielo ben presto il vento del nord scatena la sua battaglia ed il blu non tarda a farsi strada. Ed è all’ora che René ritorna dall’ufficio della “meteo” e mi dice che possiamo contare su quattro o cinque giorni di bello sicuro. Pensavamo all’ora che potessero bastare … Questa volta il sacco mi sembra più leggero. Era solo la gioia, certamente. Ci affrettiamo per prendere la cabina delle tredici. Che avventura! Non cederei il mio posto per nulla al mondo. D’altronde chi vorrebbe sostituirmi? … dopo, può darsi. Ma ora … Ma “dopo”, sarà quando? E dove? Ci sarà soltanto un “dopo”? Io spero che ci sarà. Alle 18, riscopro con lo sguardo il Bivacco delle Fourche. Una notte profonda avviluppa il massiccio. Temperatura meno 15°. L’alba di mercoledì 9 è bluastra. Buon segno. Davanti a noi tutti i grandi itinerari del Monte Bianco, che fuma al vento come un vulcano di neve. E noi siamo soli, in questo mondo. La lunga marcia d’approccio fino al Col Peuterey ci spacca in due. Quando il passamontagna non ricopre interamente il viso, il riverbero cuoce la nostra faccia e l’aria glaciale la frusta ferocemente. La vita, così fragile e così resistente allo stesso tempo, per me ora non è che un insieme di bianco e di blu. Vado avanti … La crepaccia terminale sarà la nostra sala da thé, fatto con neve fusa. Ogni sorsata di calore mi ridà la vita. Ma dobbiamo fare in fretta. Molto in fretta. Sentiamo di non essere più molto lontani dal colle. Sul finire del pomeriggio, raggiungiamo la nostra meta. Il Pilone è sempre là, sempre così bello. Ma ora è irriconoscibile. Una corazza di neve e di ghiaccio l’ha reso ancor più gigantesco. Dovremo combattere una lotta ancor più dura del previsto … Giovedì mattina, un freddo mordente ci sveglia. Ma il freddo è compagno del bel tempo. Allora … Dopo il thé all’acqua di neve con i biscotti, ghiacciati ancor prima di averli inghiottiti, la partenza avviene non senza qualche difficoltà. Dopo la terminale, ci troviamo direttamente ai piedi della parete. Ed è là che ci prepariamo ad attaccare, prevedendo un impiego notevole di chiodi, a causa del ghiaccio che ostruisce le fessure. Infine, si comincia. René passa in testa. Sale molto lentamente. Comprendiamo immediatamente che la parete non si lascerà vincere tanto facilmente. Io resto là, immobilizzato dal gelo. Attendo. Gli occhi fissano la corda rossa che sale dolcemente. Per ora il morale tiene bene, non filtra alcuna debolezza. Sono chiuso nei miei pensieri, ma cerco di non evadere troppo lontano. “Robert, sono arrivato!”. Due parole. Può sembrare idiota, ma su questa parete due parole contano … “Vengo!”. A mano a mano che salgo, mi tocca il compito ingrato di disfare la trama che il mio compagno ha così faticosamente tessuto. Mi impongo di non lasciare nulla in parete. Ormai tutto è divenuto troppo prezioso … Mi ferisco leggermente alle mani, ma il calore lentamente ritorna nel mio corpo dopo l’immobilità assiderante. Passiamo tutta la notte seduti su una piccola cengia, la posizione ci rende le gambe insensibili. Non dormo molto. Tuttavia, all’alba, una gioia indicibile mi pervade. Tutto il mattino se ne va nel superamento di alcuni muri, che, facili in estate, divengono pressoché insormontabili con la neve e il ghiaccio. Saremo saliti soltanto di 40 metri. Renè decide allora di spostarsi più a destra. Lo strapiombo, evidentemente è sgombro dalla neve e dal ghiaccio. Ma la mancanza di materiale adatto ci ritarda considerevolmente. Alle 17, il mio compagno raggiunge un buon punto di fermata. È perfetto come punto di bivacco. Io lo raggiungerò  molto più tardi; il mio compito è quello di recuperare il materiale in parete. Il buio mi sorprende in piena azione, ma la lampada frontale è giù nel fondo del sacco. Tanto peggio. Piombo nell’oscurità totale e raddoppio le energie per non subire l’angoscia data dal passaggio impressionate che sto superando. Cotto, sono completamente cotto! … L’indomani, al mattino, diamo inizio al nostro terzo giorno di scalata. La base della Chandelle non è che a 150 metri. Altrove, sarebbe niente. Ma qui, il tratto sembra veramente insuperabile. I primi trenta metri se ne vanno in fretta. Ma dopo, i famosi 150 metri mi sembrano allungarsi come un elastico. In certi tratti, passeremo delle ore a martellare la roccia per liberarla dalla neve e dal ghiaccio. Infine, tocca a me. Salgo lentamente sui gradini insidiosi, attento ad ogni trappola. Arrampico senza provare la sensazione vertiginosa di vivere in verticale … E poi la Chandelle è là, davanti a me. Non ci resta che percorrere un’affilata crestina di neve che ci condurrà ai suoi piedi. Ci vorranno due ore per venire a capo di questo passaggio aereo e senza assicurazione … Sul momento non riesco ad immaginarmi la traiettoria di un’eventuale caduta … È in quel momento che un elicottero comincia a volteggiare intorno a noi. Quando scompare, portandosi via quel rumore metallico che tuttavia aveva portato calore ai nostri cuori, mi sembra che la terra intera ci abbia dimenticati tutto d’un colpo. E devo confessare che mi son venute le lacrime agli occhi. Ma il cielo si va velando sempre più. Per guadagnare tempo, decidiamo di salire anche di notte. Sfortunatamente le
nostre lampade frontali si esauriscono ed il progetto finisce già alla prima lunghezza di corda. Ritorniamo al punto di sosta. Per un istante pensiamo seriamente ad una ritirata. Ma riflettendo bene, tenendo conto delle condizioni meteorologiche del momento, una ritirata sarebbe suicida. Siamo ormai giunti al punto dal quale non si ritorna. La vetta non è lontana. Ora la neve cade, lentamente e dolcemente. La notte, meno fredda, è quieta. Tuttavia stiamo subendo una sorta di annientamento fisico e morale. Domenica mattina, una schiarita miracolosa, ci lascia intravvedere la Chandelle. Attorno ad essa le nubi si formano e svaniscono sotto la sferza del vento del nord, che ricomincia a frustarci la faccia. Siamo veramente provati. Ora il vento ha completamente spazzato la parete, che si offre ai nostri occhi completamente sgombra dalla neve. Verticale, rossastra, resta nondimeno molto impressionante. Cerco di concentrarmi al massimo, per reagire alla fatica che mi annebbia. Ma l’eccitazione si impadronisce di me a mano a mano che le difficoltà vanno attenuandosi. A parte i colpi del martello, non vi è un rumore che non sia il monotono lamento del vento. La notte comincia a cadere. Sento che sto per sfinirmi, ma voglio tener duro. Per l’ennesima volta, devo cambiarmi i guanti. Le mie dita, quando vengono a contatto con la roccia, mi fanno soffrire. E poi, tutto d’un colpo: “Robert, la vetta! … Sbrigati, che qui si gela!”. Strappiamo la vittoria al buio della notte. Siamo talmente presi dall’ansia di andare avanti che il “momento di gioia” non ci sarà per questa volta. Ora non vi è assolutamente tempo per vivere il nostro premio di eternità. Ma è impossibile bivaccare. Non vi è posto per sistemarsi e la vetta, esposta ai quattro venti, non permette certo di fissare la tendina. Piazziamo pertanto una corda doppia per attraversare fino alla breccia sottostante, che ci offrirà un riparo più sicuro. René scende per primo. Io resto da solo con i due sacchi. Comincio questa corda doppia in condizioni spaventose. Un sacco davanti ed uno dietro, discendo annientato dal carico e sballottato dal vento. Avanzo nel buio più profondo della notte, come un fantoccio senza vita, sbattuto qua e là. Mi chiedo veramente cosa ci sto a fare qui … Infine, arrivo. Il fondo della breccia non è certo migliore. Ma, ad ogni modo, la fatica non ci permette di andare più lontano. A stento riusciamo a fermare il telo della tendina sotto le nostre cosce e poi a tirarlo sulla testa, bloccandolo dietro la schiena. Per tutta la notte rimarremo aggrappati alla sicurezza data dalla protezione dell’esile telo. Soprattutto, cercare di non dormire, per evitare che la bufera ci strappi il nostro fragile riparo. E come contorno finale, nulla, neanche una caramella, nulla da mangiare. E non ci resta neanche il coraggio per parlare. Lunedì mattina il vento soffia sempre. Temperatura meno 30°. Sarà uno dei risvegli più crudeli della mia vita. Tuttavia non possiamo restare là. Il freddo ci esaurisce. Decidiamo di alleggerirci abbandonando chiodi, corde, martelli e caschi. Ed è in queste condizioni che raggiungeremo la Cresta di Brouillard che più tardi ci condurrà alla vetta del Monte Bianco.

Tratto da: Rivista della Montagna

mercoledì 29 marzo 2017

FRATELLI



DUE FRATELLI, UN MITO, UNA PARETE VIA DIRETTA SULLA EST DELLE GRANDES JORASSES
  
di Fabio Delisi

La parete est delle Grandes Jorasses è là in tutta la sua bellezza selvaggia a guardarti mentre risali timoroso il ghiacciaio del Fréboudze. Ma questa vicenda, nata tra le pieghe di una mente fantasiosa, è frutto dell’immaginazione e termina su di una cresta oltre la quale lo spazio e l’aria non sono più occupate da cime. Si potrebbe trasferirla in qualsiasi altro luogo e non muterebbe nulla. Quante volte ho sentito parlare di questa parete; e quante volte ne ho letto e visto foto! Una parete su cui Gervasutti ha firmato un arditissimo tracciato ripetuto da poche e forti cordate che confermarono il valore e la bravura del “fortissimo”. E poi una via recente sull’estrema destra, aperta dall’ormai famosa cordata francese Boivin-Diaferia. Tutti questi erano ottimi elementi per costruire in me il fascino del mito. Mi ponevo essenzialmente un problema: perché non era stato preso in considerazione il grande diedro centrale che ne segna la linea pura e diretta e il logico itinerario di salita alla parete? Qualcosa ci doveva essere sotto e le poche foto che mi giravano per le mani non erano sufficienti a darmi una risposta. Bisognava andare a vedere. Era un’attrazione troppo forte e il rischio di fare un buco nell’acqua molto grande. La zona di placche al di sopra del diedro, chiuso da un tetto e gli strapiombi finali erano probabilmente la chiave di risposta ai precedenti ripieghi verso la destra e la sinistra della parete. Pensavo comunque che con un po’ di tecnica di arrampicata in aderenza e riuscendo a trovare un punto debole negli strapiombi l’itinerario diretto sarebbe stato possibile. E così a meta agosto, con Cristiano, incomincio a camminare sotto pesanti zaini verso il bivacco Gervasutti. Ero contento di aver trovato in mio fratello un compagno disposto a condividere questa avventura. Da molto tempo ormai non riuscivamo più a compiere ascensioni insieme, nonostante i vari progetti e questo era già un motivo di gioia; e poi conosco il suo entusiasmo pronto a dividere rischi e divertimenti senza delegare nei momenti decisivi, come spesso mi è accaduto con altri compagni. La sera il bivacco è pieno; una cordata di Ivrea andrà sulla via di Gervasutti, mentre altre andranno sulla Petites Jorasses. Una notte in bivacco come ormai se ne sono avvicendate tante. Nell’attesa di partire si prega di fare silenzio ai soliti chiacchieroni, che parlano di mare e di belle ragazze e ci si gira nelle coperte chiedendosi cosa succederà. Alle due di notte siamo fuori sul ghiacciaio e per tre ore vaghiamo nel reticolo di enormi crepacci fino a giungere al Col des Hirondelles. Una nebbia fittissima non ci permette di vedere nulla, per cui decidiamo di infilarci nei sacchi piuma e riprendere il sonno interrotto, aspettando un po’ di visibilità. Verso le nove Cristiano mi chiama e mi mostra la parete indicandola con un dito. Ci pesa sulla testa con tutta la sua dimensione di proporzioni e di mistero, accresciuto da sbuffi di nebbia che persistono in vari punti. Decidiamo di attaccare. Risaliamo lo zoccolo per un pilastro sulla parte destra del canale, che scarica a tutto andare. Questo zoccolo sovrastato da una cengia a forma di V si rivelerà più difficile e complesso del previsto. Sulla cengia lasciamo tutto il nostro materiale da bivacco e attrezziamo il tiro seguente, bellissimo. Difatti qui inizia un’alternanza di stupendo granito grigio e rosso che ci accompagnerà fino alla cresta sommitale. Caliamo e ci prepariamo a bivaccare. Ci sistemiamo attorniati da un’orgia di colori, con il più bel panorama che nessun Grand Hotel abbia mai potuto riservare. Il Grand Combin, il Cervino e il Rosa si stagliano su uno sfondo azzurro, arrossato dal sole del tramonto, ripagando di ogni scomodità. Ma poi di quale scomodità sto parlando, sistemati in caldi sacchi piuma, con il cibo e un magnifico programma per il giorno seguente? Con l’ultima sigaretta scivoliamo nei sogni, in questo sogno. Il mattino dopo Cristiano risale a jumar le corde fisse e mi recupera. Con una traversata per portarsi nel gran diedro inizia realmente la nostra avventura nell’ignoto del cuore di questa parete. Un altro bellissimo tiro nel fondo del diedro e poi Cristiano incomincia il suo spettacolo acrobatico, roteando, slanciandosi e piantando chiodi sotto il tetto. Un breve tiro, ma di artificiale sostenuta e siamo sulle placche sopra il diedro. Attacco deciso una fessurina verticale, traverso a destra, supero uno strapiombo e sono alla base di un sistema di diedri che ci porteranno sotto la fascia strapiombante. Roccia stupenda, arrampicata elegante e difficoltà di ordine classico! Chi se lo sarebbe mai aspettato? Gli zaini continuano a roteare nel vuoto poiché li recuperiamo a suon di jumar, almeno uno il più pesante, ad ogni tiro. E questo ci fa perdere abbastanza tempo, ma non ci importa; si sta bene qui, su questa parete ci divertiamo e non abbiamo alcuna fretta. Superiamo i diedri. Quinto, quinto superiore, un po’ di artificiale e ci ritroviamo sulla cengia detritica sotto gli strapiombi. Trovata una fessurina, ecco Cristiano che si esibisce ancora; dondola, qualche imprecazione, un cooper-head, un gancio, qualche lametta schifosa ed è fuori. Durante questa danza schiodo la sosta per mandargli qualche chiodo, perché ormai cominciano a scarseggiare. Una lenta e calda traversata nella luce del tramonto, su placche appoggiate, ci porta verso il secondo bivacco sulla cresta terminale. Al mattino si era rotto il fornello; non siamo più in grado di preparare bevande e per calmare un po’ la sete è tutto il giorno che mangiamo prugne californiane. Gli effetti esplosivi si scateneranno durante la sera e il mattino seguente. La discesa dalla punta Walker sembra eterna. Ma presto siamo giù, in Val Ferret. Il mio sogno, quell’dea di una diretta si è già dissolta nel caldo del pomeriggio, quando chiediamo un passaggio per Courmayeur e nell’ilarità della sera tra il vino e i racconti.

Grandes Jorasses parete Est Via diretta dedicata a “Groucho Marx”, arrampicata in libera con alcuni tratti in artificiale, che supera direttamente la parte centrale della parete, seguendo come linea generale il gran diedro chiuso da tetto, le placche sovrastanti e gli strapiombi finali. Sostenuta nei trecento metri centrali 800 metri, ED, difficoltà fino al 5+/6°, tratti di A3.
Fabio e Cristiano Delisi ( A.G.A.I.), il 13-14-15/8/’83.
Per gentile concessione di: Fabio Delisi
               

lunedì 27 marzo 2017

PER IL "DOPO" C'E' SEMPRE UN "PRIMA"


Mastro Geppetto e alcuni dei suoi "utensili" ...  Grande Delfix

all'opera!


E poi, arrivi alla base, indossi l'imbragatura e cominci ad arrampicare, non ti curi molto di quel che vedi, sai per certo che devi salire o, provare a salire, sei sicuro che lassù, dopo i tuoi 20, 30 metri una sosta a prova di bomba ti aspetta ... scendi e risali, così fino a quando le braccia non diventano dure. Accanto a te c'è un bel ragazzo, uno di quelli che sicuramente si tengono, molto più giovane di te, probabilmente per il solo fatto di essere o, tu nato prima o, lui arrivato dopo. Sta fumando mentre assicura un altrettanto bella ragazza, il fatto di quando lei sia nata, conta poco, i suoi pantaloncini aderenti per i tuoi occhi non richiedono anagrafe.
C'è parecchia gente oggi qui in "Disco", la falesia attrezzata e "curata" dal Delfo .... ci sono le difficoltà per tutti e qui arriviamo al nocciolo di questo breve scritto.
Tutti dovrebbero averne cura.
Il ragazzo spegne la sigaretta non del tutto fumata ( ai miei tempi con tutto quel tabacco sprecato potevi farti ben tre sigarette "speciali" ...da condividere!) schiacciandola contro il sasso ... che ovviamente non sente dolore. Poi la getta per terra ...
Io che non fumo, che non bevo, che per non lasciare in giro carta igienica scelgo le foglie migliori 😀😃, sento quei peli striminziti che mi rimangono sulle braccia ...rizzarsi di colpo!
"Ei amico? ... la sigaretta lì .... non ci deve stare!"
Che bello essere dotati di un tono da Soprano, le cose non sempre le devo ripetere due volte, il fisicato  accoglie la mia richiesta senza controbattere e si mette la sigaretta nello zaino.

Delfino Formenti ci ha regalo falesie "umane", dove arrampicare vuol dire divertimento senza fracassarsi le caviglie ... penso che gli si debba rispetto ...le sue/nostre rocce vanno rispettate. Ultimamente Lui e Fabio Valseschini stanno "sistemato" il vecchio e mantenendo il nuovo...
In Antimedale sono rinate e nate nuove vie, ma non si sono "pulite" da sole ... Sigarette, fazzolettini, pannolini, bottigliette .... portiamocele a casa, perché la fatica altrui se rispettata non è altro che beneficio per tutti. Ce ne fossero di "personaggi" così, personaggi "strani", "solitari", "originali" ... ma indispensabili. 
Grazie Delfo, Grazie Fabietto ...

Mastro Geppetto 😀 si prende cura anche della base ...il "nuovo" appoggio in Discoteca





IN DISCOTECA



.... e i pantaloncini aderenti della ragazza? ... belli, belli davvero ... ce ne fossero di pantaloncini così!



domenica 26 marzo 2017

SERATA LIBRO



Io sarò presente perché il libro mi è piaciuto, e ne approfitterò per farmelo autografare, quasi a rendere il libro ancora più "importante". Un alpinista vero, un alpinismo puro, a volte difficile e sicuramente faticoso ... un alpinismo di altri tempi, per cui varrebbe la pena fermarsi un attimo rallentando l'attuale facilità ....
Ci vediamo😉


venerdì 24 marzo 2017

CIAO SIC



A Lecco oggi piove, però pioveva anche ieri .... ma verso di là, di là dopo Brescia è un po' meglio ... Il venerdì è un giorno lavorativo, ma di qua, dove abito io non sempre è così ... e ci troviamo alle 7,30 a Bergamo.
Che città fantastica Bergamo, la sera in estate se ci si alza un po', non tanto, solo un pochino (Bergamo Alta) e si vede la pianura illuminata, nelle antiche vie la gente passeggia, e c'è pure un sacco di .... quando si era cacciatori la si chiamava "selvaggina", ora semplicemente, un sacco di belle donne!
E' bella anche Brescia, ma non è la nostra citta, ci passiamo sempre velocemente per andare verso quelle rocce che tanto amiamo, che cambiano col tempo come noi ma con le stagioni rimangono uguali, primavera Arco, estate Dolomiti ... poi però andiamo anche ad ovest, ma lì l'autostrada costa sempre di più!!
A Brescia oggi c'è il sole, non tanto però, velato e poco appariscente ... ma noi proseguiamo.
Il "Dottore" è reduce da un altra "festa" ... quel tipo di feste che al mio paese non si fanno al Giovedì, ma il mondo va veloce e le regole con le tradizioni non ci sono più!!!
Quattro passi in discesa e siamo sotto la Parete Rossa di Castel Presina ... dobbiamo solo scalare, non è che siamo proprio forti, ma nemmeno tanto scarsi, ci arrangiamo, facciamo del nostro meglio, quello che facciamo è semplicemente divertirci, con delle regole che non rispettiamo più!
"Ciao Sic" è un omaggio ad un giovane campione, "Ciao Sic" è una bella linea diretta ricca di appigli e appoggi su roccia fantastica e ben protetta ... piacevole da scalare, ottima per scambiarci discorsi😋
Il primo pomeriggio sono di nuovo a Lecco ... a Lecco oggi piove ma ...chissenefrega!!!

http://www.gulliver.it/itinerario/58194/











giovedì 23 marzo 2017

5 GIORNI SUL MONTE BIANCO

Di Lafaille ricordo uno sua serata a Lecco, oltre 500 diapositive commentate ad una ad una ...grande alpinista, grande alpinismo. Devo confessare che da quella sera, quando una "serata" supera l'ora, io scappo!!




JEAN-CHRISTOPHE      di Piero Tirone   Tratto da ALP febbraio 1992

Le salite in solitaria sembrano il genere a lui più congeniale. Ancora meglio se è possibile realizzarle in inverno. Per Jean-Christophe Lafaille, il francese che l'estate scorsa ha messo a segno uno straordinario concatenamento aprendo due nuove vie sul Grand Pilier d'Angle e sul Pilone Centrale del Freney, le prime solitarie rappresentano il pezzo forte del suo curriculum. Basti pensare a Reve de Gosse alla Roche des Arnauds, finora primo e unico 8a+ in solitaria integrale, o della Divine Provvidence al Grand Pilier d'Angle, una delle vie più dure di tutto il massiccio del Monte Bianco. In inverno Jean-Christophe ha realizzato le prime solitarie delle vie Bonatti e degli Svizzeri al Grand Capucin e, sempre in solitaria, ha percorso la parete sud dell'Aiguille du Fou. Con un back-ground del genere, Lafaille ha potuto affrontare con una certa tranquillità un'impresa che, al di là delle capacità tecniche, richiede uno straordinario equilibrio psicologico.
La performance ha preso l'avvio l'11 di agosto 1991. Dopo aver pernottato al bivacco Ghiglione, Jean-Christophe ha raggiunto la base del Grand Pilier d'Angle. Su questo gigantesco triangolo di granito, che si innalza nel cuore della Brenva per 900 metri, sono state scritti alcune delle pagine più brillanti della storia dell'alpinismo contemporaneo. Tutti i grandi si sono cimentati sulle sue pareti aprendo una serie di vie straordinarie. Da Bonatti a Gabarrou, da Boivin a Piola, da Cecchinel a Bouchard. E proprio sulla parete sud-est Jean-Christophe aveva già messo a segno una sorprendente performance riuscendo a percorrere da solo la Divine Provvidence, via aperta nel 1984 da Gabarrou e Marsigny, unanimemente riconosciuta come la più bella e difficile. Questa volta Jean-Christophe ha attaccato la parete non molto distante dalla Divine Provvidence. Per un'intera giornata è salito lungo una linea retta in direzione della vera incognita della salita: la Torre Rossa, un sistema di placche compatte che chiude l'accesso alla parte superiore del Grand Pilier d'Angle. Dopo un bivacco Lafaille ha attaccato la parte più impegnativa dell'ascensione. Dapprima una lunghezza di 6c, poi tratto in artificiale molto duri. In uno di questi un chiodo piantato in una fessura svasata non ha tenuto. Per fortuna la caduta non ha avuto esiti negativi, così Lafaille ha ripreso a salire portandosi con un pendolo vicino alla via Bonatti. Più in alto ancora un tiro di 6a, quindi nuovi tratti di A3 e A4. Dopo un altro bivacco, il giorno successivo Lafaille è vicino alla sommità della Torre Rossa. Ancora una lunghezza di 6b/c, e una in artificiale, poi un tratto di misto che lo ha condotto alla vetta.
Qui ha recuperato un sacco che, oltre a vestiti e viveri, conteneva l'ultimo bollettino meteo. Confortato dalle previsioni favorevoli è sceso sul versante Freney fino alla base del Pilone Centrale. Così ha avuto inizio una nuova salita. Un'intera giornata di arrampicata, con tratti di 6c e A2, è necessaria per raggiungere la base della Chandelle. Qui si impone un altro bivacco. Poi, il giorno seguente, il tratto più esaltante della salita. Una stupenda lunghezza di 6c (forse il 6c più alto d'Europa) conduce Lafaille sulla sommità del Pilone. Ancora un bivacco e finalmente il giorno 15 Jean-Christophe si avvia alla conclusione del suo exploit. Dopo aver attraversato le cime del Monte Bianco, alle 17 raggiunge l'Aiguille du Midi, giusto in tempo per scendere a Chamonix con l'ultima teleferica.
Con queste due vie, Une autre monde sul Pilier d'Angle, e L'ecume des jours sul Pilone Centrale, Jean-Christophe ha dimostrato che è ancora possibile "inventare" grandi imprese che si collegano allo spirito classico dell'alpinismo.
<< Salgo in sicurezza anche nei casi estremi - ha confessato Lafaille - e inoltre non subisco pressioni di nessun genere, né dagli sponsor né dai media. Credo che sarebbe molto pericoloso monetizzare l'exploit e farne un mezzo di guadagno >>.
E' con la rilassatezza che gli deriva dall'essere pienamente padrone delle sue azioni, che Jean-Christophe ha realizzato la sua impresa in cinque giorni. Un tempo relativamente breve se rapportato alle difficoltà. Ma Lafaille non è un maniaco della velocità.
<< La diretta americana ai Drus in 3.30 ore? Per me non è un exploit - a sostenuto - Preferisco le realizzazioni a vista! >>.

martedì 21 marzo 2017

ACCOMULATORE COMPULSIVO


"La disposofobia (o disturbo da accumulo, accumulo patologico seriale, accaparramento compulsivo, mentalità Messie o sillogomania) è un disturbo mentale caratterizzato da un bisogno ossessivo di acquisire (senza utilizzare né buttare via) una notevole quantità di beni, anche se gli elementi sono inutili, pericolosi o insalubri. L'accaparramento compulsivo provoca impedimenti e danni significativi ad attività essenziali della vita domestica: mobilità, alimentazione, igiene (del corpo e degli spazi) e riposo.
Non è chiaro se l'accumulo compulsivo sia un disturbo isolato o piuttosto un sintomo di un'altra condizione, come il disturbo-  ossessivo-compulsivo. https://it.wikipedia.org/wiki/Disposofobia"

Anche io SONO (come molti Miei amici) ...malato!
Libri, zaini, caschi, chiodi, piccozze ... una malattia che mi è stata diagnosticata a 16 anni, quando ho iniziato con la montagna.
PERO' NON MI SONO MAI CURATO!

































..queste sono solo alcune foto della mia malattia ....

"Pronto Ivo, come stai?... senti, un amico ad un asta di beneficenza ha acquistato un reggiseno di Penelope Cruz, so che tu sei un suo ammiratore da anni ... vuole vendermelo, secondo te merita?"

"Se lo compri me lo rivendi a me che ti do le mutandine usate da Madonna nel concerto di Torino!"

W le passioni e W il collezionismo ....compulsivo!!!!