sabato 29 aprile 2017

ERA ORA ...



Era ora  ...
Oggi siamo stati ad arrampicare ad Arco, bello come sempre, potrei dirvi dove ma non mi va, sì perché oggi ho trovato uno dei libri che aspettavo ... il resto sono gesti e movimenti.
L'ho visto in vetrina, tanta gente intorno a me, ma ero solo ... solo con i miei occhi imbambolati su quel libro mischiato a tante "simili" e aggiornate guide. Stasera inizio a leggerlo, tra poco lo finirò e sono felice ... lo aspettavo e ora ce l'ho!
La storia per andare avanti deve essere scritta senza cliccare troppi "mi piace" ...la storia per essere vera deve stagionare.
Oggi sono stato con un Amico ad Arco ad arrampicare e finalmente l'ho trovato, finalmente c'è!
BUONA LETTURA

venerdì 28 aprile 2017

QUANDO BASTAVA UNA SEMPLICE TELEFONATA ...



UN CAPODANNO SUL BIANCO    di Giorgio Passino

Patrick telefona proprio la sera di Capodanno. Mi chiede se voglio partire assieme a lui quella notte stessa per una prima invernale. Un po' stupito, non ci penso molto e dopo un attimo acconsento: sarà quello su in montagna il mio vero Capodanno. Sono le 20.30, e in fretta e furia stilliamo il programma di massima. Partiremo la mattina alle 9: la meteo continua ad indicare "beau fixe" e, a parte lo zaino enorme, da spavento, non dovrebbero esserci problemi. L'itinerario? Lo sperone salito nell'agosto del 76 da Dominique de Frouville e Jean Perroudeau con Bernard Domenech e Claude Jaccoux. Una via che la "Vallot" definisce <<magnifica, alta 1100 metri, comparabile alla Sentinella Rossa ma meno esposta>>. Per arrivare all'attacco dello sperone la strada è lunga. Dal Gonella occorre scendere sul ghiacciaio del Dome e superare un grande couloir di oltre 800 metri che dà accesso al plateau superiore del ghiacciaio del Monte Bianco.
Dopo una lunga marcia di avvicinamento, alle 17 arriviamo al rifugio Gonella, e c'è giusto il tempo di sistemarci e scaldare qualcosa. Poi viene buio. Buonanotte Patrick.
La sveglia suona alle 2.30. Occhi gonfi. Pensiero rivolto alla salita che si preannuncia faticosissima. Mezz'ora dopo siamo in marcia. Risaliamo gli 800 metri di canale che ci porteranno sotto i seracchi sospesi del Monte Bianco. Attraversiamo di corsa l'unico punto pericoloso di tutta la parete e poi via verso il pilastro.
Saliamo sicuri, un tiro dopo l'altro. Gli zaini non ci permettono certo di correre, ma noi non abbiamo pensato a leggerezza e velocità. Davanti a tutto abbiamo messo la sicurezza e cerchiamo di goderci con calma quel che sta intorno a noi. Usciamo in vetta nel pomeriggio inoltrato, alle 15.30. Il freddo morde il viso, il panorama è stupendo. Scopriamo di avere entrambi un desiderio: dormire alla capanna Vallot solo per il piacere di essere lassù e contenti di avere iniziato l'anno in maniera fantastica.

Tratto da: Rivista della Montagna Luglio 1989

http://ivoferrari.blogspot.it/2017/03/il-pilone-dinverno.html
http://ivoferrari.blogspot.it/2017/01/linimitabile-opera-darte.html

mercoledì 26 aprile 2017

IL CHIODO DI EMILIO





Io, mica l'ho conosciuto, conosco le sua gesta tramite la lettura, e ... il passaparola. Salendo la Nord della Lavaredo da ragazzo, ho toccato i suoi appigli, ma quelle prese erano già ampliamente"toccate" e non mi era riuscito d'incontrarlo ... Mi capitava spesso d'arrampicare in solitaria e spesso pensavo a Lui tutto solo sulla Grande nell'epoca in cui la "differenza" non era cosa comune.
Sullo Spiz Picciol nell'elegante e maestoso gruppo dell'Agner c'è un altrettanto elegante e tetro camino che solca diretto verso il cielo il lato sinistro dell'intera parete.E' una via di Emilio Comici e Giorgio Brunner, dimenticata e lontana dalla "storia" del classico arrampicare. I camini non piacciono a tutti.
Con Mauro, importante Amico da oltre vent'anni, custode di un'intera Valle, siamo alla base dell'evidente camino, ci siamo arrivati sudati e curiosi, centinaia di passi sono serviti prima di riuscire a cambiarsi le fradice magliette al cospetto dello Spiz Picciol, che proprio piccolo non è!
Sotto, sopra, ai lati, solo ombra e silenzio, dopo Comici e Brunner all'interno del camino non e' più transitato nessuno. Sono sicuro, lo sento e ancor più lo voglio, che troveremo la loro traccia di passaggio. Salgo la prima lunghezza con lo sguardo rivolto all'insù, a nord, nei camini rivolti a nord, il sole non entra mai, e se ci riesce lo fa timidamente e già parecchio stanco, i generosi appigli sono bordati dal classico lichene ( scusatemi se non uso il termine giusto, la mia ignoranza è difetto non pregio). Mentre recupero Mauro cerco ma non trovo ... Vado spesso a funghi, a volte li sento ancor prima di trovarli, ma oggi sento ma non trovo ..


" Ivo, l'ho trovato!" Queste parole aiutano il mio sangue a correre più velocemente, grande, grandissimo Tango, io sento e tu trovi! Che super coppia che siamo. 😊  Un chiodo di Emilio!!! La salita procede tra difficoltà gestibili aiutati dal fatto che per le difficoltà ci siamo sempre preparati in modo naturale ...  a letto quando si vuole, mangiando di tutto e "dove vien duro vale tutto" 😊.
Ora il chiodo di Emilio non si trova in un museo Cortinese ma appoggiato ad un enorme sigaro nella vetrinetta all'interno della Locanda Col di Pra, punto di partenza e ritorno da interminabili giornate ... La visita è gratuita se siete in zona!😉


La via fino ad oggi conta due sole ripetizioni ...

BUONE ARRAMPICATE

martedì 25 aprile 2017

IL MURO NASCOSTO

EVEREST

Questa è una storia facile da raccontare, quelle difficili non mi piacciono e richiedono troppo lavoro al mio piccolo cervello. Un mese fa è morta la "Chicchi" simpatico e tranquillo cagnolone di "famiglia". I bambini lo hanno immediatamente sostituito con "Everest", ovviamente prima ci sono state giornate di musi lunghi e altrettanto lunghi pianti.

"Papà, dobbiamo dedicare una via alla  Chicchi e ad Everest"

Mi fermo sempre durante le sgambate lungo il sentiero dei Pizzetti ad osservare la placca nascosta ... Li tagliando, e pulendo



 può uscire qualcosa! Ho ancora diversi fix e piastrine, Delfino http://ivoferrari.blogspot.it/2017/03/per-il-dopo-ce-sempre-un-prima.html me ne procurati altri, Giovanni dello Sherpa http://www.sherpaonline.it/ mi regala due lucide soste...e su e giù nascono da sinistra a destra


 Everest: 5 grado

Galli 85 (via Spreafico) : 5 grado

Passi nel vuoto: 5+

Jade: 6-

Chicchi:  5+

Fanny (da terminare)
...le gradazioni sono come tutte le cose ...soggettive, ma più o meno dovrebbero essere giuste
su Galli 85


sui 25 metri di Everest



il muro di Fanny... in fase di lavoro




Sulla placca esisteva una vecchia linea che ho chiamato Galli 85 pensando fosse quella riportata sulla guida delle Grigne ...Il mistero ora è stato risolto da Dario Spreafico (Pepetto) che ha scoperto, che gli spit sono stati messi da suo Fratello molti anni fa, ho sostituito gli usurati spit...su Everest all'inizio della fessura ho trovato un chiodo anni 30 DA SUPER COLEZZIONE!!! Figlio di un audace modo di salire le roccia...

Il Muro nascosto si trova poco prima di prendere la variante del canalone ai Pizzetti...arrivando dai "girelli" sopra i Frati una volta giunti ai cartelli indicatori, basta guardare diritto tra le piante, il sole ve la mostrerà.

lunedì 24 aprile 2017

PURO GODIMENTO ...


E' sì! io non l'avevo ancora fatto, di traverso non mi da problemi, ma ... l'acqua sotto, tanta acqua, quella mi procura "paura" e "insicurezza" da sempre.... e poi i Gabbiani Enormi che sull'ultima lunghezza hanno giocato con me ... l'insicurezza l'avevo superata, ma loro, i Gabbiani, mi hanno messo davvero paura! ... il resto è una super linea classica che non avevo ancora fatto e che grazie al Dottore ho fatto.
SUPERDIVERTIMENTO!!!











buone arrampicate

sabato 22 aprile 2017

GAMMA 1


GAMMA 1

Il giorno 17-04-2017 siamo andati al parcheggio di Erna. Mia sorella e mia mamma sono saliti al passo del Cammello fino ad Erna.
Mentre io e mio papà abbiamo fatto la Gamma 1.
Dal parcheggio siamo saliti all'attacco della via ferrata Gamma 1, ci siamo imbragati, messi il set da ferrata e siamo partiti di buon passo.
Siamo arrivati alla prima scaletta verticale, mio papà era davanti e mi teneva assicurato con la corda. Siamo saliti ben assicurati fino alla fine del primo pilastro dove c'erano 2 madonnine. Ci siamo riposati e siamo ripartiti. Il secondo pilastro comprendeva oltre a scale e catene, un ponte composto da una corda sotto dove bisognava appoggiare i piedi e una corda sopra dove bisognava tenersi stretti con le mani e agganciarsi con il set da ferrata.
Arrivati alla fine del secondo pilastro c'era un normalissimo ponte e poi il terzo pilastro: 5 scale veloci ma verticali.
Siamo arrivati alla croce dove ci aspettavano mia sorella e mia mamma. Poi siamo scesi in funivia, abbiamo mangiato e siamo tornati a casa.
Dario Ferrari







mercoledì 19 aprile 2017

BARBIER


Volevo scrivere di Barbier, ma non sarei riuscito a scrivere meglio di chi ha già scritto, quindi mi permetto di riproporvelo, alla fine trovate il link per un eventuale visita ad altri scritti. ivo

BARBIER

Rifugio Locatelli, 24 agosto 1961. Mattina presto, i meteo del tempo ci dicono che faceva caldo, l’ideale per arrampicare. Alle quattro e mezzo del mattino, un giovanotto di 23 anni, in blue jeans, si incammina alla base della Ovest di Lavaredo. Si chiama Claude Barbier e non sa, nemmeno immagina forse, che 13 ore dopo sarebbe diventato culto dell’alpinismo dolomitico. Poche settimane prima, il 28 luglio, ha realizzato la prima solitaria alla Andrich-Fae in Civetta, e pochi giorni prima, il giorno dopo ferragosto, ha aperto una nuova via, la Direttissima alla Cima d’Ambiez in compagnia di Toni Masè.
Ma oggi … nella sua testa solo la rabbia, forse, di essere arrivato tardi. Un nuovo itinerario sulla Grande, questo aveva pensato, ma qualcuno l’ha preceduto, capitava spesso al tempo. Camminando verso la nord ha in testa un solo obiettivo: la Cassin alla nord della Ovest, magari anche la Comici alla nord della Grande, poi chissà … Un’avventura mozzafiato, temeraria. Due vie che ha già realizzato in solitaria nel settembre del 1959, ma questa volta è diverso (per la Cassin alla ovest, quella di Barbier, è considerata la prima solitaria anche se alcune fonti la accreditano, pur con il beneficio del dubbio, ad Hans Frisch nell’estate del 1955). Per la gente è un visionario, uno che si ammazzerà cadendo da qualche parete. Ma questa mattina sente l’aria propizia, avverte la consapevolezza nei propri mezzi, la sensazione di poter sfidare le proprie paure, alzare l’asticella. D’altronde … questo pensano gli alpinisti.

Alle 5 e 10 del mattino posa il piede sull’attacco della Cassin, parte per la sua avventura. A sera, seduto ad un tavolo del Locatelli scriverà su un foglietto con mano sicura, la stessa che lo ha assistito per tutta la giornata: Cassin 3 ore (forse qualche minuto meno), Comici 3 ore, Preuss alla Piccolissima 1 ora e 10, Dulfer alla Punta Frida 1 ora, Innerkofler alla Cima Piccola 30 minuti. Tutte le nord di Lavaredo in giornata! Roba da fantascienza … otto ore e 40 in tutto per 1.750 metri di dislivello in salita, complessivamente 13 ore e 5 minuti per 3.500 metri di dislivello. In solitaria naturalmente, “solo”. Non sa, forse nemmeno immagina, come dicevo, che oggi 24 agosto 1961 è divenuto un mito e che niente potrà mettere in discussione quello che è ritenuto il primo, il più grande concatenamento dell’alpinismo dolomitico. E tale rimarrà.

Pochi giorni dopo, il 1 di settembre, realizzerà la prima ripetizione solitaria alla parete nord ovest della Torre di Valgrande (la Carlesso-Menti per intenderci) e tre giorni dopo, 4 e 5 settembre, la prima ripetizione della Philipp-Flamm alla nord ovest del Civetta. Chissà cosa prova il giovane Barbier nel farne la prima ripetizione con Ernst Steger. Nel settembre del 1957 Claudio ha solo 19 anni, Philipp non è molto più vecchio, ne ha 20. Con loro anche Diether Marchart, compagno di corda di Philipp, tutti accampati sotto la parete nord ovest del Civetta (mica c’era il Rifugio Tissi, inaugurato nel 1963). La storia dell’alpinismo è talvolta curiosa, su quella linea ci avevano già messo gli occhi sia il “Marsigliese” (George Livanos) che Armando Aste, alla fine quella che avrebbe dovuto essere una Philipp-Barbier-Marchart (azzardo … il “Diedro Barbier”) diverrà la prestigiosa Philipp-Flamm. E’ quest’ultimo, anch’egli ventenne, a “bussare”, solo la sera prima, alla porta delle loro tende. Si uniranno, la mattina dopo, per realizzare  una delle più prestigiose realizzazioni, una delle vie di più rara bellezza delle Dolomiti. Sarà la sbadataggine e la mancanza di allenamento di Flamm la causa della rinuncia di Marchart e Barbier. Non colga alla sprovvista il nome Marchart, Diether è alpinista di razza, anche se poco conosciuto, uno dalle numerose salite “solitarie” del periodo. Salì, fra l’altro, la data è il 14 settembre 1958, la parete nord della Punta Frida, in solitaria naturalmente, uscendo direttamente in vetta. Sul Dumler, un classico della letteratura di alpinismo, si legge: “Abbandona la via Dulfer dove questa piega in giù e sale tenendosi a sinistra, e dirigendosi verso una fessura della parete est”. Morirà il 27 agosto 1962 nel tentativo di realizzare la prima solitaria della classica Heckmair, alla nord dell’Eiger, precipitando fra il primo ed il secondo nevaio. Ma, come si dice spesso, questa è un’altra storia … andiamo avanti.

Claude, Claudio come a lui piaceva essere chiamato, era nato in  Belgio, non lontano da Bruxelles, il 7 gennaio del 1938. La passione per la montagna, per l’alpinismo, nasce subito, quando è ancora adolescente. Claudio … uno dei più grandi del dopoguerra. A lui il merito di aver trasformato un certo modo di fare alpinismo, il merito di averlo trasportato in una dimensione molto meno vincolante anche se sperimentale, imperfetta – come qualcuno ha scritto – ma largamente in anticipo sui tempi; dall’alpinismo eroico all’arrampicata libera, sportiva, benché siano in molti ad autoriconoscersi meriti che non hanno. Qualcosa di simile, più o meno negli stessi anni, stava avvenendo in  California ed anche in questo caso con largo anticipo sui tempi. Gente … che era vent’anni avanti. Barbier risulterà uno dei più grandi alpinisti solitari della storia dell’alpinismo ma nel suo curriculum anche tante vie nuove aperte con compagni diversi e fra questi anche Reinhold Messner. I due, nonostante la differenza d’età, si conoscono bene, le polemiche sorte per il celebre articolo scritto nel 1967 da Messner, sul “Bergsteiger”, nel quale si scaglia contro lo svilimento a cui viene sottoposta la montagna a causa del grande dispendio di mezzi artificiali, non incrina i loro rapporti nonostante Messner citi la via di Barbier alla Cima d’Ambiez come esempio negativo da evitare. Barbier è d’accordo con lui, difende le medesime idee.

Nel 1968, ecco perché il titolo di questi miei appunti di alpinismo, Messner scrive sulla rivista “Alpinismus” un articolo dal titolo “Direttissima oder Mord am unmoglichen”. E’ un grido d’allarme, un invito a non avvelenare il “Drago”, a conservare un certo tipo di etica in alpinismo, a non seppellire l’impossibile. “Der Drache ist vergiftet […] meine Sorge ist der tote Drache […] Es muss etwas geschehen ehe das Unmogliche begraben is …” (Il Drago è avvelenato … la mia preoccupazione è nel Drago morto … deve succedere qualcosa prima che l’impossibile sia sepolto …). Claudio Barbier raccoglie il significato simbolico, mitico se vogliamo, lanciato da Messner. Come dicevo si conoscono bene, insieme hanno anche aperto una nuova via al Ciavazes, “Albina”, il 10 settembre del 1968. Il 26 settembre 1969, sono passati 40 anni, Barbier apre una via al Lagazuoi Nord che chiamerà “la via del Drago” in risposta all’allarme lanciato da Messner. Compagni di Claudio sono Carlo Platter ed una vecchia conoscenza di molti Istruttori della Scuola di Alpinismo Tita Piaz: Almo Giambisi ex marito di Mariangela Piaz.
Claudio Barbier è morto a Freyr, una palestra di roccia. Anna Lauwaert, che è stata la sua compagna, così descrive quel giorno “Il raggio della lampadina fece brillare l’acciaio della scala da speleo che usavamo per pulire le vie nuove […] seguii la lunga scala …Claudio era lì. Mi aspettava, sdraiato sulla schiena […] le due braccia piegate davanti a se, come per arrampicare […] sotto la sua schiena il morbido terriccio era ancora tiepido […] Mi sedetti al suo fianco”.
Con  prosaica banalità, come spesso accade ai grandi, moriva uno dei più formidabili alpinisti del secolo scorso. Forse antipatico, indisponente a molti soprattutto per le sue precisioni maniacali … ma anche un irritante innovatore dal talento smisurato. Se vi capita leggete “La via del Drago” di Anna Lauwaert, ne è uscita una nuova edizione proprio di recente; è un bel  libro che racconta la vita alpinistica di Claudio ma anche il racconto di una donna profondamente innamorata di un uomo del quale “avevo saputo fin dall’inizio quale sarebbe stato il destino”.



lunedì 17 aprile 2017

LE VENTI E CINQUE VIE DI FEDERICA N9


PRESOLANA  "ECHI VERTICALI" 
Io non faccio più testo, aveva ragione un mio caro amico quando anni fa mi disse "Un giorno Ivo, non ti interesserà  più la storia o un nome di una via, la scalerai aggiungendone ad altre".
Se devo essere sincero, a volte sulla "storia" lascio correre, ma se un nome non mi piace, non c'è verso che vada a ripetere quella via! ... Oggi, il nome mi piaceva e, anche la breve linea mi è piaciuta, ovviamente ringrazio Federica che l'ha scelta. Giornata stile Presolana, sole e Nebbia, caldo e freddo ... roccia favolosa, chiodatura ottima, divertimento assicurato ... e così è stato!
Unica stranezza ... non mi riesce più di indossare le scarpette stando in piedi, mi devo sedere 🌝 ma così è la vita!!

E con la Primavera e questa bella linea si ricomincia il "giro di Federica"







http://ivoferrari.blogspot.it/2016/12/le-venti-e-cinque-vie-di-federica-n78.html
http://ivoferrari.blogspot.it/2016/12/le-venti-e-cinque-vie-di-federica-n6.html http://ivoferrari.blogspot.it/2016/11/le-venti-e-cinque-vie-di-federica-n4-5.html http://ivoferrari.blogspot.it/2016/11/le-venti-e-cinque-vie-di-federica-n3.html http://ivoferrari.blogspot.it/2016/11/le-venti-e-cinque-vie-di-federica-n1-e-2.html

sabato 15 aprile 2017

ROBERTO e ALBERTO


Sono seduto ai piedi di una muro di roccia fantastica che sto, piano, piano chiodando, mi preparo le vie per il domani,  si, quando non avrò più tanta voglia di camminare e fare chilometri di strada ... oggi il trapano è fermo, oggi sono venuto a leggere un libro che mi ha richiesto più tempo del solito, sono venuto per terminarlo... Non perché non fosse bello e interessante, ma perché ad ogni capitolo mi fermavo a pensare, prendendomi tutto il tempo necessario. Roberto, i suoi Amici, le sue vie, il suo pensiero, le sue idee, un libro così va letto piano e senza quella fretta di metterlo in bellavista nella stracolma libreria. Il risultato di questa "lentezza" è stato che la gran voglia di ricordare un Alpinista come Roberto, si è trasformata in "difficoltà" nel parlarne, avrei potuto scopiazzare un po' di frasi del libro, dire bravo, bene e tante cose belle, ma non mi riesce ... Ho chiesto ad Alberto di fare uscire le parole, le sensazioni ... io mi limiterò a ricordarlo, piccolo, scuro e veramente Immenso.


“IO e Roberto”                     di Alberto Graia

"Ao! Arbè ma qua to so lunghe ste corde?"

"Robbè so da 40"


E giù parolacce

"So ducentanni che non le fanno più da 40 e mo come a raggiungo a sosta?"

"Eeee mo non saprai come fà na sosta"

E giù parolacce.

Siamo sul Gran Sasso in una delle tante giornate passate con Roberto, fatte di prese in giro e amicizia.


Non vi  racconterò chi era Roberto Iannilli alpinista, basta leggere delle sue attività in montagna per rimanere impressionati della quantità di vie create, ripetute, sognate e realizzate, vi racconterò chi era Roberto per me, anzi lo racconto a lui.




Sai Roberto, eri il futuro e il presente, come un ricongiungersi al mio passato, speso tra Inti Illimani, De Andrè, Guccini,  Bertoli e tanti altri, mentre con gli amici di allora ci si rifugiava in una casa a sognare e studiare, spensierati come lo si può essere solo a quell'età, tu non c'eri ancora, ma poi con te sono tornati quei giorni, fatti di ideali, di illusioni e di sogni.
Eravamo uniti e perduti nella nostra malata convinzione di essere dei "falliti",  per i tanti sogni inseguiti e mai raggiunti, giocavamo su questo,  consapevoli profondamente dei sogni realizzati e delle cose belle che avevamo, non era solo ironia, ma qualche cosa di più profondo, più intimo un continuo raccontarsi, ci sentivamo addosso di aver sbagliato diverse cose, ci univa questo sentirci inadeguati, claudicanti, incompleti e mi piaceva anche questo, perché le persone che si credono complete sono finte.
E quando la lama della confidenza penetrava nella carne piangevamo, ma ridevamo anche e tanto, durante i viaggi in macchina o a casa davanti a un buon bicchiere. Mi manchi, mi mancano le tue prese in giro, mi manca il fatto che non posso più  telefonarti, mi mancano le tue lucide analisi dei miei disegni, che potevano sembrare scherzi, ma nelle nostre confidenze sapevamo che cosi non era, quanto poco ho esplorato del mondo dell'arte e quanta pulizia devo fare ancora e tu sapevo che potevi capirmi.
E poi c'era la montagna, Alpinista, una parola che racconta di sogni, la prima volta ti ho incontrato a Ripa Maiala uno dei tuoi regni di roccia, eri solo in cima a una delle tue linee, ti ho salutato e ho detto al mio amico: lo vedi quello è Iannilli l'alpinista, “alpinista”, so bene quale è  la differenza tra la moltitudine verticale e chi è un alpinista, forse perché io non mi sono mai sentito tale, per severità verso me stesso,  per onestà verso chi come te lo è veramente.  Poi siamo diventati amici, cavolo! mi ci facevo grande della tua amicizia, ci scherzavo sopra.
"Ao! io so amico de Iannilli"

Eri questo per me e tanto altro, quando penso alla parola amicizia penso alla condivisione, se manca questa è una amicizia di circostanza, dove si ha paura di perdere la posizione predominante, e tu amavi condividere, basta leggere i tuoi libri dove racconti di te con rara onestà, riuscivi a fare tutto con una particolare leggerezza, la tua disponibilità ti rendeva ancora più grande, certo non curavi molto la tua immagine, chi ti conosceva per la prima volta ne aveva una strana impressione, sembravi duro, scorbutico, ma era solo una patina leggera che riuscivi subito a far scomparire e subito aprivi il cuore, eri duro come roccia senza perdere la tenerezza.
È stato un grande privilegio condividere un poco di strada insieme, Ciao Robbè.

Ps* A proposito poi le corde da 60 le ho comperate.

Grazie Alberto, GRAZIE DI CUORE.
ivo
                         

giovedì 13 aprile 2017

DI RARA BELLEZZA



GITA MALGONERA
Siamo saliti io con mio fratello ho fatto la scorciatoia per arrivare a pont invece i grandi dovevano salire per la strada però sono saliti anche loro per la scorciatoia.
Siamo andati verso il sentiero delle cascate dell'inferno poi siamo passati nella cascata avevo paura di scivolare e non volevo passare siamo arrivati a malgonera e ci hanno dato del salame e formaggio. siamo andati in un bosco che sembrava ci abitassero le fate e i folletti c'erano sassi con su muschio alberi caduti con dei rami che sembravano liane quando sono uscita dal bosco tutto sembrava un quadro gli alberi verdi, l'agner bianco di neve poi siamo arrivati in una baita sopra malgonera che si chiamava casera doff e ho giocato con mio fratello alla fontana poi siamo saliti alla forcella si vedeva la marmolada era bellissima siamo scesi in un sentiero un po' scivoloso e siamo arrivati alla baita del meno.
infine siamo scesi peri il bosco e siamo tornati al punto di partenza e siamo tornati al camper
Marinella Ferrari



Il daù delle nevi si trova solo sulle dolomiti. Le zampe destre sono più lunghe di quelle sinistre, perciò, non può girarsi e neanche andare in giù. Quindi gira in tondo sui fianchi della montagna.
Ferrari Dario

















GRAZIE a Ettore De Biasio per queste gite in Mondi Silenziosi e Unici.
Federica, Dario, Marinella e Ivo
                                                           
http://www.latelanera.com/mostri-creature-leggendarie/creatura-leggendaria.asp?id=180

http://www.valledisanlucano.it/escursioni%20malgoneraedoff.html