giovedì 29 giugno 2017

IL CAMPANILE D'INVERNO



Campanile Basso di Brenta 1°salita invernale alla via Graffer
5-6 Febbraio 1964 
Gianni Mazzenga, Toni Mastellaro e Gianni Ribaldone

BASSO D'INVERNO   di Gianni Ribaldone

Sono quasi le 6 quando ci alziamo:  il primo bivacco (anche se in un rifugio, è stato davvero tale) è ormai dimenticato, l'obbiettivo per oggi, e probabilmente anche per domani è la Graffer allo spallone del Campanile Basso. Dopo i soliti preparativi ci mettiamo in marcia con gli sci: alle 8 siamo alla Bocca di Brenta, un'ora dopo all'attacco della via. Il tempo è buono, tira però un forte vento da Sud che porta a spasso piccole nubi fioccose e abbassa di molto la temperatura.
Il "nostro" spigolo è in ombra, ma il tempo incalza e non possiamo permetterci di aspettare il sole: alle 9 iniziamo ad arrampicare. Fino alla prima cengia resterà in testa Gianni, che nella scorsa estate mi è stato compagno di cordata in alcune delle più belle difficili vie delle Dolomiti e con cui sono discretamente affiatato; dopo la prima cengia invertiremo l'ordine della cordata; Toni, il terzo uomo, resterà sempre in mezzo ad assicurare.
Il vento e il freddo ci costringono a procedere molto lentamente sulle forti difficoltà delle prime lunghezze di corda e solo verso l'una riusciamo a raggiungere la prima cengia. E' nostra intenzione arrivare a bivaccare sulla terrazza alta in cima al gran diedro: dalla cengia su cui ci troviamo sono ancora ben sei lunghezze di corda e molto impegnative: ci restano circa 5 ore di luce, in pratica abbiamo i minuti contati se non vogliamo passar la notte appesi ad un chiodo.
Secondo quanto si era convenuto ora tocca a me passare in testa alla cordata; riparto dunque innalzandomi, il più velocemente possibile, lungo il celebre passaggio della lama staccata. L'arrampicata è splendida, ma il freddo sempre molto intenso: in breve, dopo due lunghezze, arrivo alla base del gran diedro. Qui la salita si fa più impegnativa: i passaggi sono poi resi ancora più duri dal sacco che ora trovo molto pesante e che sugli strapiombi mi tira letteralmente in basso, in oltre gli abiti spessi mi impacciano nei movimenti. Nonostante tutto però, con lentezza, ma con continuità mi innalzo su per il diedro dove, senza curar troppo lo stile, non mi faccio scrupolo di fermarmi ogni tanto sulle staffe a scaldare le mani ( e pensare che l'estate non le avevo usate su tutta la via), ma ora l'importante è salire, e poi d'estate non c'era il sacco, non c'era il duvet ad impacciarmi e soprattutto non c'era questo freddo che ti attacca i chiodi alle dita.
Due, tre lunghezze: il diedro è ormai quasi tutto sotto di noi, ma il sole è sparito dietro la vetta della Tosa.
Quaranta metri sopra di me c'è la cengia su cui potremmo bivaccare comodi. "Presto! Presto, Toni!"
Quando Toni mi raggiunge riparto subito e con l'ultima luce raggiungo il ripiano tanto desiderato: questa notte potremmo bivaccare coricati!
Mi assicuro ad un chiodo e poi recupero la corda e i miei due compagni costretti a raggiungermi nell'oscurità più completa. Il vento è insopportabile tanto è violento e il freddo intensissimo. Il mio naso è insensibile, a toccarlo fa l'effetto di una cosa non mia e chiede, con urgenza, di essere ricoperto con il passamontagna.
Quando anche Gianni mi raggiunge vediamo di sistemare la tendina: il vento, il ghiaccio che ricopre abbondantemente la cengia, il ripiano troppo piccolo per tre persone, il freddo, tutto vuol congiurare contro di noi.
Fissiamo qualche chiodo a cui assicuriamo i capi della tendina e le corde a cui siamo legati e finalmente entriamo nel nostro aereo ed improvvisato riparo.
Grazie alla nostra attrezzatura la notte passa però relativamente bene e alle 8 siamo, nostro malgrado, costretti ad uscire dalla comoda tendina per affrontare il vento, il freddo e la roccia gelata.
Oggi è giovedì grasso: qui però non c'è nulla che lo ricordi: ovunque si guardi si vede solo neve e roccia.
Il tempo si mantiene buono nonostante le solite nubi fioccose. L'arrampicata riprende su un terreno meno impegnativo che non quello di ieri, ma la presenza di neve e di ghiaccio compensano, con nuove difficoltà, la diminuita verticalità della via. Fa sempre un freddo birbone e Gianni, che aveva dimenticato di mantenere mani e piedi sensibili mediante un continuo movimento, sta soffrendo le pene dell'inferno per farle sgelare.
Sulla traversata trovo finalmente il sole, ma non mi riscalda affatto: il vento è troppo forte. Siamo ormai in prossimità della vetta: le difficoltà pero non mollano e anche le ultime placche sul versante nord, coperte di neve, ci impegnato a fondo. E' solo alle 12,30 che possiamo calcare la vetta dello Spallone. Breve sosta dietro un masso al riparo dal vento e poi, via verso la "discesa".

Tratto da "Rivista del Cai 1964"

mercoledì 28 giugno 2017

PARETI NORD (parte due)



ALLA WALKER IN 7 ORE     di Thomas Bubendorfer

(http://ivoferrari.blogspot.it/2017/05/pareti-nord.html parte uno)

"Non so proprio cosa avrei potuto scrivere riguardo la mia ascensione in solitaria alla Punta Walker delle Grandes Jorasses nel Luglio 1982: forse della mia chiara, fredda paura alle <<placche nere>>, il punto più difficile della salita, quando all'improvviso un sibilo mi fece percepire un sasso, o una scarica di ghiaccio e che, ritratto il capo protetto ben in teso dal casco, ebbi sempre un'unica idea in mente, cioè che mi strappasse via dalla parete, mi cancellasse, poiché tra le microscopiche sporgenze, che s'ergevano dal sottile strato di vetrato che ricopriva le placche, avevo trovato un appiglio talmente instabile e precario che sarebbe stato sufficiente il più piccolo sasso per farmi perdere l'equilibrio.
Ebbi dunque paura, ma il sibilo non era causato da un sasso, solo da quelle scagliette di ghiaccio, leggere come piume, con le quali il vento gioca facendole tintinnare e sibilare e che passano quasi danzando, senza alcun contatto con la parete, in un sole ancora impercettibile,come pezzi d'argento nell'aria di un profondo blu, meravigliosi da vedere quando ci si riposa in una comoda posizione, magari in piano.
Fui preso dalla paura molto prima ancora, prima dell'intaglio di 75 metri, perché non avendo trovato la giusta via ed essendo uscito sulla parete di sinistra, ebbi il problema di tornare indietro per quei scabrosi lastroni su cui scorreva acqua di fusione.
Non c'è altro da aggiungere; fui veloce, 7 ore e nei pochi momenti nei quali mi ridestai dalla mia concentrazione ( un'arrampicata ininterrotta come le lunghezze di corda) la mia meraviglia fu quasi incredulità di fronte all'abisso così velocemente cresciuto sotto di me. Alle 17 ero di ritorno a Chamonix, dopo aver percorso in discesa il versante italiano, senza fine, delle Grandes Jorasses: più di 3000 metri di dislivello.
Mi feci una doccia, la barba, mangiai e il sole non tramontò ancora per lungo tempo. Me ne stavo seduto nel giardino del mio amico Rene Ghilini, sapendo che i due belgi che al mattino avevo superato al loro bivacco presso la Punta, in un altro mondo, si sarebbero presto preparati per la loro seconda notte. 

lunedì 5 giugno 2017

LUNGA LUNGHISSIMA



Una sala piena di gente... silenzio. Sul grande schermo scorrono immagini "impensabili", nessun commento, solo tanto, tantissimo stupore e, alla fine, un applauso generale, tutti proiettati per l’intera serata in un altro mondo, tutti pronti ad uscire più sognatori. Un numero incalcolabile di salite, un lungo viaggio, una persona Unica, un alpinista Speciale... Rientro a casa contento e confuso: l’alpinismo e gli alpinisti sono sempre più visionari e... Forti!

Passano gli anni e con gli anni nascono nuovi "viaggi", nuovi "concatenamenti", nuove "traversate", i materiali si alleggeriscono sempre più e la velocità aumenta, tanto da sfuggire alle regole, diventando quasi, incomprensibile. Passano gli anni e il mio stupore svanisce, l’emozione si trasforma in normalità e l’alpinismo diventa "semplicità". Ma quella sera Lui era sceso tra noi, ed i nostri, i miei occhi avevano memorizzato una Cresta lunghissima, un susseguirsi di cornici gelide e inospitali mi aveva colpito, una salita "fuori" luogo e sconosciuta tanto che l’interesse aveva prevalso su tutto. Mai stato, mai vista... Il Monviso ferma sempre, nelle limpide giornate, il mio andare in cima alla Grignetta: lo vedo là, lontano e nitido, talmente perfetto da essere facile da disegnare, un triangolo puntato verso l’azzurro del cielo... e quella cresta?

Chiedo a Fulvio Scotto di raccontarmi, ed una volta raggiunta la cima del Monte, di mostrarmi la lunga Cresta: lo sguardo corre lontano, lunga, lunghissima. Sì, inimmaginabile per me semplice sognatore...
I primi salitori, Livio Patrile ed Hervè Tranchero nell’anno della mia nascita, il lontano 1968, il giovane solitario Riki Maero, fortissimo e determinato nell’agosto del 1990 in sole otto ore, e Lui il Grande, L’umile, l’inventore, il Genio... Ed ora, che tutto corre, qualcuno ha scritto e detto con l’ignoranza di chi non sa, che tutto è stato fatto, che dopo le sei meravigliose Nord concatenate in un solo inverno, è rimasto poco da fare mischiando nomi e salite di epoche diverse. Io penso a quella Cresta, al suo significato, alla sua storia. Ricordo quella sera, nitida e diversa, ed il suo Grande protagonista Patrick Berhault. E il Re di Pietra, stupendo nome per chiamare l’enorme Monviso ai cui suoi piedi nasce il fiume più bello...


Così è scritto nel sito del Rifugio Giacoletti:
La cresta dal Colle delle Traversette al Monviso rappresenta un importante capitolo dell’eccezionale traversata delle Alpi realizzata in 167 giorni da Patrick Berhault che ha concatenato le più belle pareti alpine dalla Slovenia alle Marittime in ventidue grandiose ascensioni "storiche.
Già da tempo questo ambizioso itinerario è nei sogni degli alpinisti. Dal 27 giugno al 1° luglio 1968 Livio Patrile ed Hervè Tranchero, i fortissimi del momento, realizzano in 5 giorni, bivaccando quattro volte in parete, la loro grande performance. Percorrono la lunga Cresta Nord-Nord-Ovest del Monviso, poi dalla vetta del Viso raggiungono il Dado di Vallanta e completano infine la traversata scendendo lungo la Cresta Ovest del Dado. La lunga cronaca della traversata è scrupolosamente descritta nel libro "MONVISO Re di Pietra" da Ezio Nicoli che conclude con queste parole: "Salgono ancora al Gagliardone a dire che ce l’hanno fatta, che hanno rapito a qualche altro un sogno. Senza cattiveria". Trent’anni dopo, l’impresa di Patrick Berhault polverizza un altro sogno. L’otto e nove gennaio 2001 è autore in due giorni di una straordinaria impresa: da solo e in pieno inverno percorre integralmente la cresta dal Colle delle Traversette alla vetta del Viso. Con questa fantastica avventura Berhault firma la prima solitaria invernale. Il 16 agosto 1990 Riki Maero, giovane alpinista di Piasco, realizzava un altro bellissimo exploit: la prima solitaria della lunghissima cresta in solo 8 ore dal Colle delle Traversette alla vetta del Viso. "L’uomo è felice – come dice Nietzsche – non quando è sazio, ma quando è capace di vittoria".
Il gioco continua... per chi sa giocare!