giovedì 29 giugno 2017

IL CAMPANILE D'INVERNO



Campanile Basso di Brenta 1°salita invernale alla via Graffer
5-6 Febbraio 1964 
Gianni Mazzenga, Toni Mastellaro e Gianni Ribaldone

BASSO D'INVERNO   di Gianni Ribaldone

Sono quasi le 6 quando ci alziamo:  il primo bivacco (anche se in un rifugio, è stato davvero tale) è ormai dimenticato, l'obbiettivo per oggi, e probabilmente anche per domani è la Graffer allo spallone del Campanile Basso. Dopo i soliti preparativi ci mettiamo in marcia con gli sci: alle 8 siamo alla Bocca di Brenta, un'ora dopo all'attacco della via. Il tempo è buono, tira però un forte vento da Sud che porta a spasso piccole nubi fioccose e abbassa di molto la temperatura.
Il "nostro" spigolo è in ombra, ma il tempo incalza e non possiamo permetterci di aspettare il sole: alle 9 iniziamo ad arrampicare. Fino alla prima cengia resterà in testa Gianni, che nella scorsa estate mi è stato compagno di cordata in alcune delle più belle difficili vie delle Dolomiti e con cui sono discretamente affiatato; dopo la prima cengia invertiremo l'ordine della cordata; Toni, il terzo uomo, resterà sempre in mezzo ad assicurare.
Il vento e il freddo ci costringono a procedere molto lentamente sulle forti difficoltà delle prime lunghezze di corda e solo verso l'una riusciamo a raggiungere la prima cengia. E' nostra intenzione arrivare a bivaccare sulla terrazza alta in cima al gran diedro: dalla cengia su cui ci troviamo sono ancora ben sei lunghezze di corda e molto impegnative: ci restano circa 5 ore di luce, in pratica abbiamo i minuti contati se non vogliamo passar la notte appesi ad un chiodo.
Secondo quanto si era convenuto ora tocca a me passare in testa alla cordata; riparto dunque innalzandomi, il più velocemente possibile, lungo il celebre passaggio della lama staccata. L'arrampicata è splendida, ma il freddo sempre molto intenso: in breve, dopo due lunghezze, arrivo alla base del gran diedro. Qui la salita si fa più impegnativa: i passaggi sono poi resi ancora più duri dal sacco che ora trovo molto pesante e che sugli strapiombi mi tira letteralmente in basso, in oltre gli abiti spessi mi impacciano nei movimenti. Nonostante tutto però, con lentezza, ma con continuità mi innalzo su per il diedro dove, senza curar troppo lo stile, non mi faccio scrupolo di fermarmi ogni tanto sulle staffe a scaldare le mani ( e pensare che l'estate non le avevo usate su tutta la via), ma ora l'importante è salire, e poi d'estate non c'era il sacco, non c'era il duvet ad impacciarmi e soprattutto non c'era questo freddo che ti attacca i chiodi alle dita.
Due, tre lunghezze: il diedro è ormai quasi tutto sotto di noi, ma il sole è sparito dietro la vetta della Tosa.
Quaranta metri sopra di me c'è la cengia su cui potremmo bivaccare comodi. "Presto! Presto, Toni!"
Quando Toni mi raggiunge riparto subito e con l'ultima luce raggiungo il ripiano tanto desiderato: questa notte potremmo bivaccare coricati!
Mi assicuro ad un chiodo e poi recupero la corda e i miei due compagni costretti a raggiungermi nell'oscurità più completa. Il vento è insopportabile tanto è violento e il freddo intensissimo. Il mio naso è insensibile, a toccarlo fa l'effetto di una cosa non mia e chiede, con urgenza, di essere ricoperto con il passamontagna.
Quando anche Gianni mi raggiunge vediamo di sistemare la tendina: il vento, il ghiaccio che ricopre abbondantemente la cengia, il ripiano troppo piccolo per tre persone, il freddo, tutto vuol congiurare contro di noi.
Fissiamo qualche chiodo a cui assicuriamo i capi della tendina e le corde a cui siamo legati e finalmente entriamo nel nostro aereo ed improvvisato riparo.
Grazie alla nostra attrezzatura la notte passa però relativamente bene e alle 8 siamo, nostro malgrado, costretti ad uscire dalla comoda tendina per affrontare il vento, il freddo e la roccia gelata.
Oggi è giovedì grasso: qui però non c'è nulla che lo ricordi: ovunque si guardi si vede solo neve e roccia.
Il tempo si mantiene buono nonostante le solite nubi fioccose. L'arrampicata riprende su un terreno meno impegnativo che non quello di ieri, ma la presenza di neve e di ghiaccio compensano, con nuove difficoltà, la diminuita verticalità della via. Fa sempre un freddo birbone e Gianni, che aveva dimenticato di mantenere mani e piedi sensibili mediante un continuo movimento, sta soffrendo le pene dell'inferno per farle sgelare.
Sulla traversata trovo finalmente il sole, ma non mi riscalda affatto: il vento è troppo forte. Siamo ormai in prossimità della vetta: le difficoltà pero non mollano e anche le ultime placche sul versante nord, coperte di neve, ci impegnato a fondo. E' solo alle 12,30 che possiamo calcare la vetta dello Spallone. Breve sosta dietro un masso al riparo dal vento e poi, via verso la "discesa".

Tratto da "Rivista del Cai 1964"

mercoledì 28 giugno 2017

PARETI NORD (parte due)



ALLA WALKER IN 7 ORE     di Thomas Bubendorfer

(http://ivoferrari.blogspot.it/2017/05/pareti-nord.html parte uno)

"Non so proprio cosa avrei potuto scrivere riguardo la mia ascensione in solitaria alla Punta Walker delle Grandes Jorasses nel Luglio 1982: forse della mia chiara, fredda paura alle <<placche nere>>, il punto più difficile della salita, quando all'improvviso un sibilo mi fece percepire un sasso, o una scarica di ghiaccio e che, ritratto il capo protetto ben in teso dal casco, ebbi sempre un'unica idea in mente, cioè che mi strappasse via dalla parete, mi cancellasse, poiché tra le microscopiche sporgenze, che s'ergevano dal sottile strato di vetrato che ricopriva le placche, avevo trovato un appiglio talmente instabile e precario che sarebbe stato sufficiente il più piccolo sasso per farmi perdere l'equilibrio.
Ebbi dunque paura, ma il sibilo non era causato da un sasso, solo da quelle scagliette di ghiaccio, leggere come piume, con le quali il vento gioca facendole tintinnare e sibilare e che passano quasi danzando, senza alcun contatto con la parete, in un sole ancora impercettibile,come pezzi d'argento nell'aria di un profondo blu, meravigliosi da vedere quando ci si riposa in una comoda posizione, magari in piano.
Fui preso dalla paura molto prima ancora, prima dell'intaglio di 75 metri, perché non avendo trovato la giusta via ed essendo uscito sulla parete di sinistra, ebbi il problema di tornare indietro per quei scabrosi lastroni su cui scorreva acqua di fusione.
Non c'è altro da aggiungere; fui veloce, 7 ore e nei pochi momenti nei quali mi ridestai dalla mia concentrazione ( un'arrampicata ininterrotta come le lunghezze di corda) la mia meraviglia fu quasi incredulità di fronte all'abisso così velocemente cresciuto sotto di me. Alle 17 ero di ritorno a Chamonix, dopo aver percorso in discesa il versante italiano, senza fine, delle Grandes Jorasses: più di 3000 metri di dislivello.
Mi feci una doccia, la barba, mangiai e il sole non tramontò ancora per lungo tempo. Me ne stavo seduto nel giardino del mio amico Rene Ghilini, sapendo che i due belgi che al mattino avevo superato al loro bivacco presso la Punta, in un altro mondo, si sarebbero presto preparati per la loro seconda notte. 

martedì 27 giugno 2017

MICHEL PIOLA ...IL RIVOLUZIONARIO

http://www.mountain.ru/article/article_img/1655/f_11.jpg

“Michel, l’alpinismo ti deve molto”

STORIA DI UNA PRIMA   di Michel Piola
1981.


28 Luglio, Capanna dell’Hörnli Sono passati due mesi da quando mi ero ripromesso di non tornare mai più in questo luogo! Ma se sono qui, da spergiuro, è perché la sfida è grandiosa: non capita tutti i giorni di prepararsi ad aprire un nuovo itinerario su una delle più grandi pareti delle Alpi. Quando PierreAlain Steiner, già noto nel piccolo mondo degli alpinisti come eccellente ghiacciatore, mi telefonò per propormi di unirmi a lui e alla cordata di Alexis Long e Patrick Gabarrou ( al quale va il merito della scoperta di questa via nuova), in base all’adagio per cui l’occasione fa l’uomo ladro, non esitai a lungo, anzi per niente. In effetti, dopo la via aperta nel 1979 sulla parete nord dell’Eiger e la seconda invernale della parete nord-est del Pizzo Badile nel gennaio 1981, era l’occasione per perfezionare un bellissimo “trittico” delle tre più belle pareti nord elvetiche. Purtroppo alcuni impedimenti professionali ridussero slealmente la nostra esperta équipe a un’entità meno internazionale. Arrivati a fine pomeriggio alla capanna (…), trangugiamo una rapida cena prima di un trasporto ai piedi della parete nord per dividere il materiale in quattro carichi uguali (20 kg), più adatti all’itinerario glaciale e difficile, in particolare il passaggio della barra dei seracchi del Matterhorngletscher, quello che porta alla terminale sotto il Naso di Zmutt. Di ritorno alle undici di sera incrociamo una cordata in partenza per la via Schmid, stupita del nostro incomprensibile maneggio notturno.
Martedì 29 Luglio All’alba siamo al deposito di materiale sotto il Matterhorngletsher; li possiamo osservare a piacimento la parete mentre mettiamo ordine nei nostri zaini “grattacielo”. L’itinerario pare evidente, almeno nel suo primo terzo glaciale, dove una bella goulotte serrata da due dirupati speroni lega arditamente i primi nevai al grande pendio centrale che si perde sotto la parete rocciosa del Naso. A Cesare quel che è di Cesare: è al ghiacciatore della cordata, Pierre-Alain, che è assegnato il titolo di “grande leader delle prime lunghezze”. La goulotte viene risalita in tre tempi ( tre movimenti) più o meno rapidamente a seconda dei partecipanti: prima il leader, con una notevole economia di punti di assicurazione (uno solo), poi me stesso, purtroppo con desolante mancanza di etica (grazie piccole maniglie jumar), ma con reale efficacia vi assicuro (…), e alla fine, com’è ovvio, il nostro fedele “Hole-Bag”, al quale accordiamo i vergognosi favori dell’ultimo della classe in lentezza, e cioè nell’ordine: promesse, incoraggiamenti, moine, suppliche, disprezzo, ingiurie e minacce! Temendo di non trovare un buon posto da bivacco più in alto, decidiamo di fermarci alla fine del grande pendio nevoso, proprio ai piedi del Naso di Zmutt. Saremo ben istallati, non c’è dubbio: un nut a sinistra e soprattutto due eccellenti chiodi piantati al massimo in una fessura orizzontale ci aiuteranno in un meritato riposo dopo questa lunga giornata. Seduti sul nostro balconcino, con i piedi che dondolano nel vuoto ed evidenziano la prospettiva fuggente del pendio, ci scambiamo le nostre impressioni su questa prima giornata, mentre sorvegliamo gelosamente il fornello sul quale sembrano prepararsi cose deliziose. Me per non aver preso le più elementari precauzioni, la Signora Gravità ci avrebbe presto rubato senza tanti complimenti i nostri beni più preziosi. Poi, dopo un ultimo sguardo al panorama, guadagniamo le rispettive camere da letto: Pierre-Alain si accomoda sulla stretta banchetta tagliata nel ghiaccio mentre io, da gran fannullone poco incline alle fatiche del terrazzamento, mi accontento di sospendere un’amaca al più alto dei chiodi. Come nei porti, quando la brezza fa tintinnare le sartie contro gli alberi maestri, i soli rumori che presto rompono il silenzio sono opera dei moschettoni appesi al grappolo, i quali si raccontano a forza di piccoli tintinnii le loro fortune e sfortune della giornata. È la notte delle confidenze. La Grande Notte dell’Insolito. Da questo Insolito mi risveglio d’improvviso all’ora in cui il calendario esita fra il giorno precedente e quello seguente, costatando -ho stupore - che plano con attenzione in un fluido sottile chiamato aria, questo etere del povero. Per parlare correttamente, sto volando: che impressione, amici miei! Devo ahimè smettere presto di poetare, accorgendomi che non la Fenice io incarno ma piuttosto Icaro, figlio di Dedalo, con tutta la temerarietà fatale al nostro simpatico antenato. Temerarietà, o imprudenza, che m’ha fatto agganciare l’amaca a un solo chiodo che - è la prima conclusione che si impone - si è visibilmente strappato. Quando, dopo questo breve intermezzo aereo, mi poso senza dolcezza su un tappeto di ricezione, peraltro ben morbido, chiamato Pierre-Alain, il mio avvenire immediato si rivela ancora molto incerto: in effetti Newton, la sua celebre mela e un’autoassicurazione lasca di due metri mi invitano a proseguire l’esperienza in direzione della piccola macchia chiara del Matterhorngletscher,laggiù in fondo... Per fortuna Pierre-Alain, senza rancore per questo risveglio inabituale -lui che crede per un istante a una gigantesca caduta di pietre -, interviene quanto mai a proposito nel meccanismo del destino, afferrandomi con riflessi e determinazione del tutto a suo onore. Uff! Liberatomi dal sacco piuma, e ridendo ancora dello sgarbo tiratomi da quel diavolo di chiodo burlone, mi accomodo sul secondo chiodo per proseguire un sonno che non sarà più disturbato se non da divertenti sogni che vedono un certo Satana -Mefisto -Lucifero accanito a farmi sprofondare, grazie a un semplice buffetto a ripetizione, con il sedere sopra la testa per il resto della notte. Apprendendo all’alba da Pierre-Alain che quel chiodo sul quale ho finito la mia notte movimentata si leva con le mani ( tutta la fessura si era aperta), abbiamo un pensiero comune per la destra damigella che è il mio Angelo Custode, che non ha dovuto addormentarsi a lungo per evitare una spiacevole recidiva... Il ruolo di leader incombeva su di me per tutta la parte rocciosa centrale, così cacciamo gli scarponi ben in fondo al sacco da recupero per intraprendere in scarpette la scalata di una ripida fessura sulla sinistra del bivacco. Fessura che seguiamo per due lunghezze prima di tirare a destra e superare un diedro che - sorpresa - porta a un piccolo nevaio, buon posto da bivacco. Non c’è bisogno d’altro per incitarci a depositare tutta la chincaglieria su quest’aerea cornice, ben presto trasformata in due strette ma confortevoli terrazze. Alla fine del pomeriggio decidiamo di attrezzare ancora due lunghezze con corde fisse. Liberati dal giogo dei sacchi da issare, la difficile e delicata scalata è allora apprezzata nel suo giusto valore su una roccia soleggiata e solida.
Due mocciosi sul Naso Se fare colazione a letto è il non plus ultra del confort per l’uomo comune, la stessa azione applicata all’alpinista, vista l’ampiezza limitata dei movimenti, rivela più semplicemente necessità o elementare prudenza. Necessità alla quale ci sacrifichiamo ancor più volentieri poiché questa mattina la temperatura è assai fresca. Per fortuna la risalita delle corde fisse si rivela presto un eccellente riscaldamento, così come la traversata - cioè il pendolo -, obbligatorio dal bivacco per raggiungere l’asse dei punti di ancoraggio, si mostrerà un perfetto risveglio psichico. Il fatto è che oggi è il caso di “uscire” dalle difficoltà rocciose superando i famosi strapiombi finali del Naso. Arrivati al capolinea della nostra monorotaia in nailon, traversiamo a destra per raggiungere l’inizio di una gigantesca rampa leggermente obliqua, che risaliamo fino a sbattere contro l’ultimo strapiombo. Scalata superba, libera per la maggior parte, ed effettuata su una roccia che da eccellente diviene eccellentissima (ah, il contrasto con la parete nord) e sempre più ripida. Finché i capricci della natura fan sì che divenga sempre meno verticale... perché diviene strapiombante! Un’ultima lunghezza, un ultimo strapiombo, un’ultima fessura per uno sforzo che non sarà l’ultimo e ci troviamo tutte e due alla ventiquattresima sosta, felici come due monelli che hanno appena fatto un bello scherzo a un “grande”. I due terzi più difficili della via ce li abbiamo in tasca ed è nell’esultanza di sapere che non ci può più succedere niente che proseguiamo, cercando nel frattempo un buon posta da bivacco. Niente... tranne il cattivo tempo. Ma è una tempesta appena abbozzata; fiocchi di neve, cristalli così belli nella loro trasparenza e colate di neve polverosa così silenziosa, che è col sorriso della tranquillità che serriamo la sera i lacci dei sacchi da bivacco.
La vetta Del resto tutto sembra mettersi al meglio, ed è quasi al sole che dopo due grandi lunghezze sbuchiamo sulla Cresta di Zmutt, a un centinaio di metri dalla vetta italiana. Dopo averla raggiunta alle undici, ci rimaniamo giusto il tempo di riordinare il materiale in eccesso e ora inutile, prima di tuffarci nella discesa per mantenere una ragionevole distanza da un gruppo di inglesi, slegati e in equilibrio precario e pericoloso per quei luoghi. Ed è naturalmente alla Capanna dell’Hörnli che chiudiamo il cerchio iniziato quattro giorni prima, ammirando i falò accesi nella valle degli abitanti di Zermatt per onorare il primo agosto, mentre … sorseggiamo lo champagne offerto dal custode! E domani arriverà il momento finale, magistrale buffonata fin troppo nota: la valorosa traversata di una Zermatt estiva, affollata, indecente e superficiale, come oranghi ignorati in un serraglio variopinto, dove solo i cavalli delle carrozzelle sapranno mantenere una parvenza di dignità umana. Ma che dico, questa è un’altra storia.


Per gentile concessione di: Michel Piola

domenica 25 giugno 2017

SPEDIZIONE






33 anni fa io non possedevo né la patente né l'età per possederla.
Il giorno della vigilia di Natale la "spedizione fratelli Ferrari" parte verso la cima che anni dopo sarebbe diventata la cima più calpestata dalle suole delle mie scarpette.
Mio padre e mia madre ci accompagnano sino ai Pian dei Resinelli,  o meglio quasi fino ai Resinelli, visto che la neve non permette alla vecchia Simca 1100 di proseguire oltre il dodicesimo tornante.
Ci salutiamo "State attenti, ci vediamo domani".

Non serve un'intelligenza superiore per capire che la cima della Grignetta con tutta questa neve sarà di difficile accesso. Dopo cinque ore siamo con la neve fino al collo, persi in qualche canale allora sicuramente non di moda. Piccole slavine diventano grandi passandoci tutt'attorno ...
Si rientra, il nostro sogno Himalayano/lombardo finisce qui. Nuotiamo per altre ore e giunti al deserto piazzale, non ci resta che percorrere a piedi tutta la strada che ci separa dalla stazione ferroviaria di Lecco. La fortuna vuole che ci sia ancora un treno diretto a Bergamo. 
Non sono più salito su un treno la vigilia di Natale, ma 33 anni fa era deserto ... il controllore si mette a ridere quando gli spiego da dove arriviamo e PERCHE' mi sono dimenticato i biglietti sul marmo della biglietteria della stazione ... 
Entriamo in casa a notte fonda, nel thermos gigantesco di mio fratello c'è ancora un po' di the, siamo contenti ... tutto è solo rimandato!

giovedì 22 giugno 2017

ALAIN GHERSEN

Personaggi, interpreti di un periodo dove l'unione di più itinerari era all'ordine del giorno ... a volte in un solo giorno!

IN VELOCITA'
Nell'estate del 1990 Alain Ghersen ha percorso in successione in sole 66 ore la Diretta Americana ai Drus, la Walker alle Grandes Jorasses e l'Integrale di Peutérey. Un grandioso itinerario, con due pareti rocciose di 700 e 1200 metri, oltre, ovviamente, all'immensa cresta di Peutérey che si sviluppa per otto chilometri, con un dislivello complessivo ( sommando salita e discesa) di 4500 metri.
Partito dai Grands Montets, Alain ha raggiunto l'attacco della Diretta Americana giovedì 2 agosto alle ore 6.45. Alla base della parete i resti di una gigantesca frana che la notte precedente ha spazzato la nord dei Drus uccidendo uno scalatore. Alain sale senza casco, alzando lo sguardo per controllare la traiettoria delle pietre che vengono giù sibilando. Al diedro di 40 metri le cose si mettono meglio. Alain, ormai, sta arrampicando in allegria; ha fatto la prima invernale in solitaria del pilastro Bonatti e conosce questa montagna alla perfezione. Verso le 10.30, quando arriva l'elicottero con il fotografo Alain è già fuori dal diedro e si è lanciato nella traversata a pendolo.
Alle 12.45, raggiunge la spalla dei Drus dove lo attende uno zaino contenente bevande e le sue scarpe da trekking. Una lunga discesa e una marcia veloce sul ghiacciaio del Leschaux. Alle 2.30 della notte è alla base dello sperone delle Grandes Jorasses.
Ma gli è impossibile trovare il diedro Rébuffat nell'oscurità, così deve attendere l'alba. Poi parte all'attacco portando con se solo qualche tavoletta di cioccolata. Alle 11.30 eccolo in vetta. << Per poco non volavo giù - sono li prime parole che rivolge all'amico Patrick che lo attende sulla cima - una presa coperta di vetrato in uno dei camini rossi, e tutto il mio corpo che si tende ... Fortuna che in solitaria faccio sempre attenzione a non caricare tutto il peso su un solo punto. Una scarica di adrenalina da non credere, non riuscivo nemmeno più a concentrarmi per andare avanti >>.
Una breve sosta, una tazza di minestra calda , poi via con il parapendio. In pochi minuti atterra a Planpincieux tra il verde dei prati e dei boschi. Alle 14.45 un'auto lo deposita agli Chalet di Peutérey e Alain in calzoncini corti sale lentamente verso la Noire. Alle 16.45 attacca la Sud e alle 21.45, mentre incalzano le ombre della sera, eccolo in cima. Una lunga fatica nella notte gelida lo conduce alle Dames Anglaises; alcune valanghe lo accompagnano fino in prossimità della Blanche di Peutérey. Una interminabile cavalcata sulla cresta di neve e di roccia ed eccolo spuntare all'una del mattino di domenica 5 agosto sulla cupola del Bianco.

Tratto da: ALP novembre 1990

martedì 20 giugno 2017

STARE DIETRO HA I SUOI VANTAGGI

Bisogna che da qualche parte arrivi lo "stimolo" per allenarsi ... da più di trent'anni io mi alleno perché nato non dotato per "passioni" verticali, ho dovuto abituare il mio corpo e la mia mente, piano piano sono diventato un alpinista, ma! ... ora per continuare ho sempre bisogno di stimoli, le idee nascono da stimoli, i contatti si scontrano tra loro "provocando" lo Stimolo.

Lo stimolo più bello ....e faccio tantissimo dislivello e moltissima "sicura", credo che arrampicare da secondo mi faccia apprezzare lati del sistema terrestre che non ho mai scoperto da "primo".

W L'ALLENAMENTO!!!!


domenica 18 giugno 2017

LARICI


E poi sai bene che quello che conta, che ti piace e ti rimane dentro è ... il bosco appena fuori dalla via, i Larici, l'Erba profumata, i colori intensi e la tua difficoltà a guardare con la luce del Sole.
Sai bene che è l'ombra dove ti senti a tuo agio ...  l'Amico legato con te, i progetti futuri, quelli realizzabili e quelli irrealizzabili, sai bene tutto ed è per questo che  .... vivi tutto!











sabato 17 giugno 2017

SNOOPY E IL CONIGLIO



"... Finalmente raggiungemmo il margine del pendio leggermente incurvato presso il campo 3, ma come lo oltrepassammo mi resi conto che io ero in uno stato di allucinazione. Nulla aveva più senso. Non capivo cosa stesse succedendo. Non era angosciante, anzi, al contrario. Perché sulle rocce sotto di noi c'era Snoopy. Si, il cane di Charlie Brown e dei Peanuts di Schulz. Era seduto su una piccola cengia rocciosa e guardava con occhio attento. Da principio pensai che fosse un particolare candelotto di ghiaccio formatosi intorno a una fessura. Poi guardai con più attenzione e la cosa fu chiara come il giorno. Era proprio Snoopy! E io trovavo confortante la sua presenza in quel posto ..."

                                                 ***************************
" ... Poi fu la volta del coniglio. Probabilmente era un maschio, ed era giovane. Sembrava un po' matto, vivace e vigile. Era bianco o grigio con alcune strisce nere ben evidenti, cui era dovuta la tonalità grigia. Chiassoso e impudente ricordava il coniglio bianco di Alice in Wonderland (Alice nel Paese delle Meraviglie). Indossava un panciotto color rosso vivo e un orologio da tasca con catena d'argento, proprio come il Coniglio Bianco, che scendeva morbidamente dal buco del bottone fino alla tasca e scintillava nel sole. Aveva un cappello di feltro come quello che si può immaginare portasse Hermann Buhl quando era salito per primo su questa montagna, quel tipo di copricapo che si vede spesso sulla testa degli alpinisti austriaci, la cui tesa comprimeva le grosse orecchie da coniglio. Era reale. Ne ero assolutamente convinto, fino a quando mi parve strano che non calzasse né scarponi né ramponi. Il coniglio si muoveva avanti e indietro, attraversava la nostra via e si teneva sempre dietro a Rick, fuori dalla sua visuale. Non lasciava impronte nella neve e io ero preoccupato. Le sue zampe erano coperte di pelo, ma senza calzature e altre protezioni, dovevano essere congelate. Facevo scendere Rick e guardavo il coniglio, e pensavo ai suoi arti congelati. Poi finalmente il mio cervello elaborò l'idea: se il coniglio non lasciava impronte nella neve voleva dire che non era reale ..."

Da "La Cresta Infinita" di Sandy Allan

...è lì che sta l'essenza, il traguardo, lì nella testa confusa e affaticata, lì nel punto più alto di ogni cosa, facile e difficile, il resto sono la contemporaneità fatta di "Mi piace, bravo e faccio" e quella gusto mischiato a troppi gusti ...

giovedì 15 giugno 2017

OCEANO IRRAZIONALE




 Un racconto speciale, diverso, originale, una visione fantastica e interiore di un viaggio verticale in un luogo fantastico.

           IL PRECIPIZIO DEGLI ASTEROIDI  di Ivan Guerini

1974 Il Precipizio degli Asteroidi nella pioggia, mentre i fulmini spezzavano il buio della notte sulla sua sommità. E le stelle cadenti, manciate di sabbie incandescenti nel blu cobalto.

Le fantastiche, lisce e luminose bastionate della Val di Mello, fra queste la probabilmente più evidente e slanciata parete è il Precipizio degli Asteroidi, un picco di 500 metri, sorretto da un altare di altri 250 metri, che chiude la Val Masino, sul fondo, o almeno dà questa impressione dopo qualche chilometro dal suo imbocco. Una grande A di granito, che appare esplodendo la rifrazione del sole, e gli abeti in alto, minuscoli e lontanissimi, al di sopra delle placche terminali, rendono idea delle dimensioni. La via più naturale per risalire la parete, è una fessura, assai  lineare e diretta, proprio al centro di essa, che si espande diramandosi in alto, con un enorme strapiombo; ed appariva come la delicata ed allucinante incisione di una gigantesca tromba che solca a metà la parete. Sul settore di sinistra di essa c’è una grande volta di strapiombi bianchi e arancioni, costituiti da aggettanti escrescenze, simili alla fusione sospesa di magma solidificato; la fessura giunge sulla destra ad uno stretto ed abbarbicato ripiano, con due abeti, sospeso su di un vuoto vertiginoso, è il Pulpito dell’Eremita e qui la parete si adagia aprendosi con immani placche inclinate, solcate da una rampa-diedro sinuosa che scivola tra esse, conducendo alla fine materiale della via. Era assai evidente, il valore ed il significato estetico del problema, io e Mario pensammo senza una ragione precisa che avremmo potuto riuscire in libera, limitando al massimo gli ancoraggi ed i mezzi artificiali, senza precedenti attrezzature con corde fisse, senza jumar, senza chiodi a pressione, e compiendo la salita nell’arco di una giornata. Questa nostra convinzione (e la soluzione materiale delle ipotesi) era derivata da una nostra evoluzione interiore; da questi concetti avrebbe potuto scaturire la possibile etica di questa zona di montagne: compiere pareti che non sono ancora state salite, e talune di “concezione nuova” per questi luoghi arrampicando in cordata normale, con la massima naturalezza e semplicità, come spesso avviene sulle vie di media difficoltà. Una sera stavamo davanti alle baite, parlando con Giovanni, un valligiano, del Martello del Qualido. Così infatti è chiamato il Precipizio degli Asteroidi, lo si capiva bene come esso rappresentasse “l’ostacolo naturale” per tutti e due, arrampicarlo con altrettanta naturalezza, avrebbe potuto comunicare qualcosa di immediato, e forse nemmeno le parole, sarebbero state così significative, ed i nostri mondi razionali, lontani l’uno dall’altro, lo interpretavano in modo diverso, e mentre io avrei desiderato vederlo con la sua mente, Giovanni non avrebbe certo desiderato il contrario. Avrebbe provato una profonda e sincera felicità se io ci fossi riuscito, offrendomi un pezzo di formaggio, e un bicchiere di vino, ma mai per tutto l’oro del mondo avrebbe voluto salirci al mio posto. Si parlava della Val Livincina, una stretta valle a sbocco sospeso che avremmo dovuto risalire per portarci alla base del Precipizio ed in futuro per discendere da esso. Risalivamo lenti, e in cordata camini e canalini della valle con passaggi di IV+, resi scivolosi dal muschio e dalla vegetazione; questo ci fece pensare alla capacità che la gente doveva avere per salire a raccogliere il fieno, nella parte alta della valle, mentre il nostro bivacco notturno, veniva rallegrato dalla presenza di un gruppo di rumorosissimi topi-ragno. In una delle molte risalite della valle, in cui ritornammo bagnati fino al midollo, senza riuscire ad iniziare la salita per l’inclemenza del tempo.
1 luglio 1977 sera Giunti sulla cengia obliqua, alla base del Precipizio degli Asteroidi pensai veramente, alla similitudine con una tromba marina pietrificata, sulla quale ci saremmo inerpicati, il giorno seguente, mentre le colorazioni e le sue volte, esprimevano un plastico mondo capovolto, con le dimensioni di una scheggia di stella spenta, che si consuma. 2 luglio 1977 mattina Ma … la luna gelida, evanescente poggiava sulla sommità di una montagna, come un inafferrabile cerchio spettrale, di immacolata luce al neon. Una scaglia affilata, e parzialmente staccata dalla parete, formava un camino di pochi metri, e questo ci indicò l’inizio della via! Ma la lunga fessura non iniziava a terra ma una cinquantina di metri più in alto, costituiti da una placca ripida e liscia, ed il modo più semplice per entrarvi, sarebbe stato, passare attraverso il Gioco delle Pendenze cioè proprio dove la parete si impenna fra l’inclinato e il verticale, e ci trovammo davanti al “primo impedimento” placca. La luce ne rivelava le ondulazioni sfuggenti, e contrastate, all’inizio non si vedevano le pedule, a causa di un piccolo sbalzo, e questo costituì un breve momento emotivo, con le palme delle mani aperte, e raccolte, ci spingevamo su nell’equilibrio, uscendo a “gocce” e a buchi più profondi nella roccia, fatti dalla pioggia che balzava da margini altissimi di zone strapiombanti, direttamente in quel punto. Un breve salto slanciato ci aprì definitivamente alla nascita della tromba. La prima lunghezza in essa era mista, cioè libera e artificiale, ora eravamo nel mistero della placca, che abbiamo sfiorato per entrare qui! E cosa ci fosse più sopra, non era possibile saperlo, a causa dell’andamento della fessura, vacuità! Nel tempo di mettere tre morbidi chiodi, in punti scanditi, “che non ce ne sia da aggiungerne altri”. Mentre pensavo questo avevo visto Mario abbandonare l’ultima staffa per salire con movimenti continui, solo più tardi ne capivo la ragione: fuori dalla fessura la roccia era cosparsa da asperità e peduncoli, che consentivano gesti ritmici fino alla sosta, costituita da un grosso ciuffo d’erba sospeso, sotto il quale la roccia rientra. Questa fermata aerea e raccolta ci piacque molto. Sopra si vedeva il grande vertice a imbuto della tromba, sembrava vicino, mentre quando più in alto ci trovammo ormai vicini ad esso, ci apparve lontanissimo. Con una splendida lunghezza ad incastro, entrammo all’origine del conflitto delle due fessure, che sbocciano verso l’alto nel fiore strapiombante ocra e arancione. Le zone attorno a noi erano lisce, a volte nascita e morte di profili regolari turbavano la con tenuità, interrotta anche dalle regolari “ombre uscenti”, cioè tetti ed evidenti strapiombi. La nostra mente era immersa in questa via, prezioso solco che l’acqua ha compiuto in molti millenni. Un’altra impegnativa lunghezza con “incastro a croce” nelle fessure parallele, che si allontanano progressivamente, con un tondo vertice “spasmodico” che accresce fra esse, e spinge il tuo petto nel vuoto. E cominciavano a sbucciarsi le nocche delle dita, lasciando minuscole chiazze rosse sulla roccia grigia, ma tutto questo non era doloroso, era molto naturale. La gente che si muoveva giù nella Valle di Mello, appariva come microscopici punti, che anziché muoversi, assumevano posizioni statiche diverse, e non si capiva bene, dalle grida indistinte, che ogni tanto giungevano sino a noi, se chiamavano noi oppure il bestiame; Mario, intanto, sgusciava fuori da un angolo chiuso in alto da uno strapiombo a U simile a un diapason ne uscì oscillando a destra con un movimento agile e slanciato, mentre la sua pedula staccava un po’ di muschio, che mi cadeva addosso. La luce del sole impazziva sulla superficie strapiombante della tromba, dandole dinamiche increspature impalpabili e soffuse, simili ad onde dorate. E Mario nella nicchia sostava vicino ad una lama alta e affilata, al di sopra di noi, la “Lunghezza Finale” il vertice della tromba, il passaggio più difficile, una porta alla liberazione della difficoltà; e visto da sotto poteva anche non sembrarlo affatto. Dopo essermi innalzato abbracciando due lame convergenti, sovrastate da un angolo-camino con la fine acuta, aggettante, arrotondata, che mi impegnò con una serie di movimenti brutali ed esasperanti e mentre prima di uscire il mio corpo scivolava lento nel camino con il profondo della roccia in una situazione che non avrei potuto contenere per molto tempo, mi ritrovai solo un po’ più tardi, in piedi su di un appoggio, con la testa e con le mani toccavo finalmente il grande tetto, nato una seconda volta; senza tremare, pensavo all’abitudine specifica del cervello di assimilare “energia” dalla fatica e le situazioni che si succedevano fluendo lente ed affascinanti, come nettare psichedelico, che scivola su di una superficie, noi ci affondammo ebbri, per farci trasportare da questa esperienza, oceano irrazionale delle sensazioni, attraverso la via di salita. Dopo uno spacco spiovente, sotto il tetto assai difficile, approdai ad un artificiale precario, su cunei di alluminio appena appoggiati e piccoli nuts, su di un pannello mobile, occupatissimo da queste continue soluzioni, quasi senza accorgermene, entravo con roccia tagliente e bagnata, in un antro umido, con un grosso blocco che essendo incastrato solo in due punti, faceva l’altalena sotto le mie pedule. La caduta di una fettuccia nel vuoti che si era fermata in un punto inaccessibile, rendendomi cosciente dell’espansione incontenibile della roccia e della luce, che in quel momento erano una cosa sola, senza profondità o riferimento! Sentivo di aver compreso, interpretando la prima parte della parete che difficoltà e impedimenti erano solo il mezzo per giungere nella parte alta della parete, attraverso un progressivo delirio conseguito nel superare i passaggi; questo ci aveva disinibiti aprendoci ad un più elevato stato di comprensione della realtà. Mario si indaffarava con uno strano e corto artificiale, madido di viscida solubilità! Per raggiungere “il pulpito dell’eremita” l’abete, che isolato sul ciglio del baratro ci sembrava anch’esso lontano e quasi irraggiungibile, ci accolse in una stretta oasi sospesa, con un morbido tappeto di aghi di pino, sapore di fragole e lamponi, un rododendro dai petali densi, e le montagne, con la neve che si ritira dai pascoli, un cielo terso, ma impenetrabile. Sopra di noi le placche finali immerse, brillavano di luce piatta. E la moltitudine di cristalli incandescenti che crepitavano sulla roccia tiepida, come il sole sulla calma superficie del mare, o sopra i dossi nevosi a quattromila metri e sulle dune sabbiose di un deserto. Percepivo la similitudine fra di essi, mentre accarezzavo un lento ritmo di salita la roccia era molto calda, e la gomma delle pedule scottava appiccicandosi. Provai una sensazione già vissuta, percepivo la “relazione”, l’unione con la materia, la roccia pulsava sotto le mie mani, di una vita chimica diversa, e lontanissima dalla mia! Ma tutto era limpido e presente in quel momento. Immersi nella parete, di cui non si vedono i confini, si intuisce però il nostro scorrere sulla sua superficie che si abbassa e si riduce, limitandone la dimensione. Una larga e profonda fessura mi conduceva all’ultima sosta. E venni destato dal soffice, enorme spostamento di un’aquila reale; volò altera, per posarsi fra i dirupi dell’Arcanzo, certamente disturbata dalla nostra presenza. Dove il Precipizio degli Asteroidi si dissolve, trasformandosi, in una distesa ondulata di prati e cupole rocciose, apparvero i resti di due giganteschi alberi uccisi dalla siccità, simili a totem eretti di contorte entità. Ci ritrovammo a “camminare in cordata” su zone desolate e riarse, senza accorgerci, che “il precipizio” era scomparso sotto di noi, che la via era finita! Ce ne rendemmo conto solo in seguito, quando capimmo che questa struttura non aveva vetta, non aveva conclusione! Questo contribuì ad accrescere in modo incontenibile la gioia, perché la via non era terminata, anzi! Probabilmente la vera ascensione iniziava ora! Il rombo del torrente, e aspettando Mario nella discesa, le grida del compagno che chiama, ma non capisco cosa, un insetto si posa sulla mia pelle, l’attimo d’uscita dal passaggio tremendo, le visioni da una sosta, situazioni inesprimibili! Il giorno seguente Mario ed io non avevamo bisogno di scambiarci nulla, più di quello che avevamo vissuto, profondo vuoto di pensiero, in cui non nascono colori o emozioni, per 60 ore di pace sensoriale.

Tratto dalla: “Rivista della Montagna” Marzo 1978 pag:13/14

mercoledì 14 giugno 2017

SU E GIU'

1985

CROZ più WALKER uguale ESCOFFIER

Si dice che Eric Escoffier, 25 anni, sia il più simpatico arrampicatore solitario di Chamonix. Sicuramente è un grande fuoriclasse che ha dato la sua risposta a Profit a un mese dall'exploit sulla parete nord dell'Eiger: Sperone Croz e Sperone Walker alle Grandes Jorasses in un solo giorno.
Escoffier è uno specialista delle Jorasses, una sorta di Desmaison degli anni ottanta. Questa è la sesta volta che arrampica sulla severa parete nord, dove in gennaio ha compiuto la prima invernale della via degli Sloveni alla Punta Croz. M anello scorso mese di aprile ha realizzato una delle maggiori performance dell'alpinismo di tutti i tempi, congiungendo in 24 ore la storica via di Peters e Meier e il prestigioso itinerario di Riccardo Cassin.

Racconta Dominuque Radigue:
<< Mezzanotte. Eric lascia il rifugio Leschaux. Come di costume presso i "solo express", il suo zaino è leggero. Obbiettivo numero uno: Lo Sperone Croz. Di notte egli sale senza difficoltà i primi 800 metri. Giunto sull'ultimo nevaio, l'incidente. Rompe i ramponi e una delle piccozze. Sono le sei del mattino. Per tre ore, Eric maledice d'aver portato del materiale da test. Verso le nove, un elicottero carico di fotografi e di cameramen romba sopra di lui. E' il regalo venuto dal cielo ... >> ( da Vertical n.1).
Il seguito è eclatante. Ricevuti dall'elicottero dei nuovi attrezzi, Escoffier riparte verso la vetta delle Jorasses che raggiunge a mezzogiorno. In cima il suo amico Christophe Vaillant lo attende con un deltaplano biposto che dolcemente in appena quindici minuti, li deposita alla base dello Sperone Walker. Sono le tre del pomeriggio ed Eric per la seconda volta, supera la crepaccia terminale alla base della parete nord. Continua Radigue: << ... A mezzanotte è nuovamente la cima. Per lui le Jorasses si tempestano di stelle. Nella sua mente si delinea un nuovo sogno, le cime himalayane. Uno o due 8000 in successione ... Perché no? >>.


Da ALP N°3 LUGLIO 1985

domenica 11 giugno 2017

IO SONO CLIMBER?



Io sono un climber? 
Posso essere un climber se il mio grado "lavorato" è simile al mio grado "a vista"? ....6A!

Il SEI A (6A) è un grado deriso, quasi nemmeno considerato, mi hanno detto che lo impari tranquillamente ad un corso roccia, che serve solo per scaldarsi ... ma io, gli voglio bene, lo conosco da tanti anni, forse ancora prima che perdesse la lingua Italiana per diventare francese. Quando sono "in forma" Lui, il SEI A, mi scalda e mi raffredda, gonfiandomi gli avambracci e, come questa mattina, impregnandomi la maglietta! Io sono timido, ho molti peli sulle spalle, sulla schiena e sulle braccia e .... mi vergogno ogni volta che, visto il caldo, sono costretto a togliermi la maglietta ... ho provato diverse cere  e creme depilatorie, ma i peli ritornano e il SEI A mi sfianca sempre.
Quando ero ragazzo credevo che un giorno, visto le numerose giornate passate ad arrampicare, avrei conosciuto altri GRADI, ho sentito parlare di 6B, di 6C e perfino di SETTE A.
Gradi, molti gradi che a volte somigliano più a numeri civici che a difficoltà reali.
Io sono un climber?
Non credo, ci provo a volte, ma non mi riesce ... Quando comprai le mie prime Mariacher lo feci perché avevo sentito dire in giro che si migliorava di un grado, comprai le San Marco perché il leggendario Francese scavalcava i Tetti tallonando con quelle scarpe. Ne ho comprate e consumate di suole, ballerine, stringate e con il velcro ...ma! Porca di quella vacca, il mio grado è e rimane SEI A!
Però di una cosa sono fiero o felice, dipende dal momento. Il SEI A lo posso superare nudo (avete visto quelli che hanno scalato El Capitan nudi?!), in inverno con gli scarponi ai piedi (appoggio poco la suola perché se lo scarpone si consuma, con quello che costano ora, faticherei a comprarne di nuovi), da Solo o ...in compagnia, vicino o lontano da "qualcosa" di veramente sicuro ... Mi consola, ma rimane il fatto che da oltre trent'anni mi chiedo
IO SONO CLIMBER?




Everest e Federica


Everest

Foto: Dario Ferrari

venerdì 9 giugno 2017

TUTTI IN UNA VOLTA



Se devo dirla tutta Alessandro Gogna lo si può ascoltare e vedere quasi dovunque, credo che sia l'Alpinista/Storico più in voga negli ultimi anni, ma! Aldo , "Bis" e Romano sono "merce" rara, riunirli in un'unica serata è davvero un bel colpo! Poi c'è anche Gianni, l'uomo delle Grandi Invernali  ... Il "puro" Det e Giorgio Redaelli. SERATA da NON PERDERE.

giovedì 8 giugno 2017

ALZATI CHE SI STA ALZANDO ...

"...sappiamo bene che da noi fare tutto è un'esigenza..."
( La Mia Banda Suona Il Rock - I. Fossati )

                                                                  
"...C'è un tempo perfetto per fare silenzio guardare il passaggio del sole d'estate e saper raccontare ai nostri bambini quando è l'ora muta delle fate..."
(C'è tempo - I. Fossati )







martedì 6 giugno 2017

lunedì 5 giugno 2017

STORIA DI UOMINI E MONTAGNE




LUNGA LUNGHISSIMA



Una sala piena di gente... silenzio. Sul grande schermo scorrono immagini "impensabili", nessun commento, solo tanto, tantissimo stupore e, alla fine, un applauso generale, tutti proiettati per l’intera serata in un altro mondo, tutti pronti ad uscire più sognatori. Un numero incalcolabile di salite, un lungo viaggio, una persona Unica, un alpinista Speciale... Rientro a casa contento e confuso: l’alpinismo e gli alpinisti sono sempre più visionari e... Forti!

Passano gli anni e con gli anni nascono nuovi "viaggi", nuovi "concatenamenti", nuove "traversate", i materiali si alleggeriscono sempre più e la velocità aumenta, tanto da sfuggire alle regole, diventando quasi, incomprensibile. Passano gli anni e il mio stupore svanisce, l’emozione si trasforma in normalità e l’alpinismo diventa "semplicità". Ma quella sera Lui era sceso tra noi, ed i nostri, i miei occhi avevano memorizzato una Cresta lunghissima, un susseguirsi di cornici gelide e inospitali mi aveva colpito, una salita "fuori" luogo e sconosciuta tanto che l’interesse aveva prevalso su tutto. Mai stato, mai vista... Il Monviso ferma sempre, nelle limpide giornate, il mio andare in cima alla Grignetta: lo vedo là, lontano e nitido, talmente perfetto da essere facile da disegnare, un triangolo puntato verso l’azzurro del cielo... e quella cresta?

Chiedo a Fulvio Scotto di raccontarmi, ed una volta raggiunta la cima del Monte, di mostrarmi la lunga Cresta: lo sguardo corre lontano, lunga, lunghissima. Sì, inimmaginabile per me semplice sognatore...
I primi salitori, Livio Patrile ed Hervè Tranchero nell’anno della mia nascita, il lontano 1968, il giovane solitario Riki Maero, fortissimo e determinato nell’agosto del 1990 in sole otto ore, e Lui il Grande, L’umile, l’inventore, il Genio... Ed ora, che tutto corre, qualcuno ha scritto e detto con l’ignoranza di chi non sa, che tutto è stato fatto, che dopo le sei meravigliose Nord concatenate in un solo inverno, è rimasto poco da fare mischiando nomi e salite di epoche diverse. Io penso a quella Cresta, al suo significato, alla sua storia. Ricordo quella sera, nitida e diversa, ed il suo Grande protagonista Patrick Berhault. E il Re di Pietra, stupendo nome per chiamare l’enorme Monviso ai cui suoi piedi nasce il fiume più bello...


Così è scritto nel sito del Rifugio Giacoletti:
La cresta dal Colle delle Traversette al Monviso rappresenta un importante capitolo dell’eccezionale traversata delle Alpi realizzata in 167 giorni da Patrick Berhault che ha concatenato le più belle pareti alpine dalla Slovenia alle Marittime in ventidue grandiose ascensioni "storiche.
Già da tempo questo ambizioso itinerario è nei sogni degli alpinisti. Dal 27 giugno al 1° luglio 1968 Livio Patrile ed Hervè Tranchero, i fortissimi del momento, realizzano in 5 giorni, bivaccando quattro volte in parete, la loro grande performance. Percorrono la lunga Cresta Nord-Nord-Ovest del Monviso, poi dalla vetta del Viso raggiungono il Dado di Vallanta e completano infine la traversata scendendo lungo la Cresta Ovest del Dado. La lunga cronaca della traversata è scrupolosamente descritta nel libro "MONVISO Re di Pietra" da Ezio Nicoli che conclude con queste parole: "Salgono ancora al Gagliardone a dire che ce l’hanno fatta, che hanno rapito a qualche altro un sogno. Senza cattiveria". Trent’anni dopo, l’impresa di Patrick Berhault polverizza un altro sogno. L’otto e nove gennaio 2001 è autore in due giorni di una straordinaria impresa: da solo e in pieno inverno percorre integralmente la cresta dal Colle delle Traversette alla vetta del Viso. Con questa fantastica avventura Berhault firma la prima solitaria invernale. Il 16 agosto 1990 Riki Maero, giovane alpinista di Piasco, realizzava un altro bellissimo exploit: la prima solitaria della lunghissima cresta in solo 8 ore dal Colle delle Traversette alla vetta del Viso. "L’uomo è felice – come dice Nietzsche – non quando è sazio, ma quando è capace di vittoria".
Il gioco continua... per chi sa giocare!