martedì 27 giugno 2017

MICHEL PIOLA ...IL RIVOLUZIONARIO

http://www.mountain.ru/article/article_img/1655/f_11.jpg

“Michel, l’alpinismo ti deve molto”

STORIA DI UNA PRIMA   di Michel Piola
1981.


28 Luglio, Capanna dell’Hörnli Sono passati due mesi da quando mi ero ripromesso di non tornare mai più in questo luogo! Ma se sono qui, da spergiuro, è perché la sfida è grandiosa: non capita tutti i giorni di prepararsi ad aprire un nuovo itinerario su una delle più grandi pareti delle Alpi. Quando PierreAlain Steiner, già noto nel piccolo mondo degli alpinisti come eccellente ghiacciatore, mi telefonò per propormi di unirmi a lui e alla cordata di Alexis Long e Patrick Gabarrou ( al quale va il merito della scoperta di questa via nuova), in base all’adagio per cui l’occasione fa l’uomo ladro, non esitai a lungo, anzi per niente. In effetti, dopo la via aperta nel 1979 sulla parete nord dell’Eiger e la seconda invernale della parete nord-est del Pizzo Badile nel gennaio 1981, era l’occasione per perfezionare un bellissimo “trittico” delle tre più belle pareti nord elvetiche. Purtroppo alcuni impedimenti professionali ridussero slealmente la nostra esperta équipe a un’entità meno internazionale. Arrivati a fine pomeriggio alla capanna (…), trangugiamo una rapida cena prima di un trasporto ai piedi della parete nord per dividere il materiale in quattro carichi uguali (20 kg), più adatti all’itinerario glaciale e difficile, in particolare il passaggio della barra dei seracchi del Matterhorngletscher, quello che porta alla terminale sotto il Naso di Zmutt. Di ritorno alle undici di sera incrociamo una cordata in partenza per la via Schmid, stupita del nostro incomprensibile maneggio notturno.
Martedì 29 Luglio All’alba siamo al deposito di materiale sotto il Matterhorngletsher; li possiamo osservare a piacimento la parete mentre mettiamo ordine nei nostri zaini “grattacielo”. L’itinerario pare evidente, almeno nel suo primo terzo glaciale, dove una bella goulotte serrata da due dirupati speroni lega arditamente i primi nevai al grande pendio centrale che si perde sotto la parete rocciosa del Naso. A Cesare quel che è di Cesare: è al ghiacciatore della cordata, Pierre-Alain, che è assegnato il titolo di “grande leader delle prime lunghezze”. La goulotte viene risalita in tre tempi ( tre movimenti) più o meno rapidamente a seconda dei partecipanti: prima il leader, con una notevole economia di punti di assicurazione (uno solo), poi me stesso, purtroppo con desolante mancanza di etica (grazie piccole maniglie jumar), ma con reale efficacia vi assicuro (…), e alla fine, com’è ovvio, il nostro fedele “Hole-Bag”, al quale accordiamo i vergognosi favori dell’ultimo della classe in lentezza, e cioè nell’ordine: promesse, incoraggiamenti, moine, suppliche, disprezzo, ingiurie e minacce! Temendo di non trovare un buon posto da bivacco più in alto, decidiamo di fermarci alla fine del grande pendio nevoso, proprio ai piedi del Naso di Zmutt. Saremo ben istallati, non c’è dubbio: un nut a sinistra e soprattutto due eccellenti chiodi piantati al massimo in una fessura orizzontale ci aiuteranno in un meritato riposo dopo questa lunga giornata. Seduti sul nostro balconcino, con i piedi che dondolano nel vuoto ed evidenziano la prospettiva fuggente del pendio, ci scambiamo le nostre impressioni su questa prima giornata, mentre sorvegliamo gelosamente il fornello sul quale sembrano prepararsi cose deliziose. Me per non aver preso le più elementari precauzioni, la Signora Gravità ci avrebbe presto rubato senza tanti complimenti i nostri beni più preziosi. Poi, dopo un ultimo sguardo al panorama, guadagniamo le rispettive camere da letto: Pierre-Alain si accomoda sulla stretta banchetta tagliata nel ghiaccio mentre io, da gran fannullone poco incline alle fatiche del terrazzamento, mi accontento di sospendere un’amaca al più alto dei chiodi. Come nei porti, quando la brezza fa tintinnare le sartie contro gli alberi maestri, i soli rumori che presto rompono il silenzio sono opera dei moschettoni appesi al grappolo, i quali si raccontano a forza di piccoli tintinnii le loro fortune e sfortune della giornata. È la notte delle confidenze. La Grande Notte dell’Insolito. Da questo Insolito mi risveglio d’improvviso all’ora in cui il calendario esita fra il giorno precedente e quello seguente, costatando -ho stupore - che plano con attenzione in un fluido sottile chiamato aria, questo etere del povero. Per parlare correttamente, sto volando: che impressione, amici miei! Devo ahimè smettere presto di poetare, accorgendomi che non la Fenice io incarno ma piuttosto Icaro, figlio di Dedalo, con tutta la temerarietà fatale al nostro simpatico antenato. Temerarietà, o imprudenza, che m’ha fatto agganciare l’amaca a un solo chiodo che - è la prima conclusione che si impone - si è visibilmente strappato. Quando, dopo questo breve intermezzo aereo, mi poso senza dolcezza su un tappeto di ricezione, peraltro ben morbido, chiamato Pierre-Alain, il mio avvenire immediato si rivela ancora molto incerto: in effetti Newton, la sua celebre mela e un’autoassicurazione lasca di due metri mi invitano a proseguire l’esperienza in direzione della piccola macchia chiara del Matterhorngletscher,laggiù in fondo... Per fortuna Pierre-Alain, senza rancore per questo risveglio inabituale -lui che crede per un istante a una gigantesca caduta di pietre -, interviene quanto mai a proposito nel meccanismo del destino, afferrandomi con riflessi e determinazione del tutto a suo onore. Uff! Liberatomi dal sacco piuma, e ridendo ancora dello sgarbo tiratomi da quel diavolo di chiodo burlone, mi accomodo sul secondo chiodo per proseguire un sonno che non sarà più disturbato se non da divertenti sogni che vedono un certo Satana -Mefisto -Lucifero accanito a farmi sprofondare, grazie a un semplice buffetto a ripetizione, con il sedere sopra la testa per il resto della notte. Apprendendo all’alba da Pierre-Alain che quel chiodo sul quale ho finito la mia notte movimentata si leva con le mani ( tutta la fessura si era aperta), abbiamo un pensiero comune per la destra damigella che è il mio Angelo Custode, che non ha dovuto addormentarsi a lungo per evitare una spiacevole recidiva... Il ruolo di leader incombeva su di me per tutta la parte rocciosa centrale, così cacciamo gli scarponi ben in fondo al sacco da recupero per intraprendere in scarpette la scalata di una ripida fessura sulla sinistra del bivacco. Fessura che seguiamo per due lunghezze prima di tirare a destra e superare un diedro che - sorpresa - porta a un piccolo nevaio, buon posto da bivacco. Non c’è bisogno d’altro per incitarci a depositare tutta la chincaglieria su quest’aerea cornice, ben presto trasformata in due strette ma confortevoli terrazze. Alla fine del pomeriggio decidiamo di attrezzare ancora due lunghezze con corde fisse. Liberati dal giogo dei sacchi da issare, la difficile e delicata scalata è allora apprezzata nel suo giusto valore su una roccia soleggiata e solida.
Due mocciosi sul Naso Se fare colazione a letto è il non plus ultra del confort per l’uomo comune, la stessa azione applicata all’alpinista, vista l’ampiezza limitata dei movimenti, rivela più semplicemente necessità o elementare prudenza. Necessità alla quale ci sacrifichiamo ancor più volentieri poiché questa mattina la temperatura è assai fresca. Per fortuna la risalita delle corde fisse si rivela presto un eccellente riscaldamento, così come la traversata - cioè il pendolo -, obbligatorio dal bivacco per raggiungere l’asse dei punti di ancoraggio, si mostrerà un perfetto risveglio psichico. Il fatto è che oggi è il caso di “uscire” dalle difficoltà rocciose superando i famosi strapiombi finali del Naso. Arrivati al capolinea della nostra monorotaia in nailon, traversiamo a destra per raggiungere l’inizio di una gigantesca rampa leggermente obliqua, che risaliamo fino a sbattere contro l’ultimo strapiombo. Scalata superba, libera per la maggior parte, ed effettuata su una roccia che da eccellente diviene eccellentissima (ah, il contrasto con la parete nord) e sempre più ripida. Finché i capricci della natura fan sì che divenga sempre meno verticale... perché diviene strapiombante! Un’ultima lunghezza, un ultimo strapiombo, un’ultima fessura per uno sforzo che non sarà l’ultimo e ci troviamo tutte e due alla ventiquattresima sosta, felici come due monelli che hanno appena fatto un bello scherzo a un “grande”. I due terzi più difficili della via ce li abbiamo in tasca ed è nell’esultanza di sapere che non ci può più succedere niente che proseguiamo, cercando nel frattempo un buon posta da bivacco. Niente... tranne il cattivo tempo. Ma è una tempesta appena abbozzata; fiocchi di neve, cristalli così belli nella loro trasparenza e colate di neve polverosa così silenziosa, che è col sorriso della tranquillità che serriamo la sera i lacci dei sacchi da bivacco.
La vetta Del resto tutto sembra mettersi al meglio, ed è quasi al sole che dopo due grandi lunghezze sbuchiamo sulla Cresta di Zmutt, a un centinaio di metri dalla vetta italiana. Dopo averla raggiunta alle undici, ci rimaniamo giusto il tempo di riordinare il materiale in eccesso e ora inutile, prima di tuffarci nella discesa per mantenere una ragionevole distanza da un gruppo di inglesi, slegati e in equilibrio precario e pericoloso per quei luoghi. Ed è naturalmente alla Capanna dell’Hörnli che chiudiamo il cerchio iniziato quattro giorni prima, ammirando i falò accesi nella valle degli abitanti di Zermatt per onorare il primo agosto, mentre … sorseggiamo lo champagne offerto dal custode! E domani arriverà il momento finale, magistrale buffonata fin troppo nota: la valorosa traversata di una Zermatt estiva, affollata, indecente e superficiale, come oranghi ignorati in un serraglio variopinto, dove solo i cavalli delle carrozzelle sapranno mantenere una parvenza di dignità umana. Ma che dico, questa è un’altra storia.


Per gentile concessione di: Michel Piola

Nessun commento:

Posta un commento